Rassegna Stampa
Cogne: è ora che cali il silenzio
Siamo tutti discendenti di Caino. La nostra storia comincia con
un fratricidio, con un crimine nella famiglia. Niente di nuovo
si potrebbe dire di fronte a Cogne e a fatti analoghi che "fisiologicamente"
accadono nel corso dell'anno, non così tanti per altro,
come si pensa. Niente di nuovo. E tuttavia fatti del genere ci
trovano sempre impreparati e come se fosse sempre la prima volta
riveliamo tutto il nostro sconcerto. L'interesse così esagerato,
debordante e morboso che monta di conseguenza sembra voler coprire
con fiumi di parole la nostra insicurezza più intima e
profonda. E così in maniera esemplare è stato per
il delitto di Cogne. Sempre si cerca di mettere in scena la ricerca
del colpevole che non può che essere la follia, il mostro,
l'alieno, l'altro diverso da me. È tanto evidente il bisogno
di trovare qualcuno che incarni totalmente il colpevole che l'arresto,
e ora la condanna della madre, che continua dichiararsi innocente
e che articola con lucidità la sua difesa, crea disorientamento,
sconcerto e paura.
È una giovane donna come tante, usa le nostre parole,
esprime sentimenti ed emozioni che non facciamo fatica a riconoscere.
Non ha nulla di mostruoso. Nulla di alieno. Viene esclusa «l'infermità
di mente». E allora?
È difficile accettare che dentro di noi e intorno a noi
esistano angoli sconosciuti, sottofondi mai frequentati, sentine
dell'anima, parti altre e più che oscure, accuratamente
nascoste ed incontrollabili. Quando per una qualche circostanza
eccezionalissima, un intensissimo amore, per esempio, una perdita,
un imperdonabile torto subito, una mortificazione, un desiderio
inconfessabile ci avviciniamo a quei luoghi così poco frequentati
dobbiamo ritrarci sgomenti di fronte al potenziale di violenza,
di distruttività, di crudeltà che è dentro
di noi e per un attimo si presenta ai nostri occhi. La normalità
nel mondo comune, nel «fuori di noi», nei luoghi dei
nostri scambi, dell'incontro con l'altro, del nostro quotidiano
nasconde infinite «facce» e le une trascolorano, trasmutano,
si trasformano in altre. Le une contengono le altre. I tranquilli
vicini di casa che meditano e mettono in atto impensabili azioni
criminose. Il signore della porta accanto gentile e ordinato che
vive in una casa stracolma di spazzatura e di incredibili e inutili
collezioni di vecchi utensili di latta. Ci accorgiamo di lui solo
quando un danno all'impianto idraulico obbliga i pompieri a entrare.
Siamo circondati da angeli incatenati al loro diavolo.
La normalità del nostro mondo interno, del «dentro
di noi» è ancora più minacciata ed incerta.
Il luogo dei sentimenti, dei desideri, delle passioni non tollera
per definizione la normalità ma la cerca instancabilmente
e avverte l'evidenza del male e i segnali violenti e distruttivi
del mondo comune come minaccia dolorosa e devastante. Sogni orribili,
paurosi e apparentemente a noi estranei sono talvolta rivelatori
e quasi sempre beneficamente riproduttori di equilibri e rigeneratori
di risorse per resistere alla ambigua ruvidezza del quotidiano.
La famiglia è il luogo più segnato dall'incontro,
così fecondo, tra questi due mondi. Senza mai smettere
di essere anche la scena nascosta e terribile della «violenza»
più naturale e selvaggia. Si potrebbe dire l'indicibilità
della famiglia. Passioni, sentimenti, emozioni sono ogni giorno
in gioco. Con profondità e larghissimi spazi a disposizione.
In famiglia argini e confini sono labili o inesistenti.
Il bisogno di separare, di mettere al sicuro le parti sane dall'aggressione
e dalla contaminazione delle parti malate, è l'origine
dei manicomi, della psichiatria e della psichiatria forense e
della ostinata riduzione della follia a malattia mentale, a totale
infermità. L'irrazionalità della follia, che è
la vita, che è la tragedia, che è la gioia sfrenata
e il dolore mortale scompare nella razionalità della malattia.
La malattia viene ostinamente invocata come rassicurante colpevole
in circostanze come questa.
