Rassegna Stampa
Paoli: «Ritorno a Trieste dove sono
stato tra i primi a suonare nel manicomio»
QUELLI DI GENOVA La serata alla Sala Tripcovich è un po'
un ritorno alle origini. Tutti noi, «quelli di Genova»
eravamo matti per il jazz soprattutto come ascoltatori Gino Paoli
ritorna a Trieste per un concerto doppiamente speciale. Musicalmente
per quanto rappresenta: un ritorno alle origini dell'artista nato
a Monfalcone ma genovese d'adozione che in questo spettacolo –
come nel fortunato cd registrato con gli stessi musicisti che
ammireremo a Trieste, «Milestones, un incontro in jazz»
- imbeve le sue straordinarie canzoni di jazz.
E perché «Un incontro in jazz» – in
programma domani sera alle 21 alla Sala Tripcovich - segna l'inizio
de «La Fabbrica del Cambiamento», insieme di iniziative
(che verranno presentate domani mattina alle 11 nella direzione
del Dipartimento di salute mentale, in via Weiss 5, in una conferenza
stampa) organizzate per il trentennale della legge 180 e il centenario
dell'apertura del Parco di San Giovanni dall'Associazione culturale
Franco Basaglia.
Un concerto che vedrà per protagonista, accanto a Paoli
il quintetto di Enrico Rava – altro triestino, anche se
solo di nascita, purtroppo assente per concomitanti impegni in
uno dei suoi tanti progetti paralleli - costituito da alcuni tra
i più grandi jazzisti italiani (Flavio Boltro, Danilo Rea,
Rosario Bonaccorso e Roberto Gatto).
Paoli ha avuto uno stretto legame con Trieste. Ci ha suonato
spesso, in teatro, solo o di recente con Ornella Vanoni, e all'aperto.
Negli anni '70 è stato tra i primi a esibirsi nell'ex Opp
– allora chiuso alla cittadinanza – e poi alla serata
di apertura della struttura alla città. «A Trieste
– ricorda Paoli - sono venuto spesso, anche perché
ho partecipato molto alle vicende del manicomio di Trieste: sono
stato il primo a tenere degli spettacoli all'interno della struttura
quando l'ospedale psichiatrico era chiuso al pubblico, quindi
ho suonato in occasione della sua apertura alla città.
E poi ho questo amico straordinario, Peppe Dell'Acqua, che è
una delle poche persone che invidio per la sua capacità
umana: io non invidio quelli che sono ricchi, ma quelli ricchi
di umanità come lui sì».
Ha sempre dimostrato una particolare sensibilità verso
il problema della salute mentale. «È una cosa che
mi ha interessato sempre. Quando avevo 16 anni andai al manicomio
di Vercelli per vedere di persona la situazione. Mi interessava
il limite che c'è tra il sano e il malato di mente e credo
di non averlo ancora capito anche se ci ho riflettuto molto. Credo
che ci sia uno scatto minimo che fa sì che una mania qualsiasi,
che tutti noi abbiamo, improvvisamente diventi talmente importante
da assorbire la tua vita. La malattia mentale mi interessa e mi
ha interessato soprattutto quello che è stato fatto a Trieste
da Basaglia e oggi da Dell'Acqua: il rivendicare per il malato
la qualità di persona e non di strumento, l'essere trattato
da essere umano. La famosa legge 180 ha un difetto sostanziale:
non è stata finanziata, quindi non c'è stata assistenza
se non quella volontaria. Eppure in certi casi, come in quello
di Trieste, si è riusciti a portare avanti il progetto
nella maniera giusta. Però queste sono cose che riguardano
i politici e io con i politici preferisco non averci a che fare».
È sempre interessante ascoltare i suoi ricordi d'infanzia,
gli aneddoti legati alle sue origini monfalconesi... «Io
a Monfalcone ci sono solo nato, ma là c'è una casa
di famiglia, quella di mia madre, che è sempre stata un
punto di riferimento per tutti noi, che poi eravamo i Rossi, non
i Paoli. C'è un "portego" dove ci sono le fotografie
di tutte le nascite da non so quanto tempo fa a oggi, dove sono
ricordati tutti gli avvenimenti. Tutte le nascite e gli sposalizi
sono avvenute lì, anche perché le varie mamme della
famiglia, che erano tutte di Monfalcone, non si facevano scappare
l'occasione di ritornarci per partorire: allora l'usanza era di
andare a casa della mamma e impiegare la levatrice di fiducia.
E io, con molto orgoglio, da piccolo, quando mi chiedevano dov'ero
nato, rispondevo "mi son nato in via Roma 40 nel letto de
mia zia". Quella casa di via Roma 40 è sempre stata
un po' un mito per tutta la famiglia».
Ma ci è tornato qualche volta? «In
seguito sono ritornato a Monfalcone diverse volte durante la guerra
e poi subito dopo, quando Trieste era territorio libero, e ci
venivo con mio zio a comprare le sigarette perché costavano
poco. A Monfalcone abitava ancora mia zia, la sorella di mia madre,
che era una donna straordinaria. Mia zia era quella che mi raccontava
le storie, tutte le cose che erano successe da queste parti ed
era questa sorta di tradizione orale che mi interessava moltissimo.
Lei pensava che io andassi a trovarla solo per farle piacere,
invece ci andavo perché faceva piacere a me parlare con
lei. Mi raccontava degli italiani scappati dagli austriaci, del
dopoguerra, la venuta dei titini, le foibe: io ho goduto della
documentazione orale di una persona che ha visto tutto e con grande
lucidità. Mia zia è stata una delle donne che ho
amato di più. Purtroppo è morta qualche anno fa
a 99 anni e credo che quella di arrivare ai cento sia l'unica
cosa che non sia riuscita a fare… E' un peccato, perché
una ricchezza così grossa come quella che aveva dentro
è andata perduta e adesso non potrà più trasmetterla.
Monfalcone in fondo è mia zia, per me».
Cosa significa per lei il jazz? «È un po' un ritorno
alle origini. Tutti noi, "quelli di Genova", eravamo
matti per il jazz. Facevano jazz per modo di dire, ma eravamo
soprattutto degli ascoltatori e degli appassionati. Quindi, in
fondo, questo è un progetto che mi riporta alle mie origini».
Riproporre i suoi classici dal vivo la emoziona ancora? «Le
canzoni sono un tema e un tema ogni volta lo puoi svolgere in
maniera diversa. Il modo dipende da te, dal pubblico e dall'emozione
di quel momento. Questo fa sì che non mi annoi mai a cantarle.
È un meccanismo in cui intervengono tanto la tua emozione
che quella del pubblico, addirittura l'emozione di quelli che
sono sul palco e questo lo rende ogni volta qualcosa di diverso.
Io poi sono un caso limite, perché non canto mai un brano
nella stessa maniera».
Come nasce il progetto con il quintetto di Rava? «Mi ha
chiamato lui perché voleva fare una serata con un cantante
e voleva che fossi io, gli ho detto di sì e l'abbiamo fatta.
La cosa è piaciuta molta a me, a loro e al pubblico e siamo
andati avanti; l'estate scorsa io non volevo lavorare e ho deciso
che avrei fatto soltanto jazz pensando che fossero due o tre date,
invece ne abbiamo fatto 30...».
Gianfranco Terzoli
(Venerdì 29 febbraio 2008, Il Piccolo
- Cultura, Spettacoli)
[articolo inserito il 04-03-2008]
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