Rassegna Stampa
«Il malato mentale è una costruzione storica»
di PIER ALDO ROVATTI Che cos’è un soggetto? La domanda
che Franco Basaglia fa continuamente risuonare durante tutta la
sua esperienza, in tutto ciò che ha fatto detto e scritto,
è precisamente questa. La prima parola che dovremmo leggere
nel piccolo libro di Trieste (dobbiamo pure aggiungere qualcosa
– dice Basaglia nel 1979 – oltre all’invito
a venire a vedere di persona cosa si è fatto e si sta facendo
qui) è dunque la parola «soggetto». O meglio,
una frase: «restituire la soggettività», che
vuol dire diritti, abitazioni, lavoro. Normalità? Forse,
ma con tanti distinguo. Per Basaglia là dove finisce la
patologia del manicomio, lì comincia la patologia della
normalità. Dove finisce un’esclusione dura ne iniziano
tante altre, magari più morbide, certo non meno de-soggettivanti.
Perciò è così azzeccata la metafora della
nave che affonda, che Basaglia adopera in un colloquio sempre
dell’ultima fase (quella che si impernia sulla promulgazione
della legge 180, nel 1978), perché una volta affondata
la nave del manicomio bisognerà pure rendersi conto che
all’orizzonte si stagliano le sagome minacciose di tanti
altri navigli, o forme di reclusione, o dispositivi che tendono
ad avvolgere la società in nuove camicie di forza. Insomma,
il viaggio non è terminato e la legge 180 ne è solo
una tappa. Anzi, il viaggio è appena agli inizi perché
restituire la soggettività a questo frammento sepolto della
società è come togliere un tappo. Per molti aspetti,
i malati mentali internati nei manicomi sono tutt’altro
che un margine insignificante. Se diamo loro visibilità,
come ha fatto Basaglia, viene in piena luce il gesto di imprigionamento
– il suo significato e la sua funzione – che la società
ogni volta compie (tutte le società?) costruendo un fuoriscena,
un ghetto, una riserva, un campo separato di cui non si deve sapere
nulla ma che funziona da regolatore, da scarico, da ammortizzatore
delle sue contraddizioni. Se riusciamo a inceppare quel gesto
e a metterne a nudo il carattere violento e falsamente necessario,
scoppia il problema di cosa farsene dell’altro e se una
società debba davvero allontanarlo da sé con tecniche
più o meno raffinate di segregazione. O se, invece, debba
prendersene carico. È chiaro, allora, che la restituzione
della soggettività non riguarda solo i cosiddetti matti
che stavano (e stanno ancora) chiusi nelle istituzioni, ma riguarda
tutti, proprio tutti, ogni soggetto, anche il più normale,
sempre che queste identità (l’identità di
essere un soggetto) continui a interessarci. Eppure, la domanda
con cui ho cominciato questa lezione nasconde un imbroglio filosofico
ben noto. Il soggetto non è una cosa. Se la prendiamo alla
lettera e cerchiamo di definire cosa sia un soggetto abbiamo già
allontanato da noi il problema più importante, in qualche
modo abbiamo già imprigionato questo problema. Occorre
cambiare stile di pensiero (qui Basaglia e la fenomenologia concreta
possono davvero incontrarsi) e parlare di condizioni, pratiche,
politiche in questo senso preciso, grazie alle quali ciascuno
possa vivere soggettivamente. Libertà è diventata
una parola spesso stantia, ma non esiterei ad adoperarla ancora:
libertà significa aver tempo per, avere spazi per, avere
mezzi materiali per. Basaglia parlava di bisogni, inascoltati,
repressi, senza alcuna possibilità di auto-rappresentazione.
