Rassegna Stampa
La legge 180: rompere un tabù
Si sentiva il bisogno delle considerazioni di Marco Coslovich
nell'appassionato e sicuramente scomodo articolo sulla legge 180,
apparso sul Piccolo di domenica 6 gennaio, articolo che, sono
certa, aprirà un dibattito dai toni molto accesi. Si sentiva
il bisogno di rompere il tabù che vuole questa legge non
solo «intoccabile» ma anche «indiscutibile»:
un tabù presente anche, forse soprattutto, nella cultura
della sinistra e in tutte quelle persone, di indubbia fede democratica,
da sempre attente ai bisogni e ai diritti di tutti i «soggetti
deboli» che pure hanno colto – o sperimentato direttamente
o indirettamente – molti dei nodi critici che caratterizzano
la cura e la gestione della salute mentale nella nostra città
e nel nostro Paese. Il rischio è quello di macchiarsi di
alto tradimento mettendo in discussione una legge che ha rappresentato
una vera e propria rivoluzione culturale in cui molti di noi hanno
creduto, e per buona parte dei suoi aspetti, continuano a credere.
Sia ben chiaro, se c'è bisogno di dirlo, che nessuna di
queste persone mette in dubbio la necessità storica di
questa legge e l'indiscussa umanità e competenza della
figura di Franco Basaglia, cui siamo tutti debitori; sia ben chiaro
che nessuna di queste persone pensa, nel modo più assoluto,
alla riproposizione di una qualunque forma di manicomio, vecchio
o nuovo, grande o piccolo, con qualunque denominazione subdola
e insidiosa possa ripresentarsi. Del resto, e per fortuna, la
stessa parola manicomio pare scomparsa non solo dal vocabolario
ma forse anche dal pensiero della gente (tranne, è bene
ricordarlo, dagli sfortunati che l'hanno sperimentato di persona
e non sono pochi). Capisco che la legge 180, per i suoi contenuti
quasi «eversivi» e per i rischi, sempre presenti,
di un ritorno indietro, possa essere stata difesa ad oltranza
dal mondo della psichiatria (o dell'antipsichiatria). Capisco,
ma è tempo di aprire uno spazio di riflessione critica,
e anche autocritica, sui problemi della cura e del supporto non
solo alle persone gravemente sofferenti e compromesse sul piano
psichico e ai loro familiari – i malati gravi di cui parla
Marco Coslovich – ma anche ad altre persone con problemi
di salute mentale magari non invalidanti ma certamente causa di
personali «inferni» quotidiani. Perché, credo
di poterlo dire anche da profana, le malattie mentali cambiano
così come cambia la società (50 anni fa nessuno
parlava e forse nessuno aveva degli attacchi di panico eppure
oggi se ne disserta perfino nei talk-show televisivi). E dove
vanno le persone «normali» quando stanno veramente
male e non hanno i soldi – e di soldi ce ne sono sempre
meno – per accedere ai costosissimi studi degli psicologi,
degli psicoanalisti, degli psicoterapeuti e di quant'altro (e
c'è davvero molto altro) offre il mercato? Possono anch'esse
rivolgersi ai centri di salute mentale? Ci sono operatori a sufficienza,
preparati a sufficienza? E i pazienti più gravi trovano
davvero, almeno loro, in questi centri le risposte ai loro bisogni?
E quali sono i problemi emergenti che infieriscono sul benessere
psichico delle persone, delle comunità? Si sente la mancanza
anche di questo, di analisi, riflessioni, denunce da parte degli
«addetti ai lavori», di nuove proposte e di nuovi
strumenti. Perché è certo che di discutere di questi
temi c'è un gran bisogno, ma è indispensabile che
il dibattito sia il più possibile sereno ed aperto all'ascolto
delle voci di tutti, fuori dalla logica dell'«o con me o
contro di me»: il rischio, questo sì davvero grave,
è che certi silenzi, certe lacune, certi errori che non
scalfiscono i principi inderogabili della legge, ma la rendono
talora inefficace, prestino il fianco a pericolose battaglie di
retroguardia che davvero non vorremmo affrontare...
(Roberta Zoldan)
(Giovedì 19 gennaio 2006, Il Piccolo)
[articolo inserito il 25-01-2006]
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