Rassegna Stampa
Da Gorizia a Trieste
Basaglia, Oltre i vincoli del possibile
Un pomeriggio estivo del 1961 Franco Basaglia varcò per
la prima volta i confini del manicomio di Gorizia. Da allora non
avrebbe smesso di tormentarsi sulla forza di quella istituzione,
e sulla necessità di smantellarne le mura, edificate prima
di tutto dentro di noi
Alla fine di agosto di venticinque anni fa moriva lo psichiatra
al lavoro del quale dobbiamo la legge 180. Per rendere accettabile
il dolore mentale, smembrare i manicomi e terremotare la cultura
che li sosteneva ideò «infiniti machiavelli istituzionali»
In una conferenza a Rio de Janeiro nel 1979, pochi mesi prima
di ammalarsi, Franco Basaglia rispondeva così a una domanda
sul significato del suo lavoro: «la cosa più importante
è che abbiamo dimostrato che l'impossibile diventa possibile.
Dieci, quindici anni fa era impensabile che un manicomio potesse
venire distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi
e più chiusi di prima, ma noi abbiamo dimostrato che si
può assistere la persona folle in un altro modo».
Da quel pomeriggio di fine estate del 1961 a Gorizia, quando per
la prima volta nella sua vita era entrato in un manicomio, Basaglia
si era tormentato sulla forza di quell'istituzione, che lo aveva
indignato e angosciato al punto di indurlo alla tentazione di
mollare l'impresa impossibile che sarebbe consistita nel mettere
a frutto, lì dentro, ciò che negli anni della clinica
universitaria aveva studiato e tentato di fare.
Fuori e dentro le mura
Il lavoro di umanizzazione delle strutture e dei rapporti che
vi si intrattenevano gli aveva poi chiarito che il manicomio in
realtà non si limitava ai confini della istituzione storica
da lui diretta, ma, al fondo, coincideva con l'idea stessa di
«internamento», cioè della custodia in nome
della tutela, della riduzione della libertà in nome della
liberazione dalla malattia. Questo era il nucleo del manicomio,
lì stava la sua forza e la capacità di riprodursi
nelle istituzioni e nel corpo sociale, attraverso la legge, l'amministrazione
e la legittimazione non disinteressata degli operatori psichiatrici.
Negli anni del grande movimento antistituzionale, Basaglia rimproverò
spesso a collaboratori e compagni di strada italiani ed europei
la tendenza a sottovalutare la potenza del manicomio, che per
quanto lo riguardava avrebbe dovuto essere smontato «pezzo
per pezzo», perché non rinascesse fuori dalle sue
mura e dentro ciascuno di noi. Sono dunque il prodotto di questa
cultura le molte invenzioni nate per scomporre il manicomio e
spesso evolute nelle strutture nate a seguito della riforma, «gli
infiniti machiavelli istituzionali», come Basaglia li chiamava
negli anni di Trieste: la prima cooperativa degli internati, che
avevano voluto chiamarsi «Lavoratori Uniti»; la trasformazione
dei ricoverati in «ospiti» per consentire loro liberà
e asilo; i centri di salute mentale aperti ventiquattro ore e
organizzati come spazi di vita; le abitazioni nei condomini del
centro col sostegno informale degli operatori. Tutto questo prendeva
forma in mezzo a scontri e negoziazioni, conflitti e compromessi
tra gli operatori non meno che con la città, in un clima
allora tutt'altro che facile poiché si camminava per una
strada non ancora segnata, cercando un possibile che fosse adeguato
alla posta in gioco e che quel gioco riuscisse a mantenerlo aperto
e a governarlo.
Franco Basaglia era straordinariamente dotato di quel «senso
della possibilità» di cui parla Robert Musil nelle
prime pagine dell'Uomo senza qualità, ossia della «capacità
di pensare tutto quello che potrebbe egualmente essere, e di non
dare maggior importanza a quello che è, che a quello che
non è».
Tra aspirazioni e progetto politico
A questo senso del possibile come «volontà di costruire,
come consapevole utopia che non si sgomenta della realtà
bensì la tratta come un compito e un'invenzione»,
Basaglia ha saputo dare spessore e valore politico, riuscendo
a coinvolgere istituzioni e persone nella costruzione di altri
orizzonti che si allargano tutt'ora sulla società italiana,
e non solo entro i suoi confini. È vero, però, che
il senso della possibilità oggi è più visibile
come aspirazione che non come progetto politico, e fa impressione
il fatto che, quando si parla di questione morale, tutto quanto
è legittimo attendersi - laddove quote rilevanti di potere
siano nelle mani di persone e di istituti della sinistra - sia
limitato al rispetto delle regole. Ma se l'idea di trasformare
l'esercizio del potere per trasformare con esso pezzi di mondo
viene messa in ombra, o tutt'al più relegata in spazi residuali
e ideologici sarà molto difficile rendersi riconoscibili
come alternativa al presente e porre le premesse per un diverso
futuro.
Quindici anni prima di quella conferenza a Rio, Basaglia aveva
già intuito che la distruzione dell'ospedale psichiatrico
come luogo di istituzionalizzazione (come dice il titolo della
sua comunicazione al primo congresso di psichiatria sociale a
Londra, nel 1964) era «un fatto urgentemente necessario,
se non semplicemente ovvio». In quel testo ci sono già
gli elementi che avrebbero fatto evolvere il lavoro appena iniziato
a Gorizia in una direzione tutta diversa da quella su cui si erano
incamminate le esperienze innovative sorte nella psichiatria pubblica
in Francia e Inghilterra. Basaglia criticava il fatto di essersi
limitati, in quei paesi, a creare una psichiatria territoriale
responsabile, in realtà, di continuare a servirsi dei manicomi,
che all'epoca internavano in Europa più di ottocentomila
persone.