All'inizio del XIX secolo la monomania omicida, la cosidetta
follia lucida, venne invocata per spiegare i raccapriccianti delitti
che accadevano nella separatezza, nella riservatezza, nell'intimità
di famiglie poverissime o borghesi. Infanticidi, orribili mutilazioni,
uccisioni che nella loro minacciosa inspiegabilità, mettevano
a rischio, minacciavano la sicurezza del nascente stato di diritto.
L'ordine morale, le fondazioni etiche sembravano pericolosamente
esposte alla devastante imprevedibilità della follia.
La psichiatria, e i nascenti, manicomi assunsero il compito
di segnare il limite e da allora continuano a farlo. Di qui la
presenza degli psichiatri in storie come questa. A Cogne, poi,
un numero davvero incredibile: erano nove e tutti insieme al primo
colloquio. Non riesco davvero a immaginare come abbiano fatto
a essere vicino a quella donna, come abbiano potuto determinare
condizioni di ascolto. Come sempre si sono diligentemente disposto
a cercare una diagnosi. Gli psichiatri, a posteriori, con modalità
falsamente deduttive devono costruire ed articolare concatenazioni
causali per costruire spiegazioni. Quando di umana comprensione
si avrebbe bisogno. Gli psichiatri hanno trovato tre conclusioni:
la mamma di Cogne è stata totalmente condizionata dalla
malattia mentale; non si riscontrano malattie mentali di sorta;
è stata solo parzialmente e momentaneamente condizionata
dalla malattia. Le tre conclusioni per tre diverse linee difensive
o accusatorie.
Fatti come questi poi, sono di per sé disposti alla sovraesposizione
mediatica. Una buona pratica dell'informazione avrebbe dovuto
semmai mitigare e criticamente orientare le informazioni verso
le persone che ne sono naturalmente attratte e coinvolte. Per
questa storia così non è stato e più o meno
intenzionalmente, soprattutto adopera del patriarca della famiglia
come anche i giudici hanno annotato, si è costruita una
scena che ha portato all'eccesso l'esposizione di quella famiglia
e al paradosso la curiosità morbosa della gente. L'azione
così spropositata dei media di fronte a questi fatti appiattisce
nella paura, nella ricerca del mostruoso le domande sul mistero
della diversità. Così si alimenta l'ansia sociale,
il senso di insicurezza, il rifiuto dell'altro. L'azione dei media
finisce per diventare suo malgrado funzionale alla domanda di
politiche sempre più repressive e la spiegazione così
ostinatamente ricercata nel mostruoso, nell'alieno, nella malattia
impedisce la comprensione. Non è più possibile trovare
tramiti per riconoscere quella madre, quel fratello, quel figlio.
Non c'è più spazio per l'ascolto, il presupposto
patologico, costruisce alienità e distanza. Sicurezza alla
fine.
Al contrario, credo che è la comprensione che dobbiamo
ostinatamente ricercare e la comprensione si concretizza soltanto
nella normalità e in tutti i gesti, le azioni, le relazioni
che la compongono. Dentro la normalità (intendo nel confronto
tra quei mondi così apparentemente distanti, orribili e
dolorosi) è possibile la comprensione; nel nostro comune
mondo quotidiano e nelle nostre passioni, nei nostri incubi, nelle
nostre emozioni possiamo cogliere il senso degli eventi più
estremi. La comprensione,ovvero il confronto, il riconoscimento
dell'altro,della storia,delle presenze singolari e collettive,dei
luoghi concreti delle relazioni e degli incontri costringe al
riconoscimento dell'umano, alla costruzione di difese più
utili per noi, a percorsi di emancipazione per una intera comunità.
Parlo qui di una comprensione che sia in grado di contenere anche
la compassione, di riconoscere e vivere il dolore con l'altro.
Una comprensione capace di allontanare lo sguardo pietoso e indulgente
che riduce l'altro ancora ad alieno, diverso, distante. Non più
umano. Sto parlando di una comprensione che ci aiuti a dire con
Jean Paul Sartre che «tutto ciò che è umano
ci appartiene». Solo la comprensione nella normalità
può esorcizzare la paura che avvertiamo, dolorosa e «tragica»
dentro di noi ed intorno a noi.
Credo che ora sia veramente il momento che una porta si chiuda
alle spalle della mamma di Samuele concedendole finalmente solitudine,
silenzio e spazio per la memoria, per il rimorso, per il rimpianto.
Per fare i «conti» con se stessa, con la propria storia,
per intravedere un possibile futuro.
Peppe Dell'Acqua
Direttore DSM Trieste
(Il Piccolo, Prima Pagina, lunedì 22
ottobre 2007)
[articolo inserito il 24-10-2007]
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