Rassegna Stampa
L'intervento
L'Italia superi la sua frammentazione
Livia Turco, in un recente incontro a Cagliari con amministratori
e operatori sanitari, ha dichiarato che la salute mentale è
una priorità del suo ministero. Nel programma dell'Unione,
ora del governo, un paragrafo, per altro molto impegnativo, è
dedicato all'argomento.
Questo ha giustamente alimentato le aspettative di cittadini,
di familiari, di operatori, ma soprattutto delle persone con disturbo
mentale, ormai molto consapevoli.
L'assetto legislativo del nostro Paese, che ora viene ampiamente
ripreso dal Parlamento Europeo per tradurlo nel Libro Verde “Migliorare
la Salute Mentale in Europa”, e le diffuse positive esperienze
organizzative, le buone pratiche già attuate nel territorio
nazionale rappresentano quanto di prezioso si è prodotto
in questi 25 anni.
Ma il vero banco di prova sarà la capacità del governo
di assumere la salute mentale come questione nazionale, superando
la frammentazione che si è prodotta con i singoli assetti
regionali. Infatti le diverse forme di autonomia hanno prodotto
venti sistemi sanitari, con le relative differenze organizzative.
Ciò rende sempre più diseguale e precario l'esigibilità
del diritto alla cura: sono drammaticamente difformi le risorse
impegnate e i percorsi terapeutici, le opportunità (abilitative,
formative, di inserimento lavorativo) e gli stessi servizi del
territorio. Di conseguenza il ricorso al trattamento sanitario
obbligatorio (TSO) e al ricovero è spesso dannoso, tardivo,
burocratico, inutilmente violento e lesivo dei più elementari
diritti. Solo per fare un esempio quantitativo: la media nazionale
dei TSO si attesta sui tre ogni diecimila abitanti, ma in alcune
aree il tasso triplica e in altre si riduce di 1/5.
E' indispensabile che il governo adotti un punto di vista unitario
che diventi metro di giudizio generale e condiviso. La salute
mentale è una questione nazionale e sta diventando europea.
Cittadinanza, persona, individuo sono le parole che ricorrono
nel documento di Helsinki (OMS, gennaio 2006), che sono riprese
nel già citato Libro Verde che la Commissione del Parlamento
Europeo ha licenziato e che presto verrà approvato dall'Assemblea
Plenaria di Strasburgo. Questo atto d'indirizzo segna la svolta
che oggi viene chiesta a tutti i Governi europei per far uscire
da una condizione non più accettabile le persone con disturbo
mentale e le loro famiglie.
La cura e il lavoro terapeutico si possono materializzare solo
garantendo cittadinanza e diritto, rispettando ogni singola esperienza
umana, valorizzando la singolarità e la differenza che
ognuno porta con la propria storia. Non è solo la difesa
di maniera della Legge 180 che aumenta le possibilità di
ripresa delle persone con disturbo mentale: bisogna accettare
la sfida del diritto alla cura e alla salute per tutti, ripensando
le strategie e le forme dell'organizzazione dei sistemi sociali
e sanitari, spostando i percorsi di cura e di assistenza dagli
ospedali e dalle grandi istituzioni ai contesti di vita dei vecchi,
delle persone con malattie croniche e invalidanti, degli uomini
e donne che per varie ragioni sono indeboliti nel corpo, nel diritto
e nell'identità.
E' di una profonda innovazione nel campo sociale di cui ha bisogno
il nostro Paese.
Oggi è quanto mai chiaro che la vita e il destino delle
persone con disturbo mentale e delle loro famiglie non sono più
ineluttabilmente segnati. Operatori e operatrici, volontari, familiari,
amministratori, cittadini, persone con disturbo mentale, sempre
più presenti con le loro associazioni, hanno potuto sperimentare
culture e pratiche innovative e contribuiscono nella quotidianità
al cambiamento.
