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* Rassegna Stampa

Il Gip Vascotto vuole verificare la regolarità dell'intervento dei poliziotti

Riaperta l'inchiesta sulla morte di Rasman


Ripartono da capo le indagini sulla morte di Riccardo Rasman, il giovane handicappato di 34 anni, stroncato nell'ottobre del 2006 nel suo monolocale di Borgo San Sergio da un collasso innescatosi durante l'ultima fase di un intervento della polizia. Il gip Paolo Vascotto vuole chiarezza e ha riaperto l'inchiesta accogliendo la richiesta del pm Pietro Montrone. Il magistrato ha concesso altri novanta giorni per chiarire definitivamente cosa sia accaduto quella sera e soprattutto se l'intervento degli agenti della volante sia stato appropriato. In particolare il gip nell' ordinanza ha indicato di approfondire - in rapporto alla tragedia - l'aspetto delle «tecniche di neutralizzazione adottate dagli agenti». Non solo: il giudice Vascotto ha chiesto che vengano ancora interrogati dagli investigatori alcuni testimoni già indicati dai difensori, l'avvocato Giovanni Di Lullo al quale recentemente si è affiancato il collega Fabio Anselmo. E infine anche i poliziotti della seconda volante giunta quella notte dopo la morte di Rasman avvenuta come ha scritto il medico legale Fulvio Costantinides per «asfissia posizionale». Gli agenti avevano fatto irruzione nel suo appartamento perchè Rasman aveva lanciato un paio di petardi sulle persone che passavano nella sottostante strada. Lui non aveva voluto aprire la porta d'ingresso e questo suo atteggiamento aveva indotto i poliziotti a irrompere nell'alloggio dove si era sviluppata una furiosa mischia, al termine della quale Riccardo Rasman era stato ammanettato e tenuto fermo sul pavimento con le mani bloccate dietro alla schiena. Una posizione che gli era stata fatale. Quattro sono gli indagati, tutti agenti della squadra volante: Francesca Gatti, Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe De Biasi. Per loro in un primo momento era stato chiesto il proscioglimento. Ma nuovi elementi e i nuovi indizi che di fatto hanno riaperto il caso, erano stati messi a fuoco dall'indagine svolta dall'avvocato Giovanni Di Lullo. In dettaglio è emerso che alcuni degli agenti di polizia che avevano fatto irruzione il 26 ottobre 2006 nell'appartamento di via Grego 38 dal cui terrazzo Rasman aveva lanciato un paio di petardi in strada, avrebbero saputo che lo stesso Rasman era assistito da un Centro di salute mentale. Secondo le indagini difensive, l'informazione era stata fornita agli uomini in divisa dagli stessi abitanti dello stabile che avevano sollecitato l'intervento della «volante». A ulteriore prova ci sarebbero i dialoghi tra gli agenti e la sala operativa prima dell'intervento fatale. Dunque i poliziotti, secondo i difensori non potevano non sapere. E conoscendo chi si sarebbero trovati di fronte, non avrebbero dovuto fare irruzione nell'appartamento senza aver prima chiesto l'intervento di uno psichiatra. Il lancio di petardi era infatti cessato da tempo. La prova, secondo i legali, giunge dalla «specifica richiesta giunta alla Centrale operativa della questura di verificare se Rasman fosse seguito dal Centro di salute mentale di Domio». «Chiedo di capire - ha dichiarato l'avvocato Fabio Anselmo - in base a quale cultura un handicappato sia stato trattato in questo modo a causa della sua malattia. Esiste una legge sul trattamento sanitario obbligatorio con regole precise ma in quell'occasione è stata ignorata. Dovremmo vivere in un paese democratico dove i diritti più elementari devono essere rispettati. Mi chiedo, come cittadino, se il sindaco che é la massima autorità locale sanitaria, non abbia nulla da dire in proposito». In questo senso proprio pochi giorni fa la senatrice Adelaide Heidy Giuliani, madre di Carlo, il manifestante ucciso negli scontri del G8 a Genova, ha presentato un'interrogazione al ministro degli Interni.

di Corrado Barbacini

(Domenica 2 marzo 2008, Il Piccolo - Trieste)

[articolo inserito il 04-03-2008]

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