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«180» e diritto alla salute

DALLA PRIMA PAGINA Molto meno se corrisponde alla presunzione di poter intervenire su qualsiasi tema per semplice proprietà transitiva. Il ragionamento vale per il giudizio sommario che Marco Coslovich dà della legge 180, ritenendola «ispirata dai filosofi piuttosto che dai legislatori» e contestando «che una legge sulla salute pubblica si ispiri a una visione ideologica». Se è stato giusto - sostiene Coslovich - superare i manicomi - ora «bisogna pensare alla sofferenza e al disagio delle famiglie e degli ammalati. Le parole e gli slogan devono lasciare spazio alla professionalità e ai servizi». Non so se Coslovich conosca la 180. Né se sappia che essa ha dato applicazione all'art. 32 della Costituzione, disciplinando gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori (Tso) per malattia mentale, il relativo procedimento, la tutela giurisdizionale, le modalità dei Tso in condizioni di degenza ospedaliera e il trasferimento alle Regioni delle funzioni in materia di assistenza ospedaliera psichiatrica. E forse ignora come solo poche Regioni, tra le quali la nostra, abbiano dato applicazione a quest'ultimo punto; come i primi strumenti di attuazione sono stati previsti solo dal 1994 dal primo Progetto obiettivo e costantemente rinviati. Come gli obiettivi di finanziamento della riforma siano stati sostanzialmente disattesi, nell'ambito di una concezione «ospedalocentrica» che ha sempre fatto fatica a liberare risorse per i servizi a radice territoriale. Come, proprio per affrontare questa situazione, i presidenti delle Regioni abbiano sottoscritto un «Patto per la salute mentale» nel quale hanno ribadito la validità dell'impianto legislativo, e assunto l'impegno - tradotto in un protocollo del febbraio 2002 - a sostenere l'istituzione dei Dipartimenti e di dotarli di strutture e personale. Il che vuol dire che in tante parti d'Italia mancano gli uni e gli altri. E che ciò avviene da un lato perché la 180 non è stata ancora ben digerita dal sistema sanitario, dall'altro perchè questo governo ha cercato di seppellire la «riforma Bindi», che prevedeva la definizione dei livelli essenziali di assistenza per le attività socio-assistenziali. Se vogliamo discutere di questo, allora bisogna dirlo e il campo è aperto. Ma i giudizi sulla legge sono inaccettabili e l'impostazione di Coslovich pericolosa. È assurdo pensare che in psichiatria ci sia un approccio tecnico e uno ideologico. Ci sono impostazioni diverse, ispirate a visioni e concezioni ideali diverse. Quella della 180 e della «riforma Bindi» mira ad attuare il diritto alla salute come diritto di cittadinanza. Quella del governo contrappone il welfare allo sviluppo e punta ad affidare alle dinamiche del profitto anche la salute. Il legislatore, nel lontano 1978, si è ispirato dunque a una visione ampia dei diritti di cittadinanza propria della Costituzione e non a ideologie collettivistiche o rivoluzionarie. E ha ritenuto di attuarli attraverso una visione scientifica e terapeutica indicata dal direttore del Dipartimento di salute mentale del Oms come uno dei pochi eventi innovativi nel campo della psichiatria su scala mondiale. Non so neppure quanto Coslovich conosca le sofferenze dei pazienti e delle famiglie. È un discorso che affronto con molto pudore, perché so bene quanta sofferenza e quanta fatica porti in una famiglia una situazione di disagio mentale. Lo conosco non solo per la consuetudine di frequentazione con gli amici del dipartimento e dei centri, per le discussioni con tanti operatori iscritti alla Cgil, ma per esperienze personali. E quindi rispetto il dolore di chi non la pensa come me. E chiedo altrettanto rispetto. Ma quel dolore si affronta, appunto, aumentando le risorse, il personale, individuando strutture, cercando le sinergie tra pubblico e privato. Tutto ciò richiede soldi e fatica, professionalità e spirito di sacrificio. Del quale mi sento di ringraziare tutti coloro che a Trieste operano nel campo della salute mentale. Un lavoro duro e difficile, che alberga nella quotidianità degli operatori e talvolta la sconvolge, che logora. E che richiede di parlarne sommessamente, con quella umiltà che Coslovich chiede ai fautori della riforma basagliana, ma dalla quale esime se stesso.

(Franco Belci, segretario generale Cgil Trieste)

(Domenica 8 gennaio 2006, Il Piccolo)

[articolo inserito il 18-01-2006]

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