Rassegna Stampa
Indagine sulle case di risposo triestine
«In 22 strutture su 38 la porta è sempre chiusa»
IL DIBATTITO Dal giurista che si occupa di questioni sanitarie
sono venute ieri, alla Stazione marittima, suggestioni fortissime.
Francesco Maisto, procuratore aggiunto alla procura di Milano,
ha raccontato la storia di due donne, anzi tre: la prima, chiusa
in manicomio e legata al letto, è morta in un incendio
perché le era impedita la fuga. La seconda, un'anziana
un po' eccentrica (ma non certo «matta») è
stata fatta interdire e internare dalla figlia che con la complicità
di uno psichiatra amico si è così assicurata i soldi
della genitrice. E' stata condannata. Livia Bicego, responsabile
infermieristica del Dipartimento di salute mentale e attualmente
impegnata nel «progetto contro la contenzione» ha
scoperto attraverso l'indagine nelle case di riposo triestine
che in 27 strutture delle 38 fin qui monitorate «la porta
è chiusa di notte, e in 22 anche di giorno». La domanda
sottintesa è sulle condizioni di sicurezza. Ma la questione
diventa anche simbolica: «Perché entrare in una casa
di riposo quasi sempre significa non uscirne mai più?».
Questioni cruciali, che affannano tante famiglie, oberate anche
dai costi, e contrastate dall'Azienda sanitaria che lavora per
ampliare l'assistenza domiciliare e per introdurre una nuova cultura
di «cure alla persona». Guardare con questi occhi
le case di riposo (anche le migliori) porta i sanitari a notare
la negatività della segregazione in un ambiente collettivo:
«La tv sempre accesa, nessun accesso al telefono o poco
agevole, nessuno che legga il giornale». Perdere contezza
del mondo è una via senza ritorno, ma chi vuole risollevare
le sorti degli altri deve mettersi in gioco senza risparmio, come
avverte la Mislej nel suo libro dedicato agli studenti di Scienze
infermieristiche: «Se non vi sentite in grado, non potrete
farlo».
g. z.
(Venerdì 26 maggio 2006, Il Piccolo)
[articolo inserito il 22-06-2006]
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