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* Rassegna Stampa

Quella «luce» emanata da Basaglia

TRIESTE Grande successo di pubblico l’altra sera allo Stabile Sloveno di Trieste per il debutto dello spettacolo teatrale «La luce di dentro. Viva Franco Basaglia», messo in scena dagli attori dell’Accademia della Follia con la regia di Giuliano Scabia, a trent’anni dalla Legge 180, riadattando un testo dello scomparso attore-regista-autore Gianni Fenzi.Risate, commozione fino alle lacrime, ripetuti battimani a scena aperta, emozioni e ancora emozioni, così è stato accolto «La luce di dentro» da un pubblico che mai si sarebbe potuto immaginare più disomogeneo e insolito. Numerosi i giovani e giovanissimi in sala mescolati ai rappresentanti della vita politica, tra i quali il neoassessore regionale alla Salute e protezione sociale Vladimiro Kosic, a cittadini appassionati di teatro, a noti artisti triestini e non, cabarettisti, giornalisti, architetti, pensionati, operatori della salute e del sociale pubblici e privati, ai «fedelissimi» infine, protagonisti e artefici dell’avventura basagliana.Quelli che hanno costruito e portato fuori dall’ex manicomio triestino di San Giovanni il leggendario azzurro Marco Cavallo. Con in testa un fantasmagorico Giuliano Scabia tornato, trent’anni dopo, a dirigere sulla scena con la sua bacchetta magica di regista Claudio Misculin nei panni del professor Basaglia e la sua Accademia della Follia, la leggendaria compagnia di attori «a rischio» nel ruolo di «matti» tornati alla vita «normale» con tutte le sue normali pazzie. E ancora Franco Rotelli, primo successore di Basaglia, Michele Zanetti, il presidente della Provincia che 40 anni fa chiamò Basaglia a spalancare le porte del «magnico frenocomio» sulla collina di San Giovanni e spianare la strada alla Legge 180, Peppe Dell’Acqua che - con Umberto Saba, Alda Merini, gli stessi Scabia, Misculin e Darko Kuzma, l’attore-falegname «a rischio»... di una standing ovation - firma alcuni dei geniali inserti nel copione di Gianni Fenzi, Angela Pianca la psicologa che ha accompagnato dagli inizi la nascita e l’evoluzione del primo «teatro di matti» nella storia del nostro paese. E molti molti altri a festeggiare insieme un giorno di storia indimenticabile. Senza retorica, senza nostalgia, senza rimpianti.Dolcemente, lievemente. Con la leggerezza azzurra di Marco Cavallo «benedetta la nostra bestia», il suo canto, la poesia, la musica, i suoi mille colori e diecimila calori, la sua voglia matta di vivere, che giovedì sera ha travolto più di 500 persone con la più morbida e delicata delle potenze: «la violenza della speranza». Per dirci che è davvero l’ultima a morire.

Kenka Lekovich

(Domenica 18 maggio 2008, Il Piccolo - Cultura)

[articolo inserito il 21-05-2008]

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