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* Storie

Un'iniziativa del Club Zyp con Pieraldo Rovatti e Peppe dell'Acqua

Conversazioni attorno alla filosofia e al quotidiano (II Parte)

 

- Trieste, novembre 2007. Lunedì scorso si è conclusa la seconda tranche di incontri del Club Zyp dedicati alla riflessione intorno ai sette peccati capitali. Avarizia, Gola, Ira, Invidia e Superbia (agli incontri di giugno e luglio erano stati dedicati Accidia e Lussuria): grazie al coordinamento di Pier Aldo Rovatti e Peppe Dell'Acqua gli ultimi cinque dei sette peccati capitali sono stati uno spunto per parlare di noi stessi, per confrontarci con le molteplici asperità della nostra anima e anche per imparare, con l'aiuto di Peppe Dell'Acqua e del prof. Rovatti, a metterci in discussione.

Si è iniziato il dieci settembre con l'avarizia: essa è il godimento del possesso, e avaro è colui che vuole avere in modo avido. L'avarizia è stata tradizionalmente rappresentata come una femmina, una donna macilenta dal ventre molto grande, spesso una lupa. Oggi l'avarizia rappresenta l'inversione tra mezzo e fine nei processi economici mondiali: come ci ha insegnato Karl Marx, il denaro non è più l'intermediario tra il possesso di uno ed un altro tipo di merce, ma lo scopo, il fine di ogni scambio commerciale. In questo senso, diventa oggi fondamentale un atteggiamento di dono relazionale prima ancora che economico.

La gola, che ricordiamolo è anche una parte del nostro corpo, è oggi forse il vizio che tutti noi più ci sentiremmo di perdonare e a cui più facilmente toglieremmo l'etichetta di peccato mortale. Essa è vicina alla lussuria; dobbiamo stare attenti al punto in cui essa diventa godimento, juissance come dicono i filosofi, quando cioè diventa una forma deteriorata di piacere. Peraltro viviamo in una cultura che stigmatizza l'anormalità: cosa succede se in aereo inizio a temere che vicino a me si possa sedere una persona obesa?

L'ira è quell'attaccamento, quella prossimità al peccato che attanaglia l'anima di tutti noi.
Si capisce che essa ha un rapporto molto stretto con la guerra. Bertold Brecht ha scritto che "anche l'ira contro l'ingiustizia rende la voce roca", esplicitando il motivo centrale della questione dell'ira in Occidente: il messaggio di Brecht è che anche se rivolta contro l'ingiustizia, l'ira rovina il nostro tentativo di opporci alla malvagità e al male.
D'altra parte, abbassando un po' lo sguardo, l'ira può aiutarci a liberare la nostra aggressività e a rinnovare le energie psichiche. Noi abbiamo avanzato la proposta di provare a lasciarci abbandonare al vortice dell'ira per ricavarne energia.

L'invidia, che il prof. Rovatti ci ha insegnato derivare dalla superbia, consiste nel veder male le fortune altrui. Tutti abbiamo un'idea dell'invidia. La radice latina del nome ci porta al verbo video, l'invidia ha a che fare con gli occhi. Gli invidiosi nel Purgatorio dantesco hanno gli occhi cuciti col filo di ferro. E se provassimo a pensare che l'invidia può avere un aspetto positivo nello spirito di emulazione che essa suscita in chi è roso dal suo verde colore?

Infine la superbia, tradizionalmente dichiarata ipertrofia dell'io. Essa è arroganza, una sfida rivolta a Dio (oggi quella sfida impersonata dalla scienza). La risposta del superbo può stare nel rifiutare l'incasellamento a cui gli altri possono relegarci: "io non sono come tu mi vuoi!". E allora la maschera del superbo è una risposta alla sguardo medusizzante dell'altro.

Giovanni Da Col
specializzando in filosofia

[articolo inserito il 15-11-2007]

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