Rassegna Stampa
Gli ultimi giorni in un libro di Claudio Ernè
Davanti alla malattia un muro di silenzio
Alla morte di Franco Basaglia il recente volume di Claudio Ernè
per la emme&emme edizioni di Trieste, «Viola. Cronache
dal manicomio negato», dedica un capitolo. Vi si legge come
emerse a Trieste la notizia tenuta segreta per mesi della malattia
che aveva colpito lo psichiatra veneziano.
Un incontro per strada. Fortuito e inatteso nel grande caldo dell'agosto
1980. «Sai Franco Sta male, molto male. È rientrato
da Parigi a Venezia. Non c'è più speranza.
Tu sapevi, vero?» No, io non sapevo e a Trieste tranne pochi
fidati amici e collaboratori, della malattia di Basaglia nessuno
sapeva. Forse qualcuno immaginava, ma che la crisi finale fosse
lì, ad un passo da compiersi, nessuno o quasi poteva ipotizzarlo.
Se lo avessero saputo i tanti che in città lo avevano osteggiato,
combattuto, vilipeso e trascinato davanti ai giudici per il suo
impegno civile, lo avrebbero gridato ai quattro venti. Avrebbero
detto che lo psichiatra che ha liberato i matti, è malato
al cervello. «Lo dicevo io che qualcosa non andava nella
sua testa...».
Parole crudeli e idiote, poi effettivamente pronunciante quando
la notizia divenne pubblica. «Franco sta male, molto male.
Tu sapevi, vero?». Non sapevo e non lo sapeva nessuno al
Piccolo, dove già lavoravo come cronista. Non sapevo ma
avevo saputo grazie al quell'incontro fortuito per strada.
Mi butto sulla notizia e con un paio di telefonate trovo conferma
a ciò che sta accadendo. Vengo a sapere anche del patto
con i «grandi giornali» italiani, un patto che prevede
il silenzio totale sulla malattia di Franco Basaglia fino al giorno
della sua ormai inevitabile morte. I suoi collaboratori più
stretti dell'ospedale psichiatrico di Trieste sono riusciti
a farsi dire «sì» dai grandi inviati e dai
direttori, bloccando in pratica ogni informazione sul suo precipitoso
rientro da Parigi e sulle sue condizioni di salute.
«E' un segno di rispetto, non si può scrivere
questa notizia».
Invece l'articolo lo scrivo per quello strano amore della
notizia e della verità che anima i cronisti, ma anche per
rivalsa sui colleghi dei «grandi giornali» della capitale
e di Milano che, pur sapendo, tacciono. Scrivo l'articolo
il 14 agosto per l'edizione del giorno successivo.
Il 15 agosto 1980 fin dal primo mattino mi trovo nel mezzo di
una bufera. Telefonate indignate, improperi, fine di rapporti
cordiali e prolungati nel tempo. «Infame». Ho rotto
un tabù, la consegna del silenzio. Credevo all'epoca
di aver agito bene, da giornalista che non nasconde ai lettori
quanto è riuscito a sapere. Oggi a 25 anni di distanza
non sono più tanto sicuro di quella scelta intransigente,
«pagata» con l'esclusione e col silenzio.
Franco Basaglia sarebbe morto di lì a due settimane nella
sua casa sul Canal Grande. Il 29 agosto 1980, a 56 anni di età.
Il giorno dopo il «Piccolo» lo avrebbe ricordato in
un titolo come colui «che ha restituito ai matti la dignità
di cittadini».
(Claudio Ernè)
(Sabato 27 agosto 2005, Il Piccolo - Cultura)
[articolo inserito il 27-08-2005]
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