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Il 29 agosto 1980 moriva l'uomo che restituì la parola ai matti

Basaglia che svelò la follia e la miseria dei manicomi

Venticinque anni fa, il 29 agosto 1980, scompariva Franco Basaglia: una data che vogliamo segnare con una riflessione su quanto sia attuale, significativo e relativamente misconosciuto, al di là della "vulgata" sull'essere il padre della 180, il suo pensiero.

Basaglia è stato uno straordinario intellettuale che non solo ha rivoluzionato per sempre la risposta alla malattia mentale ma ha gettato luce sui problemi del mondo: «la malattia e la normalità hanno senso, cioè significano, soltanto se colte nel contesto del mondo-della-vita al quale appartengono e non a partire da categorie predefinite di salute e malattia».

Alla domanda che cosa è la psichiatria, secondo Franco, il movimento italiano di psichiatria democratica che comincia a Gorizia, risponde che qualunque vocazione terapeutica, sia nell'enfasi posta sull'istituzione che nell'investimento del sociale e del territorio, condanna la psichiatria alla sua presunzione originaria: quella di volere, senza peraltro mai riuscirci, espellere, dal suo ordine depurato, il carico della miseria e della povertà che le viene costantemente assegnato. Questo carico non rappresenta la sua cattiva eredità, il suo anacronismo, ma è la sua contraddizione e la sua condanna, il suo oggetto sociale.

Follia e miseria (cfr. con il recentissimo numero monografico "Povertà" della rivista Inoltre di Ivan della Mea ed. Jaca Book) sono due termini cosi intrecciati ed intrisi l'uno dell'altro da apparirci, in alcuni momenti, come due facce della stessa medaglia. Stiamo pensando alla miseria nella sua accezione più vasta quella di povertà economica, di poteri, di relazioni, di affetti. Quel mostro che penetra il corpo e la mente restringendone ogni possibilità. Pensiamo che si possa dire, un po' metaforicamente, che i manicomi erano in Italia e sono nel resto del mondo "cattedrali alla povertà" razionalizzate, mistificate e naturalizzate dai tecnici come luoghi di cura.

Se la follia è dunque voce confusa con la miseria capiamo perché Basaglia insisterà sempre nel ricordare che «un lavoro territoriale non avrebbe avuto efficacia se si fosse staccato da un impegno forte di lotta contro l'esclusione sociale, contro la povertà e contro le istituzioni che ne rappresentano per così dire, la finta soluzione». Basaglia si è impegnato a dimostrare come la riconoscibilità della follia si sviluppi storicamente all'interno dei processi di inclusione/esclusione dal mercato del lavoro. In tal senso, usò come metodo il collegamento dell'analisi dell'assetto psichiatrico in relazione con le evoluzioni e trasformazioni sociali con l'emergere dell'industrialismo.

«Si polarizza intorno ai luoghi della produzione un'ampia e composita area sociale che costituisce, al tempo stesso, la ricchezza di una nazione (in quanto riserva di forza-lavoro) e la sua miseria, in quanto miseria delle condizioni in cui essa vive. In questa area sociale, che identifica e contiene tutti coloro che altro non sono che lavoro sul mercato, si ritagliano, variabili in ampiezza, le fasce di coloro che sono inclusi nel mondo produttivo e di quanti la variabile rigidità dei criteri di selezione tende ad eludere…nel composito mondo della miseria va così definendosi la sua area produttiva e perciò stessa razionale, sana. All'opposto è situato tutto ciò che in quanto improduttivo, è invalidato a priori e rientra in quella area sociale in cui le scienze umane scoprono, classificano e separano la devianza e la malattia e via via le devianze e le malattie».

Ancora Basaglia: «Il sistema produttivo che è venuto affermandosi si fonda sull'appropriazione della soggettività dell'uomo, quindi sulla riduzione del corpo organico a corpo, e sulla tendenziale identificazione fra corpo sociale e corpo economico. Il corpo sociale non è, infatti, che l'insieme dei sistemi- dipendenti dal corpo economico, quindi dal sistema produttivo - che organizzano la massa, ridotta a tanti corpi privi di soggettività. La dialettica uomo/organizzazione si riduce, di fatto, al tentativo di identificare corpo e corpo economico, per facilitare l'assorbimento dell'uno nell'altro. E' solo in questa dimensione di graduale espropriazione della soggettività dell'uomo che sarà possibile il suo smistamento nelle istituzioni della produzione e dello sfruttamento, o in quelle dell'invalidazione e dell'internamento, riducendo il corpo espropriato a immagine della logica che lo espropria…In medicina, la clinica aveva già attuato questo processo che continuerà nella oggettivazione che la ragione fa della follia". D'altra parte su questo tema Foucault aveva una posizione radicale, quella che la follia fosse in primo luogo ciò che viene escluso.

