Rassegna Stampa
Anziani legati e case di riposo
A seguito alla denuncia che in questi giorni è apparsa
sulla stampa locale, fatta dall'Azienda servizi sanitari,
rivolta ad alcune case di riposo private, per l'uso indiscriminato
e inammissibile di mezzi di contenzione fisici e farmacologici,
effettuato a danno e su persone anziane, mi permetto di osservare
e di segnalare che simile denuncia era già stata fatta
dal direttore del Dipartimento di salute mentale dottor Giuseppe
Dell'Acqua, in una «lettera aperta inviata ai giornalisti
italiani, affidandola al magazine digitale Il Barbiere della Sera».
Dove si leggeva a un certo punto della lettera: «E sempre
in questo momento sono centomila i nostri vecchi legati negli
istituti e nelle case di riposo». Questo avveniva il 13
febbraio 2004. Nei primi mesi di quest'anno ho effettuato
presso un presidio sanitario locale il tirocinio per il conseguimento
di una qualifica professionale. In quel periodo e in quella unità
era accolta una persona (donna), afflitta dalla malattia di Alzheimer,
senza altre patologie interessate alla degenza in quel reparto.
L'accoglimento era dovuto per motivi socio-assistenziali,
in quanto il congiunto (il marito) era stato ricoverato nella
divisione ortopedica del medesimo presidio sanitario. Quindi,
impossibilità per la signora di essere assistita al suo
domicilio (il cambiamento del posto abituale per la persona malata
di Alzheimer crea grosse problematiche) in quanto non aveva altre
persone che l'accudissero. Assistere una persona con la
malattia di Alzheimer diventa una situazione faticosa, gravosa
e di difficile gestione, in modo particolare per chi non conosce
la malattia e non conosca l'anamnesi del malato. Una delle
condizioni che affligge il malato di Alzheimer è il vagabondaggio
e perdita d'orientamento. Perdere il senso dell'orientamento
comporta un potenziale pericolo, in quanto il malato può
allontanarsi da dove si trova, se ne ha la possibilità,
e non riuscire più a tornarvi o comunque perdersi, impaurirsi
o mettersi in situazioni pericolose. Situazione e condizione che
sono venute a verificarsi. La signora, per tre/quattro volte è
scomparsa dal reparto ed è stata ritrovata dopo alcune
ore in posti diversi. Dopo questi allontanamenti, sono stati adottati
trattamenti farmacologici, rendendo la persona in stato soporoso
e inebetita a qualsiasi movimento, quindi messa a letto e lasciatacela
per diverse ore. Il trattamento veniva ripetuto ogni volta che
la signora dava segni di agitazione o al manifestarsi di comportamenti
di vagabondaggio. Ora, se in un presidio sanitario-ospedaliero,
dove c'è la presenza di personale qualificato e professionale,
vengono adottate certe misure di contenzione, figuriamoci in quelle
case di riposo private in cui, magari vi sono più persone
malate di Alzheimer d'assistere e non v'è la
presenza sufficiente di personale e, talvolta personale senza
alcuna formazione professionale. A quanto esposto mi pongo delle
domande! Perché solo adesso l'Azienda servizi sanitari
ha effettuato i controlli e solo nelle case di riposo private?
Perché la signora malata d'Alzheimer, si trovava
accolta in un presidio ospedaliero anziché in una struttura
protetta istituzionale, atta ad accogliere persone in situazioni
d'emergenza? Perché non viene rispettata la legge
328/2000 che predispone l'integrazione tra sanità
e servizi sociali? Su quest'ultimo «perché»,
a conferma di quanto scritto, emerge dalla segnalazione, apparsa
sul quotidiano locale in data 1/7 u.s. a firma Carlo Grilli, assessore
alla Promozione e protezione sociale (la mancanza d'integrazione,
collaborazione e coordinamento tra Sanità e servizi sociali),
che replica e puntualizza le affermazioni fatte nell'intervista
alla dottoressa Maila Mislej responsabile del servizio infermieristico
dell'Azienda servizi sanitari, apparsa sul medesimo quotidiano
in data 18/6 c.a. Lascio al lettore qualsiasi considerazione e
interpretazione e ad altri esaurienti risposte.
Sergio Vicini
(Giovedì 3 agosto, Il Piccolo - Trieste)
[articolo inserito il 11-09-2006]
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