Rassegna Stampa
Il primo anno di lavoro a Trieste nel racconto
di chi faceva parte dell'«équipe» di
giovani collaboratori
Quell'estate del '72 trascorsa a far possibile l'impossibile
I «machiavelli istituzionali», l'entusiasmo,
i dubbi e la malinconia da scacciare ridendo
Le sere d'estate del '72, il primo anno di lavoro a Trieste,
capitava spesso di fermarsi a parlare sugli scalini bassi della
vecchia direzione dell'ospedale psichiatrico, dopo la riunione
quotidiana alle cinque con Franco Basaglia, l'«équipe»,
come venivano chiamati i giovani operatori in gran parte borsisti
arrivati da fuori, gli infermieri già coinvolti nel cambiamento,
i volontari e i ricoverati che volevano partecipare. Quelle riunioni
erano quasi sempre difficili, a volte tempestose. Perciò
si continuava a parlare, cercando un filo, un aggancio per non
perdersi, e si restava in manicomio in fondo perché era
il nostro luogo di vita ma anche perché, di sera e di notte
ancora di più che durante il giorno, succedevano molte
cose che bisognava «gestire», come allora si diceva.
I ricoverati provavano infatti a usare la libertà che
allora cominciava, o perlomeno cercavano di saggiare se era vera,
e cosa voleva dire. Così uscivano da soli, molti con le
divise da manicomio troppo grandi o troppo piccole, spesso ostinandosi
a usare i pertugi nel muro di cinta anche se il cancello era aperto,
con in tasca poche lire o nulla in una città in gran parte
sconosciuta e ostile, o quantomeno stupita. Noi andavamo a riprendere
chi si era perso, a comporre liti o malintesi nei bar, cose che
in qualche modo erano il frutto delle porte aperte e del lavoro
di ogni giorno, quando si andava a conquistare coi ricoverati
i caffè di piazza Unità e a cercare con loro luoghi
e storie di una città sotterranea che somigliava più
ai romanzi che alla sua immagine pubblica.
Quei primi tempi furono molto difficili per tutti. Una strada
già tracciata non c'era dato che nessuno, fino a quel momento,
aveva provato a eliminare davvero quella smentita della democrazia
che è il manicomio, l'internamento. Basaglia aveva già
visto nel '64 - è di quell'anno il saggio «La distruzione
dell'ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione»
- quell'obiettivo che ora a Trieste sembrava possibile. Ma una
strada non c'era, si trattava di farla camminando. Era inevitabile
urtarsi, scontrarsi, riuscendo solo a tratti a trovare un passo
comune, che produceva una energia straordinaria che trasformava
tutti, salvo poi sperimentare di nuovo distanze e negoziazioni,
scontri e compromessi.
Si potrebbe dire che tutti all'epoca avevamo una stella polare
- la libertà è terapeutica, come scrisse Ugo Guarino
in un murale del 1973 - ma neppure Franco Basaglia aveva una rotta
già pronta da seguire. E anche questo era inevitabile,
dato che questa impresa doveva tener conto di molti elementi -
dalle leggi, all'amministrazione, alla città - e di tutte
le persone che implicava. Si procedeva perciò per tentativi
e negoziazioni. Le invenzioni, anzi i «machiavelli istituzionali»
come li chiamava Basaglia (gli appartamenti dentro il manicomio,
la cooperativa Lavoratori Uniti, la figura di ospite e di operatore
volontario) nascevano dentro e dalle difficoltà, ed erano
insieme poderose vie d'uscita e causa di altre, nuove difficoltà.
In questo clima, Basaglia si muoveva in modo vigoroso e attento,
ma anche lui aveva dubbi veri, e vere angosce che lo prendevano
quando pensava che un errore, una leggerezza o una fatalità
potevano mettere in pericolo tutto, come erano veri i suoi furori
durante certe riunioni delle cinque o dopo certi incontri coi
sindacati o l'ennesima denuncia del tribunale. Allora si andava
in Cavana, dove nei primi anni '70 c'erano pochi antiquari e molte
straordinarie botteghe zeppe di oggetti di tutti i tipi, preziosi
o semplicemente curiosi. I negozianti conoscevano bene Basaglia
e la sua disponibilità a farsi tentare, e lui, quando pensava
di non aver più posto per un oggetto che lo intrigava,
cercava di farlo comprare a noi che lo accompagnavamo in quei
giri terapeutici. Poi si andava a mangiare nel suo piccolissimo
appartamento all'ultimo piano della direzione, oppure a casa di
qualcuno di noi, pasti casuali per stare insieme, a volte a discutere
ma anche a ridere e far passare la malinconia.
La strada, lo sappiamo, poi si è disegnata, e «abbiamo
dimostrato che l'impossibile diventa possibile», come dice
Basaglia in una delle Conferenze brasiliane, e «ora si sa
cosa si può fare», anche se molti continuano a non
farlo, come hanno dimostrato le immagini nei telegiornali di due
settimane fa dopo l'ispezione dei Nas in una sedicente struttura
terapeutica per malati di mente in Calabria. Ma più che
dei frutti vivi del lavoro di Basaglia, che ha messo radici non
solo da noi, mi sembra importante parlare oggi di quei primi tempi
più lontani, delle fasi più rischiose e aperte della
ricerca, quando la strada comune prendeva forma tra realizzazioni
e inciampi e ancora non era facile vederla. Quei momenti aiutano
a mettere a fuoco un tratto che Basaglia aveva in modo straordinario,
il «senso della possibilità» come lo descrive
Robert Musil nelle prime pagine di «L'uomo senza qualità»,
cioè «la capacità di pensare tutto quello
che potrebbe egualmente essere, e di non dare maggior importanza
a quello che è, che a quello che non è». Non
si tratta di assenza di senso della realtà: «Il possibile
- scriveva Musil - non comprende soltanto i sogni delle persone
nervose, ma anche le non ancora deste intenzioni di Dio».
Basaglia ha coltivato e ha dato spessore e valore politico a
questo senso della possibilità come «volontà
di costruire, come consapevole utopia che non si sgomenta della
realtà bensì la tratta come un compito e un'invenzione».
Nel nostro presente c'è molto bisogno di pensare e agire
il possibile in questo senso, e non solo e non tanto nel campo
della salute mentale ma nell'ottica politica più vasta
nella quale del resto Basaglia si poneva, e in nome della quale
ha affascinato e coinvolto le molte persone che con lui hanno
trasformato la propria vita e il pezzo di mondo in cui si sono
trovati.
(Maria Grazia Giannichedda)
(Sabato 27 agosto 2005, Il Piccolo - Cultura)
[articolo inserito il 27-08-2005]
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