«La miseria ha tante facce: quella della fame e dell'indigenza e quella dell'impoverimento totale dell'esistenza umana. La razionalità borghese ha conservato la prima nelle sacche necessarie all'equilibrio della logica economica su cui si fonda, ma ha prodotto la seconda nel suo stesso seno. E' in questo mondo generalizzato di miseria economica e psicologica che i bisogni si esprimono in modo confuso e indifferenziato: bisogni che nascono dall'urgenza della vita, da un corpo che non accetta di essere mutilato e mortificato, da una soggettività che non vuole essere repressa e violentata e che trova stretto lo spazio che le viene concesso».

Inoltre, sempre per sottolineare le migliaia di connessioni inscindibili che esistono come una ragnatela tra soggettività sofferenti, affettività, devianza e dati socio-economici vale la pena di ricordare che già venti anni fa, molto lucidamente e senza infingimenti, Risso e Frigessi ci spiegavano il nesso stretto tra migrazione e psichiatria: «Lo sviluppo sempre più accurato di una nosologia psichiatrica nasce nello stesso periodo in cui nasce la grande ondata migratoria moderna... la logica della psichiatria e quella della emigrazione sono strettamente legate e dipendenti dalla loro funzionalità al mercato del lavoro…».

Ci sembra questa un'epoca dove la povertà è dipinta come un vizio di pochi mentre la ricchezza appare essere una virtù di chi è capace di raggiungere il successo.

Per indagare ulteriormente il nesso esistente tra "malattie mentali" e stratificazione sociale ci rifacciamo a Hollingshead e Redlich nel Connetticut, che nel 1957 dimostrarono una correlazione estremamente significativa tra la gravità psichiatrica e la classe sociale di appartenenza dei soggetti.

La presenza nel nostro paese ed in tutto l'occidente dell'idea che si possa rispondere alla miseria con le grandi istituzioni del controllo sociale produce conseguenze molto concrete e reali che si estendono anche al di fuori dello stretto ambito psichiatrico, come i Centri di Permanenza Temporanea per gli immigrati, ricostruzione di luoghi chiusi e separati con caratteristiche molto simili ai manicomi di una volta. D'altra parte non possiamo non accennare ad un'altra grande istituzione totale: il carcere. Basta solo un dato per definire una realtà agghiacciante, i due terzi dei detenuti sono immigrati, tossicodipendenti, nomadi ecc. cioè fanno parte di quelle fasce di popolazione che avrebbero necessità di ben altro che la detenzione in un luogo chiuso. Franco Basaglia è partito dallo specifico psichiatrico come punto di osservazione privilegiato dei meccanismi di funzionamento della società per affrontare sì la sofferenza, ma anche condizioni di rischio come alterità/diversità, esclusione/inclusione, benessere individuale/benessere collettivo, nodi hard non eludibili se si vuole rispondere a domande che spesso si presentano come epifenomeni di bisogni di sopravvivenza biologica e/o sociale.

A sua volta Foucault diceva: «…in particolare nei gruppi più sfavoriti, più miserabili. L'internamento veniva avvertito come una sorta di necessità per risolvere i problemi che le persone avevano tra di loro. I conflitti gravi all'interno delle famiglie, anche nelle più povere, non potevano essere risolti senza problema, senza internamento. Di qui la nascita di tutta una letteratura in cui le persone spiegano alle istanze del potere quanto una moglie sia stata infedele, quanto una donna abbia ingannato il marito, quanto i figli siano insopportabili. Esse stesse invocano l'incarcerazione dei colpevoli nella lingua del potere dominante».

Il potere che garantisce l'ordine sociale e separa la norma dalla devianza, infatti, non è semplice imposizione autoritaria, ma trasversalmente nutre e si nutre di tutte le soggettività che lo subiscono, lo introiettano, lo esercitano, lo trasmettono, lo riproducono. Nella stessa gerarchia delle istituzioni totali siano essi lager, carceri o manicomi, all'interno della stessa desolazione si costituiscono tra i reclusi stratificazioni di potere che appaiono aberranti.

Vale la pena in questa fase storica di riaffrontare il tema del rapporto stretto tra follia e miseria e di tessere le nostre riflessioni in una trama di connessioni tra povertà, potere, organizzazione sociale, soggettività, carenze ecc.

Z. Bauman coglie appieno la correlazione tra «…afflizione oggettiva e esperienza soggettiva: Una guerra (si riferisce a quella contro la miseria umana) che può essere combattuta con successo soltanto se, dopo essere stata rivelata e riconosciuta, la libertà umana potrà essere dispiegata appieno nella lotta contro le fonti sociali di tutta l'infelicità, compresa quella più individuale e privata». La "questione follia" costituisce uno spazio problematico all'interno del quale verificare efficacemente le fonti sociali dell'infelicità, soprattutto nelle sue forme squisitamente individuali e private, o "intime e segrete", per usare le parole di Bourdieu. ( cfr A. Altamura)

Nell'ultimo periodo della sua vita, Franco Basaglia, stava lavorando su una intuizione: «lo specifico non esiste se la miseria materiale, psicologica e sociale viene debellata e la malattia esiste solo in rapporto all'accettazione dello stato attuale delle cose come semplice atto naturale». Su ciò Basaglia aveva già scritto, avvertendo «che la miseria ci impedisce di esprimere i nostri stessi bisogni e ci costringe a trovare strade anomale e tortuose che passano attraverso la mediazione della malattia, perché ci è impedito di esprimerci in modo immediato». Questa linea di ricerca fu, purtroppo, interrotta dalla sua precoce morte. Anche per questa enorme perdita la psichiatria italiana diventata per il suo contributo la più avanzata del mondo per la chiusura dei manicomi si è progressivamente e lentamente "normalizzata" e ri-medicalizzata.

