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* Rassegna Stampa

Sulla vicenda della madre con i figli rinchiusi da anni in casa
intervengono i servizi psichiatrici dell'Azienda sanitaria

In cura gli autosegregati di via Concordia

Beppe Dell'Acqua: «Aiuteremo la famiglia,
ma ci vorranno anni per tornare alla normalità»

«Può salvarsi e ricominciare a vivere la famiglia trovata sabato tra le immondizie in un alloggio di via Concordia e poi ricoverata all'ospedale. Non sarà un lavoro facile ma sono ottimista. Serve una presa in carico forte, con risorse, medici, psicologi, psichiatri, badanti e assistenti sociali».
Lo ha affermato ieri Beppe Dell'Acqua, direttore dei servizi psichiatrici dell'Azienda sanitaria. Lui queste situazioni di estrema periferia della vita le conosce bene. Da almeno trent'anni ci ha vissuto a stretto contatto, toccando il disagio con le mani e col cuore. E' stato in trincea nel manicomio di San Giovanni che Franco Basaglia ha iniziato ad aprire nei primi anni Settanta, incocciando nell'ostilità di molti. E ha seguito passo passo tutto l'evolversi e il dispiegarsi sul territorio della nostra provincia dei servizi sanitari decentrati.

«Un risultato positivo non può mancare - afferma Dell'Acqua - ma serve tempo per fare uscire quella madre e i suoi due figli dal baratro in cui si sono lasciati scivolare. Non è questione di un aiuto nè di giorni, nè di settimane: Ma di mesi e forse anni. I risultati arrivano perché non è la prima volta che a Trieste affrontiamo come Azienda sanitaria casi analoghi. Da qualche tempo abbiamo attivato quelli che si chiamano interventi di microarea. Coinvolgono tra le altre Ponziana, il Vaticano, e la zona di Giarizzole. Interveniamo, compiamo visite negli appartamenti e nelle case anche senza essere chiamati. E' usale che emergano situazioni di ritiro progressivo dalla vita, scivolamenti che talvolta possono anche concludersi con la morte. E' qualcosa di insito nellee realtà urbane. A New York, a quanto so, emergono ogni 24 ore tre o quattro casi analoghi a quelli di via Concordia. Ma non leggo questi situazioni in chiave di psicopatologia, non attribuisco loro un nome o una codifica per inserirle in un cassetto o in un registro delel 'malattie' o delel sindromi. Cerco invece di paragonarle con la nostre esperienze, con una tendenza che è in tutti noi di rimandare le scelte nel tempo per evitare il ripetersi di esperienze negative. Non vado dal medico perché ho paura della diagnosi, non mi confronto con altri per non perdere e non subire una seconda o una terza delusione».

«Non so cosa abbia determinato in questa famiglia l'arresto dal tempo, la frattura delle loro vite» afferma ancora Beppe Dell'Acqua. «Sono comunque indotto a pensare che la svolta radicale delel loro vite potrebbe essere stata determinata dalla morte del capofamiglia. Da qui la scelta di 'fare domani'. E il giorno successivo rimandarla ancora a un altro domani. Una catena senza fine. La madre e i suoi due figli in sintesi non hanno scelto, non hanno deciso scietemente di autosegregarsi in casa, di non lavarsi più, di accumulare immondizie con quel che ne è seguito. Si sono lasciati scivolare giorno dopo giorno verso questa periferia dell'anima, adattandosi progressivamente alle nuove situazioni senza scegliere. I letti sfatti, la sporcizia accumulata, gli abiti divenuti stracci, la scelta di non uscire più dall'alloggio, sono diventati per loro un nuovo spazio accettabile e possibile».

«Dobbiamo interrogarci per capire perchè fino a sabato nessuno ha segnalato questa situazione in modo che venisse risolta. In noi abbiamo incorporato un maliteso senso di privacy. Riteniamo che gli altri non debbano entrare negli spazi di nostra 'proprietà. Spesso ci isoliamo. Ora dobbiamo capire come possiamo rimettere in gioco la presenza dell'altro nella nostra vita. Ognuno di noi sta mediamente bene con se stesso, ma abbiamo comunque bisogno di rapportarci con l'altro. Nei sentimentimenti, nel lavoro, ma anche nel gioco. Invece in questa famiglia si è interrotta la ricerca dell'altro. Qualcuno in quella casa di via Concordia ha avvisato i carabinieri perché ha ritenuto che la sua privacy fosse stata violata da quella famiglia. Sarà stato per l'odore che usciva dall'alloggio o per preservare il proprio appartamento. Ma è accaduto proprio questo. In precedenza qualche intervento c'era stato, ma settoriale, parcelizzato, affidato ad associazioni benefiche o caritatevoli. Ognuno però ha agito nella logica della propria competenza frammentata. Tutti hanno fatto il loro dovere, ma tre persone hanno rischiato grosso. Ecco perché serve una presa in carico forte. Risorse, persone, tempo. Un aiuto non solo per l'oggi o per il domani, ma per mesi e forse anni. Si possono salvare, anzi un risultato positivo non può mancare».

di Claudio Ernè

(Lunedì 11 settembre, Il Piccolo - Trieste)

[articolo inserito il 11-09-2006]

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