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* Storie

Un'iniziativa del Club Zyp con Pieraldo Rovatti e Peppe dell'Acqua

Conversazioni attorno alla filosofia e al quotidiano

 

- Trieste, luglio 2007. "Viviamo in un mondo sazio di tutto, dove molte persone continuano a morire d'ogni sorta di fame". Con questo occhiello Pier Aldo Rovatti ha voluto aprire l'opuscolo che è stato dato a noi partecipanti alla prima tranche degli incontri dal titolo "Conversazioni attorno alla filosofia e al quotidiano" che si sono tenuti al Club Zyp dal 28 maggio al 2 luglio 2007. In questo periodo, il lunedì dalle 18 alle 20 operatori e utenti dei sevizi psi di Trieste si sono trovati per discorrere con Peppe Dell'Acqua e Pier Aldo Rovatti sui primi due, accidia e lussuria (L'ordine non è quello canonico con cui i vizi sono elencati ma è stato scelto dal prof. Rovatti) dei sette peccati capitali.

I sette peccati capitali, che una bimillenaria tradizione ha identificato come "mortali" sono, come tutti ben sanno, accidia, avarizia, gola, lussuria, ira, superbia e invidia.

In effetti gli incontri sinora sono stati quattro, e lunedì ci siamo scambiati gli auguri di buona estate con il proposito di rivederci il 10 settembre per terminare la disamina dei vizi.

Ebbene, accidia e lussuria. Che è emerso dalle presentazioni di Rovatti e dell'Acqua, nonché dai contributi di noi cittadini che ci siamo fatti coinvolgere da esse? In origine i peccati capitali erano otto, accanto all'accidia vi era la tristizia, che peraltro in una sua variante, la tristizia salutifera, pemetteva di accedere a Dio. Dante rappresenta gli accidiosi nel IV livello del purgatorio: essi corrono tutto il giorno "ratto ratto che il tempo non si perda per poco amor"; cioè indefessamente, il principio della pena del contrappasso li costringe a dannarsi e affannarsi per pagare la pigrizia con cui hanno condotto la vita. Distanziandoci un po' dai vertici danteschi e passando a livelli simbolici più bassi, abbiamo ipotizzato che la rappresentazione tipica deL'accidioso può essere il bradipo, quelL'animale che mangia tutto il giorno e il cui stomaco costituisce i 2/3 della massa corporea. Il bradipo, in cui tutti forse un po' ci identifichiamo, ci può insegnare il valore dell'indugio. Il bradipo è mite, e se certamente la filosofia (la pratica di chi scrive) non è uguale all'accidia, in essa vi è L'indugio. Saper aspettare, saper forse fare un passo indietro dalle cose prima di sommergerle con i nostri pregiudizi: questo ci può insegnare il bradipo.

Che dire della lussuria? Il prof. Rovatti ha cercato di provocarci chiedendoci se è corretta L'etimologia che avvicina lussuria a lusso. Forse non tutti sanno che è proprio così, cioè che lussuria e lusso hanno la stessa radice, cioè la parola latina luxus. L'etimo della parola come sempre ci avvicina ad un elemento fondamentale del vizio della lussuria, cioè quello di un eccesso, contrario della misura. La definizione classica di lussuria è: attività sessuale al di fuori della normalità. Ma stiamo attenti che è un errore far coincidere lussuria e desiderio sessuale. Occupiamoci ancora una volta di Dante: questa volta i protagonisti sono Paolo e Francesca. Il canto dell'Inferno è un inno all'amore, non alla concupiscenza. L'episodio chiave, il bacio di Paolo a Francesca, è tenue, delicato, lieve. Nella lussuria non è in gioco la materialità dell'Atto sessuale. Il lusso forse allora è desiderio strabordante e non possesso, esso è sicuramente vicino al cieco Cupido. Inoltre, non è possibile dare una limitazione del desiderio. Il desiderio che è in gioco nella lussuria non ha misura, senza desiderio la vita è piatta e forse non siamo liberi di desiderare (nel senso che il desiderio ha una parte coattiva che ci supera e ci travalica).

L'incontro di lunedì 2 si è concluso con una citazione platonica, il celebre passo del Fedro in cui il filosofo di Atene riporta il mito della biga alata. La nostra anima ha (almeno) due forze contrastanti. Da una parte essa è tirata da un cavallo nero, recalcitrante, vizioso, dalle narici dilatate: è la parte concupiscente, irascibile, istintiva. Dall'altra essa deve guidare un cavallo bianco, bello, temperante e sereno: secondo Platone, la parte razionale della nostra anima. Come condurre la biga, ci chiediamo noi? La domanda è importante ai fini di una riflessione sulL'intero problema dei vizi. I vizi sono proprio tali o in essi c' è una parte di valore da riconoscere per la nostra vita? Se non altro, dobbiamo tutti porci il problema di come guidare (gestire, potremmo dire in gergo contemporaneo) i due cavalli: tutti siamo alla ricerca di un equilibrio migliore, di conoscere noi stessi, perchè non sappiamo che fare del cavallo nero che scalpita e proprio non riusciamo a mettere a tacere. Secondo Freud l'inconscio è un cavallo, di cui noi siamo i cavalieri: Peppe Dell'Acqua ci ha ricordato Marco Cavallo, che ora è un simbolo ma trent' anni fa ha sfilato per le vie di Trieste portandosi sul dorso centinaia di storie e di biografie. "Se non ci fosse il cavallo bianco non sapremmo come deve essere il cavallo nero", questo è stato L'intervento di una donna del pubblico. Comprendere noi stessi può dunque anche significare, nella comprensione delle parti della nostra anima, guidare i due cavalli in modo equilibrato.

L'appuntamento è per il 10 settembre, alle 18 al Club Zyp!

Giovanni Da Col
specializzando in filosofia

[articolo inserito il 13-09-2007]

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