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* Rassegna Stampa

Quarant'anni di storie, memorie, avventure di San Martino al Campo

Don Mario Vatta sulla «strada maestra»


Un romanzo vero, fatto di tragedia ma anche di allegria, di eventi straordinari e strani, quelli che intessono la vita di ciascuno, e che però in questo caso non hanno quel tratto comune che li rende, in fondo, indistinguibili. Qui siamo da un'altra parte, nel lato scuro, nelle durezze estreme, nelle fatiche che rischiano di restare senza speranza. Viandante con «quelli di strada» cui ha dato molte volte un tetto, un letto, un'indicazione geografica affinché trovassero la propria giusta direzione, Vatta – lo sa bene chi lo conosce - non è fra coloro che si sentono «caritatevoli» in quanto aiutano gli altri: è questa la sua professione, un'impostazione morale e politica, negli anni diventata un'impresa con l'apertura di case di accoglienza, dormitorio, e soprattutto costante collaborazione col Dipartimento di salute mentale, già ai tempi eroici e avventurosi di Franco Basaglia. Basaglia chiudeva i manicomi e don Vatta lo affiancava preludendo con senso sperimentale quelli che sarebbero poi stati i Centri di salute mentale. Uomo di fede «e non di religione», come egli stesso specifica, sorprende talora per la forza propulsiva e ribelle del suo pensiero debole, per la costanza intellettuale con cui scarta le sovrastrutture di questo mondo spesso inutilmente complicato e di conseguenza inconcludente per tenere ferma la barra al sodo, a ciò che è e a ciò che serve. Scandalizzato, spesso, disposto allo scandalo (in senso evangelico). Non per niente lo accompagna una musica jazz, e procede a ritmo di sax: ritmi e suoni di rivolta e di dolore che si tramutano in vigorosa attestazione di vitalità e speranza. Da cui anche questa storia raccontata, parziale come tutte le altre, incastonata di testi già apparsi quindicinalmente sul «Piccolo» in cui si è disteso a puntate un messaggio (ora cronachistico, ora più riflessivo, spesse volte gradevolmente ironico) teso a convincerci sul fatto che un po' di quiete interiore e una virtuale carezza distribuita in giro non sono affatto la peggior maniera di aggredire le giornate, i mesi, gli anni, insomma la vita che comunque è sempre in relazione con quella degli altri.

Ma per fare tutto quel che ha fatto le era necessario diventare sacerdote? «Da giovane ero quel che si dice un bravo ragazzo, bravo anche a scuola, militavo nell'Azione cattolica, e avevo una madre di grande fede, ma una fede radiosa, lei era una donna che amava scherzare e ridere... Intanto avevo preso a suonare il sassofono, frequentavo le sale da ballo; il jazz e la musica in genere sono da sempre, è noto, la mia grande passione. Anche adesso quando sono a casa ho sempre un sottofondo di musica. Ho introdotto io la musica costante nelle chiese, quando ero parroco, adesso la si trova dappertutto, ma allora era una novità assoluta. La musica mi aiuta a pregare. E ancor oggi se sento un assolo di sax dentro di me dico: "Ah, ma quando sarò grande...". Il sax è sempre sul cavalletto, sempre pronto, anche se non lo suono spesso. Così allora ero entrato in un complesso, nel 1957 avevo registrato per la Rai. Il fatto che io non abbia potuto coltivare questa mia grande passione indica quanto importante sia stato per me essere prete, prete con la gente. Tanto da mettere in secondo piano la musica». Una nostalgia continua, però. «Ma il parlare di musica, poiché anche leggo continuamente libri sulla musica, mi ha spesso aperto la muraglia dell'anima di tanti giovani. Venivano i genitori a supplicarmi: "Dica qualcosa a mio figlio, si droga, spacca tutto, beve...". Io l'avrei dovuto dissuadere parlandogli di alcol, di droga, di carcere... Avrei provocato ulteriore noia. Era invece importante creare una relazione, un rapporto. Allora spesso ho parlato di cinema, di musica, di colonne sonore, di rock, e il ragazzo sorrideva, era una strada per arrivare alla comprensione, cercavo di capire perché il rock era importante nella sua vita, e da lì avanti…». E perché non suona, se può? «No, ci vuole una scuola continua. Ma comunque in quest'ultimo periodo ho recuperato una maggiore applicazione. La musica è stata una delle luci che hanno illuminato la mia vita». E torniamo al fatto che ha deciso di diventare sacerdote. «Era l'ultimo dell'anno del 1956. Stavo suonando con il mio complesso a Palazzo Artelli, per l'Alut (...). Avevo il cuore gonfio, come facevo a suonare in una band se nello stesso tempo pensavo di entrare in seminario? A mezzanotte tutti si fanno gli auguri, e io faccio i miei auguri al Padreterno. Se dunque devo decidere, gli dico, aiutami a decidere in fretta, e cioè quest'anno».

di Gabriella Ziani

(Il Piccolo, domenica 25 novembre 2007)

[articolo inserito il 27-12-2007]

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