Una rete di servizi è ormai presente in ogni provincia
e azienda sanitaria italiana, tuttavia le risorse messe in campo
risentono di molte approssimazioni amministrative e sono assolutamente
insufficienti. La qualità dell'assistenza resta in generale
scadente: i Centri di Salute Mentale, tranne poche eccezioni (50
CSM 24ore in Friuli Venezia Giulia e in Campania), sono aperti
solo da 7 a 12 ore al giorno per non più di 6 giorni la
settimana, immiserendo e vanificando i percorsi di cura possibili.
I servizi ospedalieri di diagnosi e cura psichiatrica sono spesso
angusti, collocati in luoghi indecenti, con le porte sbarrate,
dove legare le persone diventa consuetudine. Una ricerca recente
dell'Istituto Superiore della Sanità rivela che 7 servizi
su 10 usano queste pratiche. Le strutture residenziali finiscono
spesso per essere luoghi pietrificati, dove i percorsi abilitativi
e di socializzazione si snaturano in proposte di attività
senza tempo e senza senso.
In molte regioni le indicazioni dei Progetti Obiettivi Nazionali
e delle “buone pratiche” vengono ignorati. Fino alle
scelte di dirottare il grosso delle risorse per finanziare la
gestione di strutture neomanicomiali (come è accaduto nel
Lazio) o alla confusione organizzativa e all'abbandono dei pazienti
a più basso potere contrattuale nei circuiti assistenziali
privati (come in Lombardia) o alla frammentazione dei Dipartimenti
di Salute Mentale (DSM) (come è successo in Toscana e in
Umbria) o alla proliferazione di strutture private che recludono
nuovi veri e propri manicomi (come in Calabria o in Sicilia).
In generale le aziende sanitarie investono poco nella salute mentale,
spesso i DSM languono abbandonati a se stessi o in condizioni
di pesante marginalità rispetto ad altre attività
sanitarie o sociali ritenute più importanti.
Si capisce così che l'abbandono denunciato dalle famiglie,
l'inguaribilità e la cronicità che sembrano riemergere
dal passato, nascondono l'inerzia e l'incapacità della
psichiatria accademica e dei governi locali di vedere i propri
limiti e di produrre organizzazioni efficaci. Queste situazioni,
questi rischi e queste riflessioni che, in misure e coloriture
diverse, si ripropongono in quasi tutte le Regioni italiane, dovranno
essere il motivo conduttore dell'azione del governo nazionale.
Bisognerà sperimentare strumenti ed incentivi affinchè
i governi regionali si sentano obbligati ad assumere responsabilità
e iniziativa. Riformulare con attenzione i piani socio-sanitari.
Restituire risorse e promuovere articolati sistemi di integrazione.
Impegnarsi contro ogni forma di psichiatria restrittiva. Avviare
la realizzazione di Centri di Salute Mentale aperti 24 ore su
24 e sette giorni su sette. Rendere belli e accoglienti i luoghi
della cura e del vivere. Favorire lo sviluppo e la crescita delle
cooperative sociali. Restituire forza e capacità al servizio
pubblico per coordinare e integrare l'offerta dei privati, impedendo
che la debolezza delle politiche di welfare alimenti la crescita
di un privato privo di regole e autoreferenziale. Occuparsi della
salute mentale in carcere, realizzando la presenza del servizio
sanitario regionale negli istituti penitenziari e segnando la
fine di ogni forma di medicina penitenziaria separata. Promuovere
e sostenere programmi personalizzati per chi rischia la deriva
dell'ospedale psichiatrico giudiziario.
Nei 5 anni di governo appena trascorsi non è accaduto nulla
(per fortuna!) e quindi molto si è deteriorato. Dunque
resta ancora più imbarazzante e intollerabile la dissociazione
tra pratiche ed enunciazioni teoriche, tra principi e modelli
organizzativi, tra risorse in campo e percorsi reali di cura.
Bisogna con rapidità operare scelte di campo decisive che
sono già alla nostra portata. E oggi è davvero possibile.
Peppe Dell'Acqua
Direttore Dipartimento di Salute Mentale di Trieste
(Il Sole-24 Ore - Sanità - Settimanale
13-19-giugno 2006)
[articolo inserito il 28-06-2006]
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