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Cooperative sociali: Trieste fa scuola ai giapponesi

 

Da Tokyo a Trieste per capire come funzionano le cooperative sociali e come si possono inserire nel lavoro persone in situazioni di svantaggio. A questo scopo una delegazione di dirigenti della «National association of labour banks» giapponesi, una delle più importanti banche del Paese, e della cooperativa di consumatori «Seikatsu» ha incontrato in questi giorni i responsabili della cooperativa Clu e di altre realtà site nel parco di San Giovanni. Il gruppo era già stato nella nostra città tre anni fa, nell'ambito di un viaggio che lo aveva portato anche in alcune altre realtà italiane. E da quella prima esperienza era nato un libro reportage, già diffuso in Giappone, che censisce alcune delle cooperative triestine impegnate nell'inserimento di persone dall'area dello svantaggio, tra cui la stessa Clu (Cooperativa lavoratori uniti, Franco Basaglia), che è una delle prime realtà triestine sorte subito dopo l'apertura del manicomio. L'interesse dei dirigenti giapponesi si concentra ora sulla normativa di legge e sui meccanismi di finanziamento. «In Giappone – spiega infatti Hiroki Sato, del Policy research institute for the civil sector – non esistono cooperative per inserire persone in situazioni di disagio che comunque sono tutelate dallo stato e possono venire impiegati come dipendenti». Tale approccio limita però di molto le possibilità di autonomia del singolo. «Il modello della cooperativa sociale – dice Sato – può invece consentire un inserimento nel lavoro e lo sviluppo dell'indipendenza. Per questo molte associazioni e imprese sociali oggi in Giappone chiedono si adotti una normativa analoga a quella italiana». E che da Tokyo si guardi all'Italia, e in modo particolare all'esperienza triestina in materia di welfare non è certo una novità. Da tempo sono infatti in corso incontri e scambi tra l'area della psichiatria territoriale e analoghe realtà giapponesi. Tra i più recenti e originali frutti di questo intenso dialogo, la traduzione in giapponese della «Guida ai servizi di salute mentale». Il volume scritto ovviamente con gli ideogrammi è comunque riconoscibile ai nostri occhi, se per caso lo vediamo in una vetrina di Tokio, grazie alle coloratissime figure dell'artista Ugo Pierri.

d. g.

(Il Piccolo, martedì 20 novembre 2007)

[articolo inserito il 27-12-2007]

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