Rassegna Stampa
Trieste prepara un fitto calendario di manifestazioni per i
30 anni della legge 180
Basaglia a 30 anni dalla «rivoluzione»
Il 13 maggio 2008 Trieste vivrà un open day con dodici
ore ininterrotte di musica, letture, interventi, testimonianze,
con la città intera arredata di installazioni artistiche
a segnare i percorsi e i luoghi della salute mentale. Marco Cavallo,
il famoso simbolo della rivoluzione manicomiale promossa da Franco
Basaglia, sarà collocato in una piazza centrale; l'autobus
12, che percorre il parco di San Giovanni, viaggerà dipinto
di azzurro. Inizierà così, con una grande festa
(allargata a Gorizia e ad altri centri), l'anno delle celebrazioni
della trentennale legge 180 (1978).
Trent'anni, dunque, da allora; un lungo periodo di eventi cittadini
(in realtà, già alla fine di aprile ci sarà
il padiglione permanente del Fest al molo IV), con un calendario
fitto di iniziative a tutto campo sotto il felice nome di «Fabbrica
del cambiamento»: un cambiamento che c'è stato, che
continua ad agire attraverso tutto quello che è stato realizzato
in questi trent'anni, ma che dovrà continuare con un nuovo
slancio, dato che ora si tratta di «cercare un futuro».
A questa ricorrenza se ne intreccia un'altra: i cento anni dalla
nascita del mitico frenocomio di San Giovanni, che sarà
a propria volta oggetto di mostre, studi, manifestazioni pubbliche.
Se, come si progetta, vi verranno messe a dimora cinquemila specie
diverse di rose, il parco già splendido (oltre che intriso
di recente storia vissuta) diventerà il più grande
roseto d'Europa. La Legge 180, tutti sappiamo o crediamo di sapere
cosa è. Ha chiuso i manicomi grazie alla rivoluzione di
Basaglia (prima a Gorizia, poi negli anni Settanta a Trieste),
ha fatto sì che l'Italia facesse uno scatto in avanti sulla
salute mentale e assumesse quel ruolo di modello in Europa (e
nel mondo) che ancora detiene. Avremo l'opportunità, nel
corso del 2008, di ragionarci su e di vedere cosa ha prodotto
in termini di socializzazione e cittadinanza per coloro che soffrono
di disturbi mentali. Come a Trieste questi effetti si sono integrati
nella gestione complessiva della salute (per esempio, con l'esperimento
delle «microaree» di assistenza che è attualmente
in corso). Ma anche come, sul territorio nazionale, questi effetti
siano stati nel complesso assai lenti o del tutto inesistenti,
se è vero (dati del 2003) che in 7 servizi di Diagnosi
e cura su 10 si continua ad attuare come sistema di «cura»
la contenzione dei malati (legati ai letti, e anche peggio). Tutto
ciò, mentre a Trieste abbiamo un operatore ogni mille abitanti
e ci si occupa di diritti, cittadinanza e «protagonismo»
delle persone sofferenti. Non a caso, nel 2005, Peppe Dell'Acqua,
direttore del Dipartimento di salute mentale, è stato invitato
a Helsinki, nella seduta plenaria dell'Organizzazione mondiale
della sanità, di fronte ai rappresentanti di 53 Paesi,
a illustrare i risultati e le caratteristiche del modello triestino.
Dell'Acqua e Franco Rotelli, che oggi è al vertice dell'Azienda
sanitaria, hanno raccolto l'eredità di Basaglia. Ma sarebbero
loro i primi a correggere il tiro: non si tratta di leader, bensì
di un lavoro serrato di équipe per il quale andrebber o
fatti moltissimi nomi. Sempre alla fine degli anni Settanta, Franco
Basaglia poi scomparso nel 1980, parlò in un piccolo libro-intervista
(che andrebbe ripubblicato) dell'immagine di «una nave che
affonda». Affondava il vecchio manicomio con tutte le sue
catene istituzionali. Ma, aggiungeva subito, con la sua perspicacia
critica e la sua inquieta disillusione, che altri navigli si profilavano
all'orizzonte e che dunque si era solo agli inizi. Ciò
significa che di questa grande festa che si annuncia Basaglia
avrebbe soprattutto apprezzato le parole «cambiamento»
e «futuro». Da coniugare strettamente con un'altra
parola, «possibilità», che molto opportunamente
Dell'Acqua sottolinea in un'intensa intervista in uscita sulla
rivista «Animazione sociale». Infatti, l'essenza di
ciò che è accaduto in questi trent'anni a Trieste
(e altrove) va al di là del dettato della Legge 180, o
meglio: è la premessa necessaria per la sua realizzabilità.
«È possibile». È possibile che chi soffre
di disturbi mentali esca dal tunnel, non solo dell'istituzione
chiusa, ma da quello sociale e umano che blinda la sua esistenza,
e possa diventare cittadino a pieno titolo, titolare di una «sua»
soggettività. Diventi appunto «protagonista»,
non rinnegando la propria storia personale, non limitandosi a
sedare il disturbo con l'aiuto dei farmaci, ma trasformando l'una
e l'altro in una propria identità, riconoscibile e riconosciuta
nella comunità. È possibile. Questo attesta il lavoro
esemplare nei servizi e sul territorio in atto a Trieste. Ricordiamoci
che da secoli la «follia» subisce un interdetto micidiale
e squalificante: l'esclusione dalla soggettività e dai
suoi diritti (lo possiamo già leggere nelle Meditazioni
metafisiche di un certo René Descartes detto Cartesio).
Togliere questo interdetto è sicuramente un gesto rivoluzionario.
L'interdetto è ancora intorno a noi. Nel silenzio di moltissimi
Diagnosi e cura, e in altri cupi e più sommersi silenzi
che interessano poco ai media, i malati di mente vengono tuttora
legati, trattati come non persone, imbottiti di farmaci. E intanto
la psichiatria continua a parlare di crisi acute e di cronicità,
torna all'assalto impugnando le armi offerte dalle neuroscienze,
e in fondo proclama, sommessamente ma non tanto, che quelle di
Basaglia e dei suoi sono soltanto parole inefficaci, che occorre
affidarsi al potere dei farmaci (con relativo business) e all'unica
«cura» che essa ha sempre praticato, la segregazione,
il distacco del malato dalla società di coloro che sono
sani e dunque produttivi. Basaglia, e non solo per celia, metteva
in guardia tutti nei confronti della psichiatria. La psichiatria,
rincara oggi Dell'Acqua, «non vede il suo malato».
O, se lo vede, lo vede appunto solo come un malato, non come un
soggetto. È possibile! Si comprende l'incredulità
di molti di fronte a questa esclamazione. Eppure una montagna
di esperienze sono ormai lì a testimoniare che si può.
(Anch'io mi sono sentito incredulo e perplesso quando mi è
stata offerta l'opportunità di condurre un piccolo laboratorio
di «filosofia e vita quotidiana» al Club Zyp, cioè
in uno dei tanti luoghi della galassia triestina collegata alla
salute mentale. Ho accettato e dopo un anno di esperienza continuo
a sentirmi inadeguato: però qualcosa è successo,
si sono prodotti dei legami e una circolazione di discorsi. Personalmente
ne ho ricavato parecchio e devo dire che l'incredulità
è sparita).
Pier Aldo Rovatti
(Sabato 9 febbraio 2008, Il Piccolo - Cultura,
Spettacolo)
[articolo inserito il 04-03-2008]
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