Rassegna Stampa
«180»: troppo perfetta
DALLA PRIMA PAGINA Famiglie che sono spesso crogiolo e luogo
di dolore difficilmente sopportabile sia dall'ammalato sia dai
famigliari - allora questa legge «troppo perfetta»
bisogna calarla dal cielo in terra e ragionarci sopra. La prima
critica da fare è che la legge ha un target politico preciso.
Che una legge sulla salute pubblica s'ispiri ad una visione ideologica,
in sé non funziona. Ciò ha generato parecchia confusione.
Se era giusto parlare di «reclusione» per gli ammalati
psichici di trent'anni fa o di ospedali psichiatrici come «carceri»,
oggi bisognerebbe adeguare anche il linguaggio e pensare alla
sofferenza e al disagio delle famiglie e degli ammalati che necessitano
di soccorso costante ed effettivo. In altre parole la psichiatria
non deve più pretendere di essere un vettore di contestazione
sociale e rinfacciare ai mali della società i mali del
disagio mentale. Le parole d'ordine e gli slogan, devono lasciare
spazio alla professionalità e ai servizi. Ma, dirà
qualcuno, dal punto di vista della capacità organizzativa
Trieste, dove la riforma ha avuto origine, costituisce un modello
ammirato a livello internazionale. Ma a farsi carico delle problematiche
del disagio mentale sono soprattutto le cooperative che gestiscono
i servizi domiciliari e le residenze sul territorio, un vero e
proprio piccolo esercito al servizio della casta degli psichiatri.
È su questo piccolo esercito, motivato e militante, che
poggia gran parte della realizzazione faticosissima, della riforma
basagliana. E allora come non riconoscere che la professionalità
medico sanitaria di fronte a questo si è progressivamente
decentrata? Come non rendersi conto che gli psichiatri sono diventati
degli opinion leader, dei guru, che scrivono mirabili saggi e
libri sull'uso ideologico dei farmaci? E come non rendersi conto
che il piccolo esercito dei servizi domiciliari non può
surrogare la funzione medico sanitaria? La rivoluzione basagliana
dispone di una carta dei principi che tutti condividiamo, di un
manipolo di generali di alta capacità intellettuale e culturale,
di un esercito di militanti che ne surroga la funzione sostenendo
l'urto quotidiano della sofferenza e della malattia mentale. Una
struttura che ha indubbiamente sollevato la sofferenza degli ammalati,
ma che agisce anche come una lobby, secondo una disposizione gerarchica
precisa, preoccupata di auto conservarsi e con un grosso limite:
una scarsa capacità di espansione nel resto del Paese.
È come se l'esperienza basagliana avesse attinto da tutto
il territorio nazionale le sue più profonde risorse (nel
corso degli anni a Trieste sono confluiti tantissimi operatori
da fuori) lasciando il Paese prosciugato e senza capacità
di rinnovamento. Il risultato è stato lo svuotamento delle
funzioni e del ruolo istituzionale della pubblica sanità
a tutela dell'ammalato grave. In questo senso mi pare che un ulteriore
appunto vada rivolto ai fautori della riforma basagliana: la scarsa
propensione all'auto critica accompagnate da un certo sprezzo
intellettuale. Credo, invece, che a 27 anni di distanza dell'introduzione
della legge Basaglia, la rivoluzione psichiatrica avrebbe il bisogno
di fare onestamente il punto della situazione con un po' di umiltà,
rifuggendo da ogni retorica rivoluzionaria sulla sofferenza. Il
Paese imperfetto attende una risposta.
(Marco Coslovich)
(Venerdì 6 gennaio 2006, Il Piccolo)
[articolo inserito il 18-01-2006]
Ultimi articoli: [Rassegna Stampa]