Rassegna Stampa
Enrico Baraldi, storie di psichiatria
Uno psichiatra precipita con l'auto da un viadotto. E negli
istanti che precedono lo schianto scorrono vorticose le immagini
del suo passato: due donne fragili e bellissime, un anziano e
sovversivo dottore morto ammazzato, uno scienziato ostaggio dell'industria
farmaceutica. Ma come annunciato dal titolo, la vera protagonista
è la psichiatria, intesa nel senso più alto di ascolto
e vicinanza a chi soffre di disturbo mentale.
«Psicofarmaci agli psichiatri» (Stampa Alternativa,
pagg. 140 pagine, euro 10) , ultimo romanzo dello psichiatra Enrico
Baraldi che viene presentato oggi alle 16.30 al Club Zyp in Via
delle Beccherie 14 a Trieste, dall'autore e da Giuseppe Dell'Acqua,
direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, è
infatti un duro attacco a quanti sono convinti che basti una pastiglia
a curare la sofferenza psichica e che la rigida distanza tra medico
e paziente nel setting terapeutico sia elemento centrale della
cura anziché segnale di una relazione umana stroncata sul
nascere.
«I fattori della malattia mentale sono talmente tanti che
non si possono ridurre alla sola componente biologica trattandoli
con i farmaci, la contenzione o, come accade ancora in tante realtà
con l'elettrochoc. Chi la pensa così andrebbe sottoposto
a sua volta a una robusta dose di psicofarmaci come afferma provocatoriamente
una delle pazienti del libro», dice Enrico Baraldi, 51 anni,
direttore del Centro psicosociale di Mantova e direttore artistico
di Rete 180, la radio che da alcuni anni dà voce a chi
è affetto da sofferenza psichica (sul web www.rete.180.it).
L'eco della lezione di Basaglia («Siamo tutti suoi figli»,
sorride Baraldi) è marcata fin dalle prime pagine e assume
toni sferzanti nell'affrontare il tema del rapporto tra psichiatra
e paziente. «Si tratta di una relazione unica, del tutto
asimmetrica, per molti versi paradossale, in cui il terapeuta
non dice nulla di sé ma entra nel profondo della vita di
chi sta male – dice Baraldi –. A questa distanza va
invece contrapposta una forte vicinanza affettiva, una cura fraterna,
un mettersi in gioco dell'operatore in prima persona».
È un rovesciamento faticoso, capace però di produrre
risultati notevoli. «Bisogna imparare ad ascoltare, anziché
continuare a parlare di medicina in termini militare nella presunzione
di poter attaccare o sconfiggere le malattie – conclude
Enrico Baraldi -. Solo così possiamo cercare di far convivere
la parte sana e quella malata, preservando ciò che la persona
ha di originale e autentico».
«Nessuno possiede l'arma che uccide il leone», sussurra
il Dottore del romanzo ammettendo la finitezza delle possibilità
umane e terapeutiche. È una citazione da Franco Basaglia,
la stessa che quasi trent'anni fa proprio Giuseppe Dell'Acqua
aveva usato come titolo per il suo libro, da poco ristampato,
che narrava l'apertura del manicomio di Trieste restituendo, dopo
decenni di silenzio, voce e parole ai suoi ricoverati.
Daniela Gross
(Lunedì 28 gennaio 2008, Il Piccolo
- Cultura, Spettacolo)
[articolo inserito il 31-01-2008]
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