Marco Cavallo: una storia
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Quando
il cavallo acquistò la sua forma definitiva era enorme e bello. Tinta
guardava affascinato ed incredulo. Nessuno osava toccare il cavallo, solo
Vittorio lavorava ogni giorno per rifinirlo e Tinta era con lui a passargli
gli strumenti.Nessuno, prima di allora, aveva mai conosciuto Tinta. Era
rinchiuso nel reparto «C», il reparto più brutto e orrendo del manicomio,
esclusione nell'esclusione. Aveva venti anni, tutti passati negli istituti.Era
nato alla fine dell'occupazione alleata, a Trieste. A malapena gli avevano
insegnato a scrivere il suo nome e, malgrado i suoi occhi attenti e vivaci,
era stato condannato ad essere un deficiente.
Durante i due mesi di festa intorno al cavallo anche il reparto «C»,
col suo carico di relitti, partecipava quotidianamente.
Tinta desiderava avere un orologio, dormire nella pancia del cavallo
e avere la possibilità di uscire dal manicomio. Più che tutto un orologio,
intanto, per poter tornare in orario.
La pancia del cavallo diventò la pancia dei desideri e il suo colore fu
l'azzurro.
Marco Cavallo, il cavallo azzurro. E Tinta ebbe il suo orologio, dormì
nella pancia del cavallo e fu libero.
Dopo quei giorni di festa andò a vivere in un altro reparto. Fu tra i
primi a lasciare il reparto «C» che oggi (1976) non esiste più.
Ogni giorno usciva. Andava a trovare sua mamma in una squallida e minuscola
soffitta in Cittavecchia. Spesso, a casa, non trovava nessuno e allora
girava senza meta per la città accontentandosi di guardare ogni cosa.
Imparò presto a girare per ogni strada. In Piazza Grande si divertiva
a rincorrere i colombi.
Andava ai grandi magazzini Upim a vedere gli orologi. Spesso, la tentazione
era troppo forte, cercava di prenderne uno e non aveva i soldi per pagare.
Qualche volta cedeva alla tentazione. Tornava felice col suo orologio,
gli occhi furbi. Trovava mille scuse per dare ad intendere che lo aveva
comperato.
Fabio e Francesca, due studenti che lavoravano in ospedale, erano spesso
con lui, erano suoi amici. Tinta era ospite frequente in casa di Fabio
o di Francesca, passava molte ore con loro: era preferibile che non uscisse
sempre da solo. Un giorno, in un supermercato, rubò un uovo di Pasqua.
Fu scoperto e denunciato. Il giudice lo condannò: manicomio giudiziario.
Tinta, lontano da Trieste, non poteva più uscire, di nuovo chiuso, senza
più orologi. Si comportò molto bene e, dopo otto mesi, i medici e il giudice
del manicomio giudiziario di Castiglione delle Stiviere dissero che poteva
ritornare al manicomio di Trieste. Tinta tornò e, più felice che mai,
ricominciò ad uscire. Questa volta cercava di essere attento e giudizioso.
Domenica 26 dicembre 1976, mentre, allegro come al solito, andava a casa
da sua madre, un grosso camion con rimorchio lo ha schiacciato.
1973. MARCO CAVALLO
Marco Cavallo è una macchina teatrale. I matti non lo hanno costruito
materialmente, non lo hanno mai toccato. Mentre cresceva la sua struttura
in legno, mentre prendeva forma la cartapesta, mentre si plasmava la testa,
i matti hanno costruito, senza mai toccare il cavallo, ripeto, qualcosa
di più duraturo, di più indefinito. Il colore azzurro. La pancia piena
di desideri, dall'orologio di Tinta al porto con le navi della giovinezza
di Ondina, dalle tante Marie all'immancabile «fiasco de vin», dalla casa
alle scarpe, al volo, al viaggio, alla corsa, all'amico, alla libertà.
La libertà: i muri del manicomio frantumati, la teoria infinita di matti
che, dietro al cavallo, esce dalla breccia e si perde per le vie della
città. Boris accompagna il corteo suonando la fisarmonica. I nemici, la
lotta ai nemici, a chi vuole chiudere la breccia, a chi vuole ricacciare
nel recinto, nell'ordine fermo e servo, chi finalmente comincia a camminare,
a scoprire che ha le gambe. Marco Cavallo in testa, in prima fila. Era
una limpida domenica di marzo, pulita dalla bora quando, Marco Cavallo
tentò di uscire dal laboratorio. Era troppo grande, appesantito dal carico
di bisogni, desideri che si portava dentro. Le porte erano strette, provò
la porta del giardino, poi la veranda, pensando di saltare la ringhiera.
