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* Rassegna Stampa

LA CITTA' DEL 2008 Il direttore dell'Azienda in dieci anni ha creato una capillare rete di servizi e assistenza sul territorio - «C'è meno litigiosità. in giro vedo più disponibilità a voler collaborare» - «Molti non conoscono l'attività dei Distretti, li informeremo con 50mila opuscoli»

Rotelli: Trieste migliora ma la sanità costa troppo

«Nel 2007 abbiamo calato altri mille ricoveri e non mi pare che abbiamo negato nulla ai cittadini»

di Gabriella Ziani

TRIESTE Dice che sì, Trieste è cambiata. Ha abbattuto finalmente i suoi muri: barriere ideologiche, di schieramento politico. Ma che nasconde povertà estreme. E ha bisogno urgente di innovarsi nei servizi e nella pubblica amministrazione: portare i servizi sociali del Comune nei distretti sanitari, per esempio. Franco Rotelli, direttore dell'Azienda sanitaria, non parla solo di distretti e farmaci, ma anche di visioni complessive, di agende morali e sociali, di nuovi statuti per contrastare l'infelicità umana, «condizione permanente».
Nella rinnovata villa Renner del Parco di San Giovanni (al quale la rivista di arte e storia del giardino «Rosanova» ha appena dedicato un bellissimo servizio), negli interni candidi e invasi da tanta luce naturale di questa ultima palazzina salvata dal degrado, si sentono di nuovo parole creativamente eversive e creative rispetto al vocabolario quotidiano corrente. Basta con questo tendere a crescite economiche che poi diventano fabbriche di diseguaglianza. Basta col chiudersi in un'illusoria autoprotezione dagli altri. In campo c'è ora l'urgenza di tornare a un clima solidale, all'antico quartiere dove l'alto e il basso si mischiano e consolano a vicenda.

Lei in 10 anni ha creato una enorme articolazione sanitaria sul territorio. Con quali strumenti?
Ci occupiamo di Sanità, e allora dobbiamo dare prestazioni e servizi, ma anche di Salute e questa dipende da una quantità di sforzi spesso distanti da noi. Perché alla base di tutto c'è il fatto che la condizione umana è fondamentalmente di infelicità. E noi siamo un servizio che ogni giorno si misura con malattia, problemi, morte. Dobbiamo dunque far percepire alla gente che si può condividere l'infelicità, e agli infelici far capire che è condivisa. Allora un cambiamento è possibile.

Basta questo?
Io non ho particolari speranze che lo sviluppo economico porti grandi vantaggi. Che sviluppo e redistribuzione diano la felicità alla gente è una balla.

Tutti sembrano insistere sul tema, invece.
Ma l'infelicità cresce proprio col crescere dello sviluppo, perché si crea più differenza sociale, con ciò non voglio dire che dobbiamo essere tutti poveri alla pari ma ricordare quel che mi disse qualcuno in America Latina: «Noi non abbiamo niente e condividiamo tutto, voi avete tutto e non condividete niente». Vero. Allora ogni guaio pesa sul singolo, e l'individuo non ce la fa. Basta pensare ai recenti e recentissimi omicidi in famiglia.

Più facile desiderarlo che ottenerlo, o no?
Intanto se continuiamo a costruire castelli (ospedali, case di riposo) dove spostiamo l'infelicità etichettandola come tale, pensando che tutto il resto sia il luogo del benessere, sbagliamo. Ricordo una persona che portando il figlio in ospedale voleva proteggerlo dal vedere gente che sta male. E allora chi sta male non lo guarda nessuno? E noi chi ci guarderà se staremo male? Il malessere non va mimetizzato. Adesso mentre parliamo ci sono a Trieste 12 mila diabetici, 2-3000 persone seguite dai Centri di salute mentale, 1000 dal Sert, ancor di più dall'Alcologia, 1000 sono in ospedale, 3000 in casa di riposo, 250 in Rsa, 20 terminali all'hospice, e centinaia di persone con tumore, a casa propria. Tutto questo benessere allora dov'è?

