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Legge 180 e il ricordo di Basaglia

13 maggio 1978, viene approvata la legge 180. Manicomi come quello di San Giovanni a Trieste chiudono ”liberando” tutti i pazienti, i ”pazzi”. Così al 30esimo anniversario della legge, di pazzia si torna a parlare, facendola addirittura salire, venerdì 16 maggio, sul palco della sala Tripcovich, dove il cantautore Cristicchi ripropone la canzone a lei dedicata, vincitrice del festival di San Remo 2007. E di pazzia parla anche Peppe Dell’Acqua, psichiatra che ha partecipato con Franco Basaglia al cambiamento e alla chiusura del manicomio triestino. I pazzi, si sa, sono sempre esistiti e le loro condizioni sono cambiate nel tempo, come le infinite storie che hanno da raccontare. Provare a raccogliere tutto ciò in un libro? Robe da matti, verrebbe da dire. E invece in «Non ho l’arma che uccide il leone» Dell’Acqua racconta proprio le vite che per anni hanno abitato il manicomio di San Giovanni, fino alla legge 180 e alla conseguente chiusura dell’ospedale psichiatrico. «Ospedale che un tempo - spiega Dell’Acqua - nasceva su due concetti: curare e custodire i malati, salvaguardando la società dai malati di mente».Ma se oggi l’immagine del ”matto” si sta modificando, e la gente si sta sensibilizzando e avvicinando sempre di più al problema della diversità, un tempo si faceva presto a essere considerati soggetti pericolosi, inguaribili e imprevedibili. Bastava segnalare un comportamento particolare, e il gioco era fatto: scattava l’internamento ordinato dall’autorità di pubblica sicurezza. Dopo il ricovero bisognava sperare di essere dimessi entro 15 giorni, altrimenti si era interdetti: rinchiusi definitivamente.In questo panorama nasce l’idea della riforma Basaglia che vuole occuparsi proprio dei ”matti”, cittadini con diritti debolissimi. Così le regole cambiano. Per essere considerati pazzi non bastano più solo dei sospetti, ma servono certificati di più medici, e il ricovero, questa volta all’interno di strutture attrezzate, può durare al massimo 7 giorni. In questo modo il manicomio di San Giovanni chiude, lasciando il posto a cliniche dove i pazienti non vengono più considerati pericolosi per sé e per gli altri e dove non devono più essere tenuti a distanza. «Si creano luoghi per aiutarli - continua Dell’Acqua - dove non c’è il rischio di una perdita dei loro diritti o di una condizione di uomini ridotti a oggetti, come accadeva un tempo». Del resto la follia da sempre è stata una componente dell’esistenza umana, che già Erasmo de Rotterdam nel 1500 con il suo “Elogio della pazzia”, trattava dicendo: «Vedete con quanta preveggenza la natura, madre del genere umano, ha badato perché non manchi in nessun luogo, per condimento, un zinzin di pazzia».

Muriel Doz(Liceo scientifico G. Galilei Trieste)

 

(Mercoledì 21 maggio 2008, Il Piccolo - Speciali)

[articolo inserito il 21-05-2008]

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