Cercò di piegarsi, di mettersi di taglio, si abbassò, pancia a terra,
si ferì. Niente. Restava chiuso dentro. Tutti erano lì a guardarlo: era
quello il suo momento. Cominciò a correre nervoso per il lungo corridoio
del vecchio reparto «P» trasformato in laboratorio, avanti e indietro,
proprio come avevano fatto per anni i malati che lo avevano abitato. Giuliano
cercò di calmarlo, dicendo che bisognava aspettare, che forse non era
quello il momento, che bisognava avere pazienza. I malati cominciarono
a pensare di avere solo sognato, secoli di grigio tornarono nelle loro
teste, urla disumane assordarono le loro orecchie. Dino Tinta piangeva.
Marco Cavallo, fremendo, testa bassa, cominciò una corsa furibonda, come
impazzito, verso la porta principale e, senza più esitazione, oramai a
gran carriera, aggredì quel pezzo di azzurro e di verde oltre la porta.
Saltarono gli infissi, i vetri. Caddero calcinacci e mattoni. Marco Cavallo
arrestò la sua corsa nel prato, tra gli alberi, ferito e ansimante, confuso
all'azzurro del cielo. Gli applausi, gli evviva, i pianti, la gioia guarirono
in un baleno le sue ferite. Il muro, il primo muro era saltato.
La prima grande uscita in città, paradossalmente trionfale. Poi, così
come era destino, in giro per il mondo. La carica simbolica, certo, l'hanno
costruita i matti.
A quattro anni di distanza, tanti desideri, ansie, aspirazioni, si sono
realizzati. Altri, vecchi e nuovi, irrealizzati, sono drammaticamente
presenti. Tanti costruttori del cavallo non ci sono più, tanti sono fuori.
La breccia si è allargata a dismisura da cancellare il manicomio stesso.
Boris vive in un appartamento del parco dell'ospedale con Valeria. Nella
sua casa continua a dipingere e a suonare. Il cavallo c'è ancora, anzi
il simbolo, il significato, ciò che è resta e cresce. Non occorre più
oggi spiegare cosa sia questo gigantesco cavallo azzurro, dovunque va,
nelle scuole coi bambini, al festival nazionale dell'Unità, in giro per
le mostre, le fiere, i mercati, oggi è una grande macchina teatrale. Il
cavallo azzurro è il suo stesso significato. Sabato, prima della grande
uscita, in manicomio una grande animazione accompagna i preparativi; ci
sono i giornalisti, la televisione e molti cittadini incuriositi con la
voglia di partecipare. Tra gli altri alcuni componenti il comitato di
quartiere di San Vito - Cittavecchia con i quali avevamo in precedenza
pensato e organizzato l'uscita. Il cavallo concluderà il suo viaggio attraverso
la città nella scuola elementare "De Amicis", nel rione di San Vito.
Gli operatori dell'ospedale psichiatrico di fronte all'importanza e all'amplificazione
che va assumendo "l'uscita" cominciano ad essere preoccupati per il possibile
stravolgimento, l'ambiguità, la confusione che si potrà creare tra la
gente e l'uso che potrà farne la stampa.
La paura è che l'uscita festosa, il "simbolo" possa nascondere agli occhi
di tutti le difficoltà, le carenze, le miserie, la violenza, l'oppressione,
che ancora sono presenti in manicomio e che anzi, con la progressiva apertura,
vengono ancora più evidenziate.
Non si vuole che il corteo del cavallo, volutamente e giustamente allusivo,
diventi esposizione trionfale, di vetrina si dice, di qualcosa già realizzato.
Gli operatori vogliono denunciare invece l'assoluta mancanza di prospettive
per chi dovrebbe essere dimesso, andare fuori. Denunciare la totale mancanza
di case, di soldi, di lavoro, di strutture territoriali. Gli infermieri
vogliono più specificatamente evidenziare le loro disagiate condizioni
di lavoro sia sul piano retributivo ché su quello normativo. La pesantezza
di una legge vecchia, risale al 1904 la legge sui manicomi, che impedisce
una reale pratica di assistenza e di risposta ai bisogni.