Il suo sentimento pessimista si accentua?
Io voglio dire (e senza portar sfiga, per carità) che buon obiettivo è far percepire alla gente che dobbiamo condividere l'infelicità, perché ne abbiamo bisogno tutti, se continuiamo a edificare ghetti con protezioni sempre più alte, dove i ricchi si autoblindano dietro cancelli in quartieri per ricchi, per conseguenza si definiranno anche i quartieri per poveri, un ghetto sopra l'altro. Ciò significa per chi dà servizi che deve essere dappertutto, a casa delle persone, in luoghi decentrati, nei quartieri.

Non lo si è già in parte realizzato?
Sì, questa città è già riuscita a mettere in discussione modelli di isolamento che ai suoi tempi erano stati pensati come buone soluzioni: i matti al frenocomio, gli anziani alla Maddalena, i tisici al Santorio, tutte ferite ormai chiuse. Adesso bisogna rendersi conto che anche grazie alla tecnologia per una valanga di cose non serve più l'ospedale, l'asilo, l'ospizio. Bastano due ore di cure. Cresce l'esigenza di curare «altrove», lì dove la gente vive. È lì che i problemi devono essere condivisi. Bisogna tornare a una cultura che non dice più «Non voglio che mio figlio veda», ma al contrario: «Voglio che veda com'è il mondo vero, non quello illusorio della televisione».

I nuovi accenti che si sentono a Trieste, questo dichiarato impegno a costruire, unire, rilanciare le sembra altrettanto illusorio o la città ha cambiato umore?
È del tutto evidente che c'è meno litigiosità e più disponibilità reale a voler collaborare. È cambiata la classe dirigente e comunque è diventato chiaro che non si poteva fare diversamente. La gente ne aveva piene le scatole di quell'immobilismo. Anche qui a San Giovanni per decenni era impossibile far qualcosa: adesso con Provincia, Comune e Università tutto questo ben di dio è tornato agli antichi splendori. C'erano barriere di ogni tipo. Di schieramento, di competenze, di politica.

Anche la caduta del confine è psicologicamente d'aiuto?
Per averne benefici ci vorrà tanto tempo. Un'altra generazione. Il senso di speranza comunque si misura a Trieste con pesantissimi livelli di degrado, di scarsa qualità, di desertificazione. E bisogna averli ben chiari per poterli recuperare. Va benissimo parlare di scienza, conoscenza, innovazione. Bene davvero. Ma non bisogna smettere l'osservazione di guai enormi.

Trieste tanto povera davvero?
C'è tantissima povertà, sì. E solitudine. E la somma dei due fattori è un guaio vero. Se hai soldi e sei solo, te la cavi. Se sei povero e hai molte relazioni, anche. Se sei solo, povero e magari anche vecchio è molto dura. A Trieste c'è un numero altissimo di persone delle quali non si capisce come campano, come abbiano campato fin qui. Servono strategie molto forti.

Per esempio?
Abbiamo assessorati regionali, Comuni, Ater, Aziende sanitarie, ospedali che viaggiano ciascuno per conto proprio. La vera coesione tra enti che si occupano di politiche sociali è ben lontana dall'avere gli strumenti per lavorare assieme, invece creare i collegamenti dovrebbe essere il primo lavoro, ben prima dello svolgere le funzioni proprie.

Tanta frammentazione aumenta anche i costi del sistema?
Molto, e soprattutto iperburocraticizza, producendo insensati tempi di risposta al cittadino, disperatamente lunghi. Ogni ente è votato al bene, ma alla vastità degli sforzi singoli non corrisponde un risultato all'altezza.

Lei da dove comincerebbe?
Non voglio mettere il naso in casa altrui, ma poiché i distretti hanno acquisito strutture, credibilità, tecnici, perché il Comune che ha ben altri mille compiti diversi non delega le politiche sociali, spesso sacrificate, appese a una macchina più vasta, all'Azienda sanitaria? In Veneto lo hanno già fatto. Qui ci abbiamo impiegato anni e anni per far sì che l'Ater potesse, per legge, metterci a disposizione una quota di alloggi ma adesso siamo fra i pochi ad aver sfruttato l'opportunità. Sono stati creati gruppi-appartamento, convivenze. Sarebbe un modo per calare il numero di persone in casa di riposo, perfino.

