Rassegna Stampa
Prima indagine sugli adolescenti: così tristi da farsi
del male
Stanno male, non sanno dirlo, si fanno male. Il 20 per cento degli
adolescenti (16-18 anni) si procura lesioni, non di rado confessa
apertamente di aver pensato al suicidio. I ragazzi sotto stress,
affaticati da una solitudine sociale che nessuno cura, si tagliano,
hanno incidenti (anche in motorino) con anomala frequenza, svuotano
la cassetta casalinga dei farmaci, s'ingozzano di pastiglie e
alcol. Lo ha rilevato la prima indagine sul tema realizzata in
due anni di lavoro dalla Neuropsichiatria infantile del Burlo
Garofolo e presentata ieri in un ampio convegno nell'aula magna
del liceo Galilei con specialisti e psicoterapeuti («Salute
mentale negli adolescenti: dati, riflessioni, interventi»).
Sono state analizzate 50 mila cartelle cliniche dei Pronto soccorso
di tutta la regione, e distribuiti 1100 questionari con 100 domande
ciascuno ai ragazzi degli ultimi anni delle superiori. «È
la solitudine, l'incapacità di rispondere allo stress,
di sintonizzarsi con il mondo esterno - spiega Marco Carrozzi,
direttore nella Neuropsichiatria dell'ospedale infantile - a causare
questa infelicità diffusa e spesso non riconosciuta nemmeno
dai medici di Pronto soccorso». Quali le cause? Le ha analizzate
il direttore scientifico del Burlo, Giorgio Tamburlini, evidenziando
come questi problemi saranno un'emergenza del futuro: cause genetiche,
biologiche, di giusta cura affettiva del neonato e bimbo piccolo,
sociali, economiche. Ma un'analisi efficace è venuta anche
da Maria Grazia Fava Vizziello, ordinario di Psicopatologia dinamica
dello sviluppo all'Università di Padova che ha descritto
i bambini problematici come «mutanti»: «Non
si interessano della scuola, la famiglia non riesce a influire,
non parlano più coi compagni ma comunicano coi messaggini,
parlano sulle "chat" ma non sanno ripetere un discorso
che resta estraneo al loro cuore, a sei anni sanno tanti giochini
al computer ma sono incapaci di allacciarsi le scarpe, manca il
contatto fisico con genitori, parenti, oggetti cari e costanti,
l'aiuto a elaborare lutti, segreti di famiglia, violenze, c'è
eccessiva spinta al successo, e in modo molto tragico i piccoli
sono privati dai genitori di una prospettiva sul futuro».
Dire «fai quel che vuoi, ti do tutto quel che desideri»
significa rompere una relazione educativa e produrre persone disperse
a se stesse e nei confronti del mondo esterno. Da questa indagine
partirà una seconda fase: un'azione diretta sulle scuole
in collaborazione con le Aziende sanitarie affinché sappiano
meglio capire e risolvere, in una adolescenza così critica
ancorché tanto fortunata apparentemente, il malessere «autolesionista»
delle giovani generazioni.
g. z.
(Domenica 24 febbraio 2008, Il Piccolo - Trieste)
[articolo inserito il 04-03-2008]
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