Oggi usiamo un termine più soft, «cittadinanza»,
ma intendiamo qualcosa di analogo. Diciamo, senza evidenziarlo
troppo, che il soggetto è un soggetto politico. Infatti,
se parliamo di soggetto, ne va della polis, e dunque della nostra
supposta normalità. Ne va anche del fatto che ciascuno
di noi ha in sé un’alterità e deve trovare
il modo per viverla ed esprimerla senza costruire muri, barriere
tra l’interno e l’esterno. Se riusciamo ad abbattere
alcuni muri, come ha fatto Basaglia abbattendo il muro del manicomio,
dobbiamo guardare bene in cosa consiste la normalità per
la quale dure e lunghe battaglie si sono combattute. Non credo
che, lucidamente, qualcuno intenda questa normalità come
una continua e necessaria edificazione di steccati e di rassicuranti
esclusioni destinate sempre a dividere le persone e a bloccarle
nelle loro solitudini. E qui vorrei chiamare in causa il secondo
tema della mia lezione: la «follia». Restituire la
soggettività equivale forse a una rimozione della follia?
La risposta è no. E Basaglia, soprattutto il Basaglia degli
ultimissimi anni, è molto netto su questo punto. In una
conferenza tenuta in Brasile nel 1979 fa due affermazioni che
rappresentano una chiave importante per entrare nel suo stile
di pensiero. Afferma (dopo tanta immersione!) di non sapere cosa
sia la follia. E subito dopo si interroga su quali caratteristiche
siano necessarie a una società «per dirsi civile».
Oggi, sappiamo benissimo chi è il malato mentale. Appunto:
il malato di mente è un’entità concreta e
se poi specifichiamo che quel malato mentale è uno schizofrenico
questa entità diventa ancora più concreta. In futuro,
grazie al progresso dei saperi della mente, tale concretezza sarà
ancora più palpabile e dettagliata. Per contraccolpo la
follia, che già sembra indicare un che di astratto, diventerà
sempre più astratta, una parola generica, quasi senza senso.
È davvero così? Per Basaglia i termini si capovolgono.
Per lui, il malato mentale, di cui non disconosce mai l’esistenza
e il cono di sofferenza che lo accompagna, è una costruzione
storica, l’incasellamento di un individuo dentro una categoria
psichiatrica e medica, il risultato di una pratica di de-soggettivazione
che comporta la sorveglianza, il controllo, l’isolamento
e lo stigma. D’accordo con Michel Foucault, Basaglia considera
che la follia e la malattia mentale appartengano con ruoli ed
esiti diversi alla stessa storia: una vicenda che attraversa la
modernità e in cui la follia viene evacuata e sostituita
dalla malattia mentale, servendosi della ragione come legittimazione,
anzi come verità di questo processo. Se lottiamo per uscire
dal tunnel della malattia mentale e del suo stigma, se ipotizziamo
di restituire a questo «malato» la sua soggettività,
allora dovremmo restituirgli anche la sua follia. Con un linguaggio
che oggi tendiamo ad adoperare sempre di meno, Basaglia dice che
la follia è la nostra dimensione irrazionale. Il soggetto
a cui miriamo non deve essere defraudato di questa dimensione
che forse ha a che fare con la libertà stessa. Ecco la
sua testuale affermazione: «La società, per dirsi
civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia.
Invece questa società riconosce la follia come parte della
ragione e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una
scienza che si incarica di eliminarla». Possiamo accettare
o rifiutare questa affermazione (che, a mio parere, taglia corto
con tutte le polemiche, oggi ancora una volta risollevate, sui
guai prodotti dall’antipsichiatria, e se e quanto Basaglia
stesso ne sia stato corresponsabile). È comunque il pensiero
di Basaglia. Se lo rifiutiamo abbiamo chiuso i conti con la follia.
Se lo facciamo nostro, e lo prendiamo come problema sul quale
meditare seriamente, allora vacillano molti dei miti della normalità
di cui in genere ci accontentiamo. E riapriamo così la
questione del soggetto, nella sua complessità, pensando
a un soggetto che può dirsi tale solo quando non è
assoggettato né stigmatizzato come un soggetto comunque
assoggettabile.
(Giovedì 6 novembre 2008, Il Piccolo
Cultura)
[articolo inserito il 13-11-2008]
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