E pensa che il Comune sarà d'accordo?
Se vogliamo governare la città e aggredire le difficoltà non bastano gli apparati normali. Occorre destabilizzare. Fluidificare. Innovare per rendere più intercomunicanti i sistemi pubblici. Innovazione nella pubblica amministrazione non è solo più informatica, ma riuscire a rispondere velocemente ai problemi.

Sta diventando operativa la fusione delle Aziende di Trieste e Gorizia. Cambiamento convincente?
Parte anche il Fondo immobiliare sui beni edilizi della Sanità. Dipende da come queste cose sono gestite, se ci sono forte energia e uomini giusti. Se chi governa la Sanità può dedicarsi solo a questa, e di acquisti di beni, edilizia e altri rami d'azienda si occupano tecnici più dedicati, ci si può anche immaginare un sistema con risultati migliori a minor costo. Il successo dipende da una serie di variabili.

L'Azienda sanitaria si misura con un altissima spesa per i farmaci. Qui che cosa può cambiare?
Nel 2007 abbiamo calato altri 1000 ricoveri, in 10 anni sono passati da 40 mila a 28 mila all'anno e non mi pare che si sia negato così alcun diritto al cittadino. Nel campo dei farmaci certo c'è il rialzo dei prezzi imposto dall'industria, ma anche l'abitudine dei medici che dicono: «Io di soldi non mi occupo». È una posizione parzialmente insensata. Se lavori nel servizio pubblico, sai che a parità di principi attivi il farmaco vecchio costa la metà e per giunta è certamente più sperimentato di quello nuovo, perché vuoi pesare sulla fiscalità collettiva? Non puoi fregartene, quando usi i soldi dei cittadini. È tuo dovere prescrivere quello che costa meno. Invece c'è la pessima abitudine di voler dimostrare che si conosce la novità, per certo si sa che costa il triplo, se poi curi meglio non si sa.

Quanto spendete?
All'anno, 60 milioni di euro. Il calo di un solo punto percentuale porta un risparmio di 600 mila euro. Per dicembre 2007 avevamo messo a bilancio un aumento del 3 per cento, e invece c'è stato un consumo minore del 3. Risultato, una disponibilità di 300 mila euro. L'equivalente dello stipendio annuo di 10 infermieri col risparmio di un solo mese.

I distretti hanno acquisito così tante competenze da potersi occupare, voi dite, di quasi ogni problema del cittadino. Ma le pare che il cittadino ne sia ben a conoscenza?
Forse non ancora, informare è un problema, molta gente è disorientata. Ma stiamo per pubblicare un opuscoletto illustrativo, in 50 mila copie, che possa indirizzare verso i percorsi di cui ciascuno ha bisogno.

Ferriera. Con i suoi richiami sul pericolo per la salute pubblica lei ha portato il sindaco all'anticamera di una ordinanza di chiusura. Come vede la questione?
Certo la Ferriera è un bel rischio per la salute, e se la decisione da prendere fosse ristretta a questo aspetto tutto sarebbe chiaro e facile. Non dico che bisogna mettere su un piatto la salute, sull'altro i lavoratori e così via, e poi decidere a seconda di quale piatto pesa di più. Il fatto è che se la chiusura non viene decisa è perché probabilmente non ci sono tutti gli elementi giuridici che consentirebbero a un tribunale di passare l'atto. Le leggi sono fatte in modo tale che chi ha interesse a tenere in piedi un'attività produttiva ha molte armi in mano. Bisogna capire che giuridicamente gli strumenti sono molto rudimentali di fronte a quelli a disposizione del privato. È molto più garantito chi ha un'industria da chi vuole preservare l'ambiente. Col che non critico nessuno, a me compete solo la salute.

(domenica 13 gennaio 2008, Il Piccolo - Prima Pagina)

[articolo inserito il 21-01-2008]

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