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* Rassegna Stampa

Non si prestano a commemorazioni la storia, il pensiero, la straordinaria opera di Franco Basaglia.
Non si presta a diventare ricorrenza questo giorno, a venticinque anni da quella sua morte prematura e amara, oggi resa ancora più dolorosa dalla recente scomparsa della moglie Franca Ongaro.

Perchè sullo sfondo di un'assenza che strozza i pensieri, non possiamo esimerci dal vedere quanto diffusa e viva continui ad essere la disarmante impresa di quest'uomo, capace di una radicalità teorica e pratica inedite nel panorama culturale italiano ed europeo del 900.
Basta incontrare le migliaia di persone che hanno potuto beneficiare di servizi costruiti intorno all'idea che non si possa curare nessuno recidendo il suo già fragile e problematico legame con il mondo o neutralizzare la sofferenza mentale nel grande circuito della segregazione e della custodia.
Basta attraversare lo spessore di un dibattito che continua ostinatamente a riproporre le questioni cruciali poste da Basaglia: il nesso tra il sapere e le pratiche della psichiatria, la necessità che fuori dal manicomio lo psichiatra si disfi degli strumenti, dei metodi e delle modalità di intervento tradizionali, che ripensi al proprio ruolo e al sapere che lo sorregge rinunciando a ridurre la cura a semplice silenziatore della sofferenza.
La necessità di riportare la cura sul terreno da cui la sofferenza proviene che poi è quello della comunità: un terreno di pregiudizi, di paure, di solitudini, di barriere comunicative, un terreno, tuttavia, che è anche il solo in grado di restituire alla persona ciò che la sofferenza temporaneamente sospende. Basta entrare nel sito del Forum per la Salute Mentale, fortemente voluto da Franca Ongaro Basaglia un anno prima della sua morte, per accorgersi che le intuizioni basagliane sono oggi il tessuto comune di una molteplicità di esperienze, di riflessioni, di battaglie non più revocabili. Diffidando della medicalizzazione della malattia mentale, e più in generale, dell'ideologia che la scienza incarna, Basaglia intende innanzitutto sottrarsi a quel pessimismo della ragione che ha commutato l'incontro con la sofferenza in un non incontro, in un oltraggio. Si impegna, nella sua pratica quotidiana, per rompere questo sbarramento, per sperimentare altri incontri, per fondare la speranza di un altro gesto terapeutico. Il suo impegno intellettuale, la sua idea di stato sociale, la sua ininterrotto sfiorzo di deistituzionalizzare le istituzioni rappresentano traguardi su cui pochissimi erano stati disposti a scommettre. Ma Basaglia dedicò tutta la sua vita a lottare per rendere possibile l'impossibile. Per spostare, per dirla con De Luca, il limite mobile di quanto ciascuno è disposto ad ammettere. Che per lui però, non doveva né poteva essere il frutto di una forzatura privata, teorica, o peggio semplicemente estetica, ma l'esito di un capovolgimento radicale che sancisce l'inammissibilità di ciò che è normalmente, da i più intendo, ritenuto possibile. “ Non vorrei parlare di ciò ci ha lasciato Basaglia, quasi fosse un patrimonio o un'eredità destinata ad esaurirsi. Perché invece Basaglia ha gettato semi la cui forza consiste nel fatto che continuano a crescere, a dare frutti. Lo scopriamo nella quotidianità del nostro lavoro e non solo nelle pratiche istituzionali”. A parlare è Peppe Dell' Acqua, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste, collaboratore di Basaglia già dai primi anni 70. Tra i suoi eredi più fedeli "" Quello che continua a sorprenderci è la sua forza di credere nell'utopia della realtà ( che poi è il titolo dell'antologia dei suoi scritti curata da Franca Ongaro Basaglia e appena uscito da Einaudi ). Oggi, infatti, ci è si data la possibilità di alimentare utopie, desideri, sogni purchè se ne rimandi la realizzazione ad un non ben definito al di là. Ciò che prevale è un continuo rimarcare la realtà, le necessità istituzionali, le risorse disponibili, la malattia, l'organicità, il bisogno di sicurezza, di controllo, insomma l'ineluttabilità e l'incontrovertbilità del “dato di fatto”. Di una realtà che dobbiamo dare per scontata. Di cui non possiamo sospettare e che, ci viene suggerito, non può essere cambiata. Basaglia ci ha insegnato, al contrario, che l'impossibile può diventare possibile, che l'utopia può diventare il nostro mondo. Può diventare realtà. Ed ogni giorno mi accorgo che questo straordinario lascito continua a contagiare noi, contagia i giovani e moltiplica le esperienze. A restituire speranza: Per questo non possiamo dimenticarci di Basaglia. E nemmeno pensare di restituirlo ai memoriali."

(Anna Poma)

(Lunedì 29 agosto 2005, varie fonti)

[articolo inserito il 29-08-2005]

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