Rassegna Stampa
Basaglia, carte di interesse nazionale
di GABRIELLA ZIANI
Figlia di gloria. Il suo nome è famoso fra i cittadini,
i politici, i medici, i governi, in Italia, all’estero,
nel mondo. Nome amato, rispettato, discusso, evocato, criticato.
Insomma Alberta Basaglia, figlia di Franco Basaglia, e di Franca
Ongaro Basaglia, porta su di sè, ma con leggerezza si direbbe,
un pezzo di grande storia tuttora in cammino. La fine dei manicomi,
una battaglia per i diritti civili di cui oggi tanti sentono scricchiolare
le fondamenta. L’altra sera Alberta è venuta a Trieste,
la patria professionale del padre dove la psichiatria ha fatto
e persegue la «rivoluzione dei manicomi», per presentare
nel nuovo, «trendy» ma minuscolo spazio della Stazione
Rogers la ristampa anastatica di «Morire di classe»,
indimenticato e ormai introvabile libro con le drammatiche foto
dai manicomi ancora non aperti di Carla Cerati e Gianni Berengo
Gardin, riedito dalla Cooperativa sociale Duemilauno (a distribuzione
gratuita). Caschetto di capelli biondi, Alberta Basaglia ha nella
bocca e in quello sguardo a tratti sornione e obliquo la stessa
faccia del papà. Con cui vive adesso a stretto contatto,
attraverso il suo archivio. È vero che per le carte di
Franco e Franca Basaglia si apre una nuova prospettiva? «Sì,
le abbiamo trasportate da Roma a Venezia. Comune, Provincia e
Regione Veneto hanno molto supportato questo trasloco, gliene
sono molto grata. Tutto l’archivio dei miei genitori è
da giugno ospitato all’isola di San Servolo, l’ex
manicomio di Venezia, ora Fondazione, e ben ristrutturato. In
più il ministero dei Beni culturali lo ha riconosciuto
come archivio familiare di interesse nazionale. È notizia
fresca. Sono molto contenta». Quanti pezzi? Di che genere?
«Il personale del ministero lo sta appena adesso esaminando.
Comunque c’è tutto, dagli anni ’70 al 2003.
Lettere. La corrispondenza degli anni in cui mio padre lavorava
all’apertura dei manicomi, contatti con chiunque. Con Sartre.
Con Foucault. Ci sono tutti i manoscritti dei libri, tutto il
«retro» dell’attività sua e di mia madre».
Come si vive accanto a un padre così? «È stato
più difficile quand’ero ragazzina. Ai tempi di Gorizia
frequentavo ancora le elementari, ero piccola, ero anzi la sorella
piccola di tutti gli operatori del manicomio, poi a Trieste sono
diventata una sorella maggiore. Perché la vita era molto
partecipata. Conoscevamo tutti, vedevamo tutto». Non sentiva
le tensioni in mezzo alle quali Basaglia si muoveva? «Capivo
l’importanza della cosa. Ma mi sembrava una cosa normale.
Quello era il modo di vivere, e quello si stava vivendo».
Ma è un’eco, un lavoro, un nome, un avvenimento che
in pratica non finisce mai. Non le pare un eterno presente? «È
vero, non finisce mai. Ma mi fa piacere. Mi ricorda che è
successo qualcosa davvero, allora. Che quello che mio padre voleva
dire esiste ancora». Insomma mai un senso di famiglia ingombrante?
Anche sua madre era ed è «Basaglia». «Be’,
sì, è stato ingombrante. Come no, molto ingombrante.
Difatti io sono rimasta in quella scia. Ho studiato Psicologia,
però. Oggi lavoro al Comune di Venezia e mi occupo, da
psicologa, di donne, bambini, di eventi di pace». Non ha
mai incontrato ostacoli come «figlia di»? «Non
direi, perché mi pare chiaro che con quella riforma si
sia inciso profondamente sulla vita delle persone che stavano
male. Ora si può anche tornare indietro, ma solo fino a
un certo punto. Il vero problema oggi è quanto indietro
si sta tornando su questioni come i diritti delle donne, la scuola
pubblica. Il tema della salute mentale sta alla pari con questi.
Ma una cosa è sicura: all’orrore di prima non si
torna più. Oggi bisogna di nuovo lottare e con lo stesso
animo per non perdere le battaglie già vinte, per la legge
194, per il divorzio. E per le scuole, appunto». Suo padre
è morto quando stava per raccogliere i frutti del suo straordinario
lavoro. Come ha ripensato in seguito a questo due volte tragico
evento? «Ho pensato che grazie a coloro che avevano lavorato
qui con lui a Trieste, anche senza di lui le cose si sono trasformate.
E tutti coloro che gli sono stati accanto sono i suoi eredi, e
i primi sono i colleghi di Trieste. Ho pensato che uno è
caduto per strada, e gli altri sono andati avanti. Anche se lui
era il maestro. Ci fosse stato ancora, i risultati sarebbero stati
simili, tra mio padre, Franco Rotelli e il suo gruppo la coincidenza
era vera e totale.
(Venerdì 28 novembre 2008, Cultura e
spettacolo )
[articolo inserito il 04-12-2008]
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