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* Rassegna Stampa

La «Cronaca del cambiamento» in un libro con le fotografie di Claudio Ernè

E Basaglia spalancò i cancelli del manicomio

TRIESTE - Una tovaglia non può diventare il simbolo di una rivoluzione. E un gattino bianco e nero non può reggere da solo il peso di una delle grandi utopie del Novecento. Eppure, proprio un canovaccio steso sopra un modesto tavolo e un micetto di strada finiscono per trasformarsi in semplici, potentissimi simboli di quella che è stata la fabbrica del cambiamento portata da Franco Basaglia dentro il manicomio. Ed è da lì, forse, che si potrebbe partire per raccontare che cos’è stato il ciclone Basaglia all’interno del manicomio. Da quella tovaglia che, stesa su un tavolo pronto per il pranzo, trasformava uno dei reparti dell’ospedale psichiatrico di San Giovanni, a Trieste, in un posto più familiare, meno estraneo alle persone ricoverate. O, ancora, si potrebbe prendere spunto da quel gatto di strada accoccolato vicino a una donna che, terminato il pranzo, si gode una sigaretta in santa pace. Quasi fosse a casa sua. Due immagini, queste, pescate tra le tantissime che vanno a formare un libro davvero unico. Quello in cui il giornalista e fotografo triestino Claudio Ernè ha voluto raccontare, servendosi quasi solo degli scatti, delle inquadrature, il periodo di Franco Basaglia a San Giovanni. Si intitola «Basaglia a Trieste. Cronaca del cambiamento», lo pubblica Stampa Alternativa-Nuovi Equilibri (euro 18) ed è accompagnato da due interventi di Peppe Dell’Acqua e Franco Rotelli. Le parole, in questo libro, sono soltanto ospiti. Lo stesso Ernè si limita a scrivere poche scarne paginette per raccontare come ha preso forma quel viaggio per immagini nel lungo periodo vissuto all’interno del manicomio, a scrutare con l’obiettivo di una macchina fotografica tutto quello che Franco Basaglia faceva accadere dentro l’ospedale psichiatrico. E tutto quello che accadeva attorno a Franco Basaglia. «Avevo sei anni e mio padre mi teneva per mano mentre salivamo la collina di San Giovanni - racconta Ernè -. Era il 6 gennaio 1953, il giorno della Befana. Camminavamo sul lato destro del viale, con pesanti cappotti addosso. Era la prima volta che entravo in quel grande parco e i miei genitori mi avevano raccontato, prima di uscire di casa, che lì vivevano i matti». I matti, appunto. Gente che la società preferiva esorcizzare. Uomini e donne dal comportamento bizzarro, accompagnati da problemi di socializzazione, da brutte storie di alcol e droga. Persone che venivano isolate, rimosse, dimenticate. Curate con le docce gelide, legate ai letti, sottoposte a elettroshock, addirittura lobotomizzate per renderle tranquille, ragionevoli. Ecco, in quel mondo più simile a una prigione che a un ospedale, un giorno entrò Franco Basaglia. Era l’ottobre del 1971. E grazie a lui, il quell’angolo dimenticato di Trieste, in quel luogo di sofferenza, prese forma un sogno. Si aprirono le porte, sparirono i pigiami che rendevano i pazienti simili a dei carcerati, vennero eliminati i metodi di cura violenti. I «normali» cominciarono a frequentare i luoghi dei «matti». Portando musica, colori, progetti, parole, voci. Arrivarono i nomi famosi. Dal futuro Premio Nobel per la letteratura Dario Fo a Ornette Coleman, da Gino Paoli a un giovane Franco Battiato, dall’artista Ugo Guarino all’Arlecchino rock Alberto Camerini. Prese forma Marco Cavallo, il destriero turchino che valicò l’invalicabile cancello di San Giovanni per attraversare tutta la città fino al Ricreatorio De Amicis, gridando ai quattro venti che la follia non era quell’incurabile, tenebrosa malattia esorcizzata per secoli con i rituali più violenti. Ma si materializzò anche la contestazione, lo scontro durissimo con gli autonomi al «réseau» di psichiatria che, malmenando Basaglia, lo accusarono addirittura di favorire un nuovo metodo di controllo sociale. Questa storia scorre cristallizzata in una serie di «clic». Si racconta da sola attraverso i volti dei protagonisti, passando per gli interni di quel mondo che la città cominciò piano piano a scoprire, a frequentare, a rifare proprio. Per i volti di uomini e donne, come Ljubo, Chucchi, Rossana, Lucio, Norma, Walter, Bruna, che fino allora erano stati confinati in una sorta di sottoscala del mondo reale. Parte dalle prime passeggiate libere per i viali del parco e approda al volo sopra il golfo di Trieste, giù giù fino a Lignano, alla laguna veneta, al Mare Adriatico, alla costa istriana, a bordo di un aereo Ati decollato il 16 settembre del 1975 da Ronchi. E in mezzo ai cento trasvolatori, a eccitatissimi viaggiatori come Umberto, che sotto la visiera del suo berretto da marinaio non staccava un attimo gli occhi dal paesaggio che scorgeva dal finestrino, c’era anche lo psichiatra sudafricano David Cooper. I processi istruiti per fermare Basaglia e i momenti di gioia collettiva nei concerti, le sculture chiamate «testimoni» che Ugo Guarino creò con pezzi di mobili dei reparti ormai smantellati e le fasi di preparazione del gigantesco cavallo di nome Marco. con Giuliano Scabia e Vittorio Basaglia lì a coordinare i volontari del Laboratorio P, sorto in una delle peggiori aree del vecchio manicomio: sono i fotogrammi di un film vero. Di un’esperienza, fino allora inimmaginabile, che ha portato alla luce, come scrive Peppe Dell’Acqua, sguardi che restituivano solitudini infinite e distanze ormai insondabili. Vite che sembravano destinate a consumarsi senza più un raggio di sole.

di Alessandro Mezzena Lona

(Sabato 22 marzo 2008, Il Piccolo - Trieste)

[articolo inserito il 22-03-2008]

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