Rassegna Stampa
Alcune delle sue più celebri canzoni rilette
con il quartetto Boltro, Rea, Gatto, Bonaccorso
Gino Paoli «in jazz» incanta la Tripcovich
TRIESTE Gino Paoli ammanta e incanta. In un incontro tra uno dei
più grandi cantautori italiani di sempre e il jazz. Ammanta
di un nuovo vestito semplice e al contempo elegantissimo le sue
composizioni storiche, tra le canzoni più belle del XX
secolo. E incanta una Sala Tripcovich affollata per applaudire
un grande figlio di queste terre. Perché, anche se tutta
Italia lo crede genovese, Paoli, è nato a Monfalcone 74
anni fa. Lo spettacolo inizia dopo le 21, con un'introduzione
dell'Accademia della Follia, che interpreta un brano di Peppe
Dell'Acqua, «Viva Basaglia», tratto dal libro «Non
ho l'arma che uccide il leone». Alle 21.25, appare sul palco,
dove campeggia la statua di Marco Cavallo, Gino Paoli con la sua
band. E subito con il brano «Time after time» scatta
il feeling, o meglio, per usare un termine jazzistico, l'interplay
tra la platea giuliana e l'autore di «Matto come un gatto»,
da sempre interessato al tema della salute mentale. Che a Trieste
si è esibito con successo tante volte, in teatro ma anche
e soprattutto nell'ex ospedale psichiatrico. E ieri con il suo
«Un incontro in jazz» ha aperto «La Fabbrica
del Cambiamento», ciclo di iniziative organizzate dall'associazione
culturale Franco Basaglia per celebrare il trentennale della legge
180 e il centenario dell'apertura del Parco di San Giovanni e
presentate alla sua presenza ieri mattina al Dipartimento di salute
mentale. Ma cosa c'entra Paoli col jazz, potrebbe chiedersi qualcuno.
Presto detto. Il jazz è un suo vecchio amore, sancito dall'album
«Milestones, un incontro in jazz» (uscito nel 2007
per l'etichetta Blue Note), inciso dal vivo con lo stesso supergruppo
– il Gotha del jazz italiano - ammirato ieri. «Milestones»,
pietre miliari – del jazz e della canzone italiana - ma
anche un richiamo a Davis. A inizio concerto Paoli, giacca nera
e camicia bianca, si sistema sullo sgabello al centro del palco,
dietro al leggio. «Andiamo». E con suoi fantastici
compagni di avventura – tutti componenti dell'affiatatissimo
quintetto di Enrico Rava, ieri assente – rivisita alcune
delle più celebri canzoni del cantautore, spogliandole
degli arrangiamenti orchestrali e rivestendole «solo»
di jazz. In un percorso di quasi due ore ricco di fascino e in
un'atmosfera di grande pathos fanno entrare «Il cielo in
una stanza» ovattata di suoni eterei e leggeri come i gabbiani
che volteggiano sul mare che ha «Sapore di sale» e
consuma i «Sassi», ci spiegano «Cosa c'è»
di magico nella musica «Quando» a suonare sono dei
grandi virtuosi; e accarezzano una «Gatta» per «Vivere
ancora» sensazioni forti. Esistono nella musica delle formule
più vicine al mondo della magia che a quello della chimica.
E questa magia si è ripetuta ieri. Iniziando dal classico
«Time after time» e, dopo un grande assolo di contrabbasso,
attraverso una swingante «La Gatta» fino a una toccante
e drammatica «Sassi» passando per «Senza Fine»
(della quale esistono nel mondo circa 300 versioni e qui «travestita»
da standard). Oltre ai brani usciti dalla sua penna, Paoli si
cimenta anche con grandi classici del jazz internazionale che
nella sua personalissima interpretazione si trasformano in piccole
gemme: dedicata ai suoi autori, con la sua straordinaria voce
canta «Amor en paz» in portoghese «Por Jobim
e Vinicius». Ed è facile innamorarsi con «I
fall in love too easily» e volare nel manto celeste con
«Fly me to the Moon», resa celebre da Frank Sinatra.
Il sostegno della band è puntuale e impeccabile: Flavio
Boltro, tromba, focoso e dalla tecnica eccezionale; Danilo Rea,
piano, motore creativo negli arrangiamenti e negli assoli; Rosario
Bonaccorso, contrabbasso, al fianco di alcuni tra i più
famosi jazzisti europei e americani e Roberto Gatto, batteria,
metronomo perfetto che ogni musicista vorrebbe avere nel suo gruppo.
Il grande carisma di Paoli fa il resto. Sul palco nonostante gli
ispirati «soli» l'atmosfera è rilassata e non
mancano alcune divertenti gag. Dopo le presentazioni di rito,
arricchite da gustosi aneddoti, è il momento degli inchini.
Si chiude alle 23.15, con un bis. Tra Paoli e il pubblico continua
«Una lunga storia d'amore». E sono emozioni «Senza
fine».
Gianfranco Terzoli
(Domenica 2 marzo 2008, Il Piccolo - Cultura
& Spettacolo)
[articolo inserito il 04-03-2008]
Ultimi articoli: [Rassegna Stampa]