Stupisce che ancora sopravviva lo stigma della malattia mentale, che è di certo un ostacolo alla cura, tra gli stessi operatori della salute mentale all'interno dei servizi del doporiforma. In Italia molti Dipartimenti di Salute Mentale hanno accettato o "subìto" che il proprio servizio diventasse solo crocevia di consensi per legittimare l'assetto esistente. Si è cercato di ripulire lo spazio di lavoro dal sociale, ritornando ad una clinica separata. C'è stata una rimozione collettiva delle tragedie prodotte dalla psichiatria manicomiale, un po' sulla falsa riga di un certo "revisionismo storico". Noi invece, come chi ha visto un Lager, proponiamo di continuare la lotta contro i manicomi e la manicomialità per evitare che essi rinascano anche sotto mentite spoglie.

Ribadiamo oggi che «finchè si tratta di bisogni indifferenziati, in cui ragione e sragione, follia, delirio, violenza, precarietà, credenze e riti sono mescolati e confusi nella penuria di un'esistenza, vissuta sotto la minaccia di una morte cruda, bestialità, errore, peccato, colpa, degenerazione, sregolatezza, vizio, sono giudizi di valore che accomunano tutte le forme della sragione; ma anche tutti i modi in cui si possono esprimere miseria, fame, oppressione, sporcizia, malattia, indigenza. La faccia della fame non è lontana da quella della follia e le loro voci si confondono se nessuno le ascolta o se non hanno diritto di parola». Ascoltare, saper ascoltare, senza preconcetti che inficiano la comunicazione, è una capacità non molto diffusa nel nostro mondo.

E' ancora necessario lavorare alla ricomposizione dell'artificiosa separatezza tra psiche e soma e restituire importanza al "corpo non oggettivato". Ripensare a Sartre per parlare di libertà, inautenticità, scelta, malafede, a Goffman come punto di riferimento per la critica all'istituzione psichiatrica, a Foucault per continuare ad interrogarci sulla follia e sulla sua convivenza con la cosiddetta ragione. Follia, non solo oggetto, ma anche mezzo di conoscenza, che ha a che fare con la verità e viceversa, prima di essere riassorbita e "sparire" nel manicomio come malattia mentale

Ci sembra attuale la costante verifica dei rapporti umani concreti, soprattutto in relazione alle situazioni in cui il dislivello di potere e di sapere è dato come naturale, e conseguentemente, indiscutibile. Su questo punto è fondamentale l'analisi dei rapporti di potere così come della falsa coscienza che Basaglia aveva ripreso da Marx.
Il compito è, dunque, quello di accompagnare ciascuno verso la conquista di una libertà che è consapevolezza della propria ed altrui storia e diritto ad essere soggetto. Libertà nel senso sartriano non è consenso o successo, ma "determinarsi a volere mediante se stessi".

Un'altra delle caratteristiche di Basaglia per cui venne ferocemente criticato fu il suo rivendicare l'utopia. Per sostenere il suo punto di vista usiamo Claudio Magris: «L'Utopia significa non arrendersi alle cose così come sono e lottare per come dovrebbero essere; saper che il mondo ha bisogno di essere cambiato e riscattato. L'utopia dà senso alla vita, perché esige oltre ogni verosimiglianza, che la vita abbia un senso».

L'ultimo dei paradossi, a cui è stata sottoposta dopo la sua scomparsa, la sua figura, è proprio attribuirgli la paternità della legge 180 che invece lui interpreta come una "cesura" dell'esperienza antiistituzionale temendo la perdita di identità del movimento di Psichiatra Democratica, da lui fondato, e la successiva normalizzazione istituzionale.
Un destino riservato a tutti i veri anticipatori e "rivoluzionari" che negli anni non sono stati compresi da coloro che non hanno mai trovato la motivazione ad "intelligere" lo spessore culturale delle cose fatte e dette veramente.

Sembrano scritte a proposito queste parole: «Se l'uomo continua a vivere inconsapevole della propria inautenticità, se non può soggettivarsi, si consegna al mondo come un oggetto tra oggetti, proiettando all'esterno quella parte di sé che non conoscerà mai. Il mondo attorno resta oscuro perché l'uomo vi ha proiettato la propria zona oscura. Ma anche l'altro resta incomprensibile ed oscuro».

(Luigi Attenasio e Giusy Gabriele)

(Domenica 28 agosto 2005, Liberazione - Attualità)

[articolo inserito il 28-08-2005]

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