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* Rassegna Stampa

Per Franco Basaglia (e la figlia di Joyce)

"E' un pezzo della nostra storia, dovete conoscerla".
Così dissi ai miei studenti a fine lezione in una grigia mattinata di novembre. L'indomani, presso il Dipartimento di Salute Mentale dell'ASL B di Roma, proprio di fronte al nostro Liceo, c'era una iniziativa su Franco Basaglia. Era stata promossa da una associazione di familiari. Dissi loro che era importante partecipare, per conoscere. “E' grazie ad uno psichiatra coraggioso come Basaglia se i manicomi sono stati chiusi”. Qualche parola sulla 180 e un po' di curiosità sui “matti“.

Vennero tutti e noi familiari fummo contenti che tra il pubblico ci fosse un gruppo di diciannovenni ad ascoltare ed imparare di storia italiana, di vissuti personali e di vita quotidiana. Anche alcune amiche madri di figli con handicap fisico erano presenti, le avevo invitate. La sofferenza non ha steccati.

Vedemmo un Corto prima dell'intervento degli ospiti: una giovane donna è accompagnata dall'operatore, forse uno psichiatra o assistente sociale, alla fermata di un autobus. Ha il biglietto in mano. L'operatore la saluta. Passa un autobus, ne passa un altro e ancora un altro. La ragazza non sale. Passa il tempo. Il nonno è preoccupato, l'aspetta, telefona all'operatore . La ragazza è sempre là alla fermata, vicino ad un albero che la nasconde e la protegge. Vede una bicicletta appoggiata al marciapiede. Flash back, l'infanzia, il padre e una bicicletta. La prende, vi sale e comincia a pedalare libera e sicura tra il traffico.

Il recupero delle risorse smarrite che però rimangono in ognuno di noi, secondo la propria storia, fu il senso del commento e l'inizio del dibattito.

Fine anni sessanta, Basaglia, Gorizia, Trieste, il 1978, la legge 180, l'importanza del territorio, dei Centri di Salute Mentale, le mancate risorse, i soldi alle cliniche private, il lavoro. Questi furono gli argomenti oggetto del dibattito, che poi sono l'attualità di sempre.
I miei studenti ascoltarono composti e attenti, avrei ricevuto anche le congratulazioni dei presenti per la loro educazione. Antonella, un'alunna, ruppe il loro riserbo e chiese: “Perché se si sono chiusi i manicomi si danno i soldi alle cliniche private?”.

Fu quello che più li sorprese quando commentammo l'iniziativa il giorno dopo a scuola.

Letizia parlò del suo timore, di quando vede la gente che le sembra strana, che non sta bene, e poi se ne sentono tante per televisione, ha paura. Piero intervenne sostenendo che quello che noi vediamo strano è soggettivo e rimanda a dei codici di comportamento riconosciuti che ci definiscono che cosa è la normalità e che cosa è la non normalità. E in più, aggiunsi io, e non potei trattenermi, i nostri figli hanno paura degli altri e la paura non sempre si controlla, ma questo può valere per tutti. Simona ricordò che aveva visto in cassetta “Qualcuno volò sul Nido del Cuculo”, “Prof. ce la vediamo insieme?” Io mi sono commossa.

Insegno lingua e letteratura inglese. Proprio in quel novembre leggevamo Portrait of The Artist as a Young Man, il primo capitolo. Avevamo già studiato la vita di James Joyce e il suo peregrinare tra Dublino, Trieste, Zurigo e Parigi. Avevo fatto qualche accenno alla figlia, che fu anche paziente di Jung, ma per me era troppo doloroso aggiungere altro.

Luciana sicuramente ricordava questo particolare perché mi chiese per quanto tempo Lucia Joyce fosse rimasta in manicomio. Il manicomio, già, e comunque Lucia era pur sempre la figlia di Joyce e i luoghi della sua istituzionalizzazione furono sicuramente meno miserabili di quelli vissuti da molti altri, ma questo non può mitigare il desiderio per ciò che è “fuori”.

Per sempre, risposi.

Allora non potei esimermi dal raccontare di questa donna, nata a Trieste nel 1907, ed internata definitivamente nel 1936, in Francia, a soli 29 anni. Il padre, James Joyce le aveva dato questo nome perché lei fosse la luce dei suoi occhi e invece perse “il lume della ragione“. Così mi venne di descriverla, perché il suo fu un destino rovesciato. Il disagio cominciò a manifestarsi fortemente verso la fine degli anni '20 dopo anni di intensa dedizione alla danza e dopo la rinuncia per non essere arrivata prima in una competizione.

Lucia aveva studiato con il fratello di Isadora Duncan , Margaret Morris, Jean Borlin e fatto parte di compagnie di danza moderna, innovative e di rottura per gli schemi tradizionali dell‘epoca. Lei aveva cercato di ritagliarsi una identità di donna emancipata nella Parigi allora culla dell‘arte, aveva amato Samuel Beckett (non riamata), ma fu, ahimè, sempre e soprattutto e per tutti la figlia di un genio. Seguirono tentativi di suicidio, camicie di forza. Fuori e dentro le cliniche.

Doveva essere difficile vivere con due genitori come i Joyce con la loro irlandesità, le troppe contraddizioni, la genialità e la difficile quotidianità, da una casa all'altra, da nazione a nazione e le lingue da apprendere sin dalla tenera infanzia. I Joyce si sposarono nel 1931, ma cercarono sempre di mantenere una parvenza di famiglia borghese. E per una figlia allora si voleva ben altro di un palcoscenico di danza libera. Tra la cerchia degli intellettuali parigini si era sempre mormorato che, sì, la figlia di Joyce era un po' strana, che già “Da quando aveva vent'anni dimostrava metà dei suoi anni“. Lo stigma, la paura dell'etichetta di pazza, anche loro, i Joyce l'avevano subita. Una volta uno psichiatra mi disse che per una famiglia avere in casa una persona che soffre di disturbo mentale è come vivere in un cono d'ombra.
E poi l'internamento, per sempre.
Il padre le portava i dolci italiani ogni domenica, quando andava a trovarla. Per lei, che aveva sempre continuato a parlare italiano in famiglia, fu sempre il babbo. La madre non andò mai a trovarla. Il fratello se ne disinteressò. Quando i genitori morirono, Joyce nel '41 e la madre nel '51, Lucia fu trasferita dalla Francia in un ospedale psichiatrico inglese e lì morì nel 1982; era stata “dentro” per ben 55 anni.
Se Lucia fosse tornata a Trieste o vi fosse rimasta, forse sarebbe finita lo stesso in manicomio, al San Giovanni, conclusi con rimpianto , ma poi avrebbe conosciuto Basaglia e lui avrebbe saputo interpretare il linguaggio dei suoi sogni ,come il linguaggio della sua realtà. Il recupero delle sue risorse, libera di camminare e di danzare oltre i cancelli.
Non seppe mai dello psichiatra che restituì la parola ai matti , lei che era nata a Trieste e che amava i dolci italiani.
Fine della lezione. I compiti per il giorno dopo, Stephen Dedalus e altro.
Gli dovremmo fare un monumento a Franco Basaglia.

(Anna Maria De Angelis)

(Martedì 30 agosto 2005, L'Unità)

[articolo inserito il 30-08-2005]

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