A mezzogiorno di sabato un'affollata assemblea al reparto accettazione
uomini discute questi temi; la linea che emerge è che l'unica possibilità
per porre in primo piano i problemi di tutti è impedire la festa. Questa
risoluzione, di fronte all'attesa per la festa tradita, costringerebbe
tutti i cittadini, i giornalisti, la direzione e soprattutto gli, amministratori,
i politici della città a prenderne atto e porterebbe in primo piano la
concretezza della realtà manicomiale che si sta affrontando.
Per tutto il pomeriggio di sabato, in tutto l'ospedale, si susseguono
riunioni a piccoli e grandi gruppi, per capire, cercare di trovare soluzioni
che accontentino tutti.
In un primo momento gli artisti si sentono aggrediti da questa risoluzione,
si oppongono e dichiarano che l'uscita, la festa si farà. La direzione
e alcuni medici si schierano con gli artisti per la preoccupazione che
un simile gesto possa compromettere a livello politico e amministrativo
la prosecuzione del lavoro di trasformazione del manicomio. Si corre il
rischio di una grossa spaccatura di tutto il gruppo: medici, artisti,
infermieri, degenti, amministratori.
E' con questa preoccupazione, con questa tensione e in questo clima che
si inizia nella scuola elementare, nella palestra già approntata per la
festa, una riunione tra operatori, artisti e direzione. Dalle dieci della
sera si va avanti discutendo, analizzando tutto il lavoro fino a quel
momento svolto, le prospettive, con molto nervosismo e molta durezza.
Più di una volta durante la notte la rottura del gruppo è cosa fatta.
Alle 4 del mattino, non senza fatica, si arriva ad una mediazione.
Il cavallo uscirà, tutti, gli artisti in prima fila, distribuiranno
un volantino e spiegheranno le ragioni dell'agitazione, le condizioni
di lavoro in manicomio. Prima di andare via si stila il volantino, pulito
e chiaro, che accompagnerà Marco Cavallo per la prima volta.
Lungo il percorso dell'enorme corteo domenica pomeriggio il volantino
veniva distribuito:
A PROPOSITO DELLA FESTA DI MARCO
CAVALLO
La festa di oggi rappresenta per noi un momento di lotta
iniziato da oltre un anno contro tutto ciò che il manicomio in Italia
è e rappresenta. Marco Cavallo vuole essere simbolo di un processo
di liberazione in atto per tutti quelli che soffrono della vita manicomiale.
In questo senso, coerentemente, dobbiamo sottolineare che, seppure
questo processo di liberazione dell'ospedale psichiatrico provinciale
di Trieste è avviato, coloro che vi lavorano sperimentano, giorno
per giorno, nella loro attività pratica, sulla loro pelle e su quella
dei malati la persistenza di problemi insuperati.
La realtà attuale dell'ospedale è:
1) che, malgrado il nostro impegno più intenso, le condizioni materiali
di esistenza dei ricoverati sono ancora totalmente dominate dalla
miseria e dalla mancanza degli oggetti più elementari (servizi igienici,
vestiti, armadi, comodini, cibo decente ecc.);
2) che le condizioni di lavoro degli infermieri sono estremamente
disagiate (48 ore settimanali, scarsità di personale, salari irrisori,
turni faticosi e impossibili);
3) che manca qualsiasi prospettiva reale (lavoro, case, mezzi di sussistenza
ecc.) per la maggior parte dei degenti così condannati a restare per
sempre assistiti.
Ribadiamo quindi la complessità di problemi la cui soluzione non può
essere demandata ai soli operatori, poiché essa investe la responsabilità
degli amministratori, dei politici. Individuiamo coerentemente nello
sciopero generale nazionale del 27 e nello sciopero generale provinciale
del 28 una ulteriore occasione di lotta per sottolineare assieme ai
lavoratori ed alle forze sindacali l'esigenza di una trasformazione
sociale senza la quale non può esservi trasformazione reale dell'istituzione
psichiatrica. Ci impegniamo perciò ad una cosciente partecipazione
a queste importanti scadenze di lotta.
Infermieri, medici e artisti dell'ospedale psichiatrico provinciale
di Trieste 25 marzo 1973
Testi estratti da:
"Non ho l'arma che uccide il leone. Storie dal manicomio di Trieste."
Giuseppe Dell'Acqua. EL Edizioni, 1980 Trieste
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