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Quando la malattia migliora la qualità dei legami sociali

 

Che cosa significa oggi fare comunità? Il nuovo libro di Francesco Stoppa, «La prima curva dopo il paradiso» (Ed. Borla, pagg. 290, euro 26,00) , che sarà presentato da Pier Aldo Rovatti oggi, alle 18, a Palazzo Gregoris per Pordenonelegge.it, è un testo ricco e profondo, che si interroga con coraggio sulla natura del legame sociale dei nostri giorni. E lo fa partendo da una considerazione che lascia disorientati, cioè che oggi il senso della comunità sembra reperibile soltanto nei luoghi e attraverso gli scambi terapeutici che affrontano l'esperienza del disturbo mentale. L'incontro con la malattia e con le sue contraddizioni sembra essere una delle ultime occasioni rimaste per imparare a costruire una pratica del legame sociale. La malattia può curare una comunità e può contribuire a farla uscire dal suo immiserimento culturale e civile, strappandola alle ossessioni di normalità e di onnipotenza che l'affliggono. Organizzare la città a partire dai bisogni dei più svantaggiati aumenta lo spessore civile della nostra convivenza, cioè la malattia può rappresentare un'occasione per migliorare la qualità dei legami sociali di tutti. Ripristinare una dimensione di cittadinanza per le persone affette da disturbo mentale non rappresenta solo un gesto umanitario, ma la consapevolezza da parte di una comunità di non poter fare a meno dei propri «resti», siano essi il dolore, la malattia, la vecchiaia, la violenza, perché rappresentano un'occasione per apprendere qualcosa di se stessa, per riabilitarsi alle sue competenze etiche. Ha dunque grande importanza l'operazione politica e culturale di chi lavora oggi in salute mentale, perché non si tratta solo di incrementare le pratiche quotidiane finalizzate all'erogazione di servizi, alla razionalizzazione degli interventi, alla messa a disposizione di beni, ma anche e soprattutto di provare a rinnovare un discorso antisegregativo attorno al quale annodare una comunità. Oggi per costruire legame sociale bisogna innanzitutto riconoscere i pericoli di una segregazione che è cambiata nel tempo, non più soltanto quella delle istituzioni totali, cioè reclusione e controllo sociale, ma anche quella che nasce dall'impoverimento delle relazioni e dalla cancellazione delle differenze. La nuova segregazione è nell'omologazione del pensiero, nella dipendenza da modelli uniformi di giudizio, nella normalizzazione delle condotte accoppiata all'idealizzazione delle trasgressioni. Soprattutto è nell'ingiunzione globale a fruire di beni, di merci, di prestazioni, cioè nel dovere di consumare una «felicità» senza fine. Se Franco Basaglia e Jacques Lacan - alle cui pratiche terapeutiche Stoppa fa riferimento - possono aiutarci ancora a pensare la struttura del legame sociale della nostra epoca, questo accade perché, al di là delle loro differenze, essi hanno prodotto un discorso comune, cioè hanno rinunciato a leggere nella malattia mentale una ferita da sanare, un vuoto da riempire, un ritardo da colmare. Hanno accettato che non tutto nell'uomo è oggettivabile, non tutto è razionalità e produttività, che esiste una dimensione della differenza, della perdita e della mancanza di senso da tutelare in quanto radice stessa del nostro fare comunità. Stoppa - che lavora come psicologo al dipartimento di salute mentale di Pordenone - insiste sul bisogno di ritrovare una passione terapeutica, ossia di riprendere a coniugare una politica della cura con una poetica della cura, una strategia dell'organizzazione generale dei servizi con un amore per il sapere singolare di ciascun soggetto. Tuttavia, non sempre l'équipe curante ne sembra capace, talora, bisogna ammetterlo, a causa della preoccupante perdita di autorevolezza e della mancata assunzione di responsabilità del suo ceto professionale. In parte, tale situazione è compensata dall'emergere di nuove figure di operatori: si tratta di coloro che lavorano nel privato sociale, nella cooperazione, nel volontariato civile, sempre più presenti nei luoghi di cura e nelle esperienze comunitarie, anche se ancora sprovvisti di mandati istituzionali precisi. Spesso precari o in formazione, comunque inadeguatamente retribuiti, rischiano di essere le prime vittime di dinamiche di frustrazione e disinvestimento. E tuttavia sono capaci, per la stessa mancanza di definizione del loro ruolo, di assumere una funzione terapeutica più duttile e versatile, adatta a mettersi accanto alla persona, ad accompagnarla, a mediare le relazioni con gli altri e a introdurla nel mondo. In definitiva, a costruire legame sociale, lavorando sul senso delle regole di una comunità. Perché l'arte della cura non è imporre una norma di convivenza rigida per tutti, ma lavorare perché la norma diventi sostenibile per ciascuno.

Mario Colucci

(Sabato 22 settembre 2007, Il Piccolo – Cultura e Spettacolo)

[articolo inserito il 11-10-2007]

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