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* Rassegna Stampa

Anoressia, 120 pazienti in cura nel 2008: «Ma è solo una piccola parte dei casi»

di GABRIELLA ZIANI

Prigione per chi istiga alla riduzione di peso, polizia postale per oscurare i siti che offrono consigli sul perdere peso, trattamento sanitario obbligatorio (ricovero coatto previsto dalle legge 180) per chi ha già perso troppo peso. Il governo sta pensando, con un progetto di legge già presentato e un altro solo ideato, di criminalizzare l’anoressia. Fenomeno, comunque, in preoccupante crescita fra le ragazze. Ma si possono risolvere attraverso leggi, punizioni e reclusione fenomeni che sprofondano nella cultura del tempo e nella condizione psicologica dei singoli? Le due intenzioni legislative ora camminano sopra altre: una possibile riforma restrittiva della legge Basaglia per la cura del disagio mentale e la «nutrizione forzata» che il centrodestra ha conservato anche nell’ambito del testamento biologico. Dunque se un malato terminale deve essere nutrito anche contro la sua volontà, un’anoressica tanto più deve essere forzatamente nutrita. Medici e psicologi triestini che curano queste giovani donne obiettano sulla base dell’esperienza: «Ci sono molte spinte nella società che istigano il singolo a sentirsi imperfetto, e soprattutto non abbastanza magro: il mercato della moda e della cosmesi, la pubblicità, il cinema, la chirurgia plastica, un concetto di bellezza standardizzata che nelle persone psicologicamente più fragili si traduce in una illusoria modalità fisica per essere accettati, e amati. In più adesso c’è un’enfasi molto forte sul male che fa l’obesità: ma l’obesità non è di per sè una malattia, l’anoressia sì». Lo scorso anno sono state 120 le pazienti passate per le cure del Progetto salute donna di Androna degli Orti, una struttura del Dipartimento di salute mentale, dove la psicologa Gemma Cannata è responsabile dei disturbi del comportamento alimentare: anoressia, bulimia. Lavora in collaborazione con Roberta Situlin, nutrizionista della Clinica medica di Cattinara. Dice Cannata: «Le ragazze che vediamo sono probabilmente una piccola percentuale, c’è molto sommerso, la bulimia (mangiare e vomitare compulsivamente, ndr) non fa dimagrire e quindi si vede meno, l’anoressia diventa palese quando il sottopeso è molto marcato, altrimenti le ragazze non diventano motivo di preoccupazione». Scende l’età della magrezza ossessiva. Ormai tocca anche ragazzine di appena 12 anni. Rari i casi in cui il rifiuto del cibo porta a problemi di salute potenzialmente irreversibili. «Però ne vediamo - riferisce Situlin -, a volte il sottopeso è così marcato da portare complicazioni renali, allora si tenta di forzare in ospedale un po’ di alimentazione, perché l’eccessiva malnutrizione porta anche a un deperimento cognitivo, queste giovani donne sono prigioniere di un’ossessione mentale, il loro linguaggio diventa terra-terra, è necessario nutrirle un po’ per poter riuscire a parlare del loro vissuto». Ma si può veramente pensare a un trattamento sanitario obbligatorio? La risposta è no. Non solo perché si tratta di una terapia imposta contro la volontà. Ma perché ritrovare peso non risolve il problema: lo tampona momentaneamente. Perché la persona eviterà in tutti i modi di essere «riempita» di nutrimento: ha organizzato tutta la propria vita e saziato tutto il proprio spazio vitale con l’impegno assiduo di evitare il nutrimento, e ha paura di sbandare rispetto a questo totalizzante lavoro su di sé. E perché in definitiva si è già constatato che questo interventismo non paga. Si torna in equilibrio più facilmente se la diagnosi è precoce. Ma non sempre lo è, anzi. Situlin: «In questo ambiente culturale e con questi modelli dominanti le stesse mamme si allarmano meno, apprezzano esse stesse la valenza simbolica del corpo, mentre le giovani cercano autonomia e identità, e quando non trovano fiducia in famiglie problematiche o che tendono a un eccessivo accudimento sviluppano forme esasperate di autocontrollo». La debolezza potente, si potrebbe dire. Aggiunge Cannata: «È difficile accorgersi e intervenire perché la persona ha un rapporto ambivalente con la malattia: è come se volesse avere quel sintomo, non liberarsene. Allo stesso modo il depresso non vuole vedersi depresso». Ma come comincia una vicenda di anoressia? «C’è un evento scatenante, non necessariamente di per sè negativo, che mette in moto qualcosa che maturava da tempo. La persona fragile, influenzata da modelli esterni, non potendo esercitare il controllo sulla propria vita lo trasferisce sul corpo. Ed ecco la frase fatidica: ’’Inizio la dieta!’’. Potrebbe decidere di arrabbiarsi, o di fare un viaggio. Ma non può. Di seguito, meccanismi fisici e psichici si mettono in circolo vizioso, il congegno automatico non si governa più, il peso ideale non si raggiunge mai. È la trappola». Difficile aiutare queste persone. Ogni storia è a sé stante. Alcune giovani pazienti dopo un po’ abbandonano i colloqui. Non si sa se guarite oppure in fuga dalla cura. Altre passano al Centro di salute mentale. Qualcuna ha brevi ricoveri in Clinica medica o, se è molto giovane, al Burlo. Certe vengono affidate all’Unità bambini e adolescenti dei distretti sanitari. «Se il comportamento si cronicizza - spiegano le due esperte - poi c’è poco da fare, possono esserci continue complicanze di salute, e si può solo stare attenti a che non accada il peggio». Perché di anoressia si muore. Ma anche di bulimia: quel vomito compulsivo, nervoso e continuo alternato ad abbuffate caotiche e fuori misura, e tutto ben di nascosto dagli occhi altrui, può portare a scompensi cardiaci, e perfino a rotture dello stomaco. A disastri, insomma, veramente molto gravi.

 

 

(martedì 7 aprile 2009, Il Piccolo,Trieste)

[articolo inserito il 20-04-2009]

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