Del resto, neppure gli premeva costruire «una nuova utopia»
che si sarebbe tramutata «in una nuova ideologia»
il cui solo valore sarebbe stato quello di «consentirci
di sopportare il tipo di vita che siamo costretti a vivere»,
come scrisse in uno dei saggi dell'Istituzione negata, il libro
collettivo del 1968. A Basaglia non interessava, perciò,
rifugiarsi nell'esperimento, che elabora nuove tecniche di interpretazione
della malattia mentale e forme di trattamento non oppressive al
riparo dalla legge psichiatrica e dall'obbligo di accettare qualunque
tipo di paziente. In Europa e negli Stati Uniti, già alla
fine degli anni `60, cominciavano a diffondersi molte di queste
utopie in piccola scala, non poche delle quali si dimostravano
efficaci con chi vi approdava per caso o per denaro, e alcune
di esse - come quelle di Ronald Laing a Londra e quella di Felix
Guattari a Laborde - era contagiate dal fascino, dalla intelligenza
e dalla radicalità dei loro leader. Ma, allora come oggi,
questi esperimenti non erano in grado di scalfire l'apparato dei
manicomi, né la cultura psichiatrica dominante veniva intaccata
dalle nuove teorizzazioni, e tanto meno il senso comune vacillava
di fronte al senso del pericolo, dalla vergogna e dalla scarsa
intellegibilità che la follia portava con sé. L'esperienza
di Gorizia indicò una strada più ambiziosa e al
tempo stesso più politica che consisteva nel lavorare al
centro del potere psichiatrico, l'istituzione pubblica, per introdurvi
una pratica e un progetto alternativi al manicomio, al suo ruolo
sociale e alla sua cultura. Fu un progetto che incontrò
in Italia un sistema istituzionale dove il bisogno di innovazione
era fortissimo e l'immobilismo dell'establishment psichiatrico,
culturalmente provinciale e concentrato sugli interessi di scuola
e di bottega, lasciò molto spazio a quelle che negli anni
`70 venivano chiamate «le esperienze esemplari»: esperienze
che egemonizzarono i processi di innovazione, sperimentando e
mettendo in circolo modelli di servizi che chiedevano e dimostravano
possibile la ridefinizione del trattamento psichiatrico nel quadro
della Costituzione democratica. Per questo Basaglia aveva voluto
chiamare «psichiatria democratica» il movimento per
la riforma, intendendo indicare con questo aggettivo l'intenzione
di costruire una psichiatria che interiorizzasse e rendesse vissuti
i principi del patto democratico, così come la psichiatria
manicomiale si era sviluppata nel quadro di uno Stato liberale
che escludeva dalla cittadinanza più di «metà
del cielo».
Oggi il sistema istituzionale nel quale Basaglia ha lavorato
non c'è più, e lo stesso campo psichiatrico è
profondamente cambiato. Basti pensare al protagonismo acquisito
delle multinazionali del farmaco, che dominano la ricerca, invadono
la comunicazione di massa, conquistano i medici; basti considerare
la penetrazione del linguaggio psichiatrico e psicologico nei
media, nella vita quotidiana, nella scuola, nei servizi sociali;
e il diffondersi delle tecniche psichiatriche e psicologiche -
dall'uso degli psicofarmaci ai test - per il controllo dell'efficienza
e della vita delle persone. Dunque oggi non è certo minore
che trent'anni fa la necessità di leggere il contesto che
abbiamo di fronte in chiave politica. Eppure la depoliticizzazione
della società italiana, drammaticamente svelata dal referendum
sulla fecondazione assistita, si è resa lampante: lo dimostrano
i tecnici interessati a coltivare il proprio orto, a mettere a
punto la gestione di problemi e rischi o metodi di formazione
nel grande mercato per il controllo delle condotte che Basaglia
aveva visto formarsi negli Stati Uniti degli anni `70 e di cui
scrisse in diversi saggi, dal Malato artificiale a La maggioranza
deviante a Condotte perturbate. Sembra che solo una minoranza
di operatori dei servizi pubblici, di ricercatori e di intellettuali
sia oggi interessata a esprimere la sua preoccupazione per i caratteri
dello scenario che abbiamo di fronte, e che si affanni a studiarlo
e a trovare i punti in cui potrebbe venire attaccato. È
un clima, questo, in cui l'opera di Basaglia può risultare
inattuale, o può magari suscitare più nostalgie
che stimoli; può forse indurre alla tentazione di una lettura
accademica delle sue idee, che invece sono legate a un forte senso
etico della responsabilità sociale, segnate come sono da
un rapporto intenso, fondante tra teoria e pratica politica, la
sola chiave in cui possono essere capite e spese. Basaglia ha
temuto che la riforma potesse essere l'inizio della fine della
trasformazione, e questo - come scrisse nella prefazione al Giardino
dei gelsi - proprio «nel momento in cui si potrebbe cominciare
ad affrontare i problemi in modo diverso, disarmati come siamo,
privi di strumenti che non siano un'esplicita difesa nostra di
fronte all'angoscia e alla sofferenza». Come sempre, cercò
di giocare sul terreno della pratica la sfida della riforma, accettando
la proposta della regione Lazio di riorganizzare le politiche
di salute mentale.
Le sue interviste sulla 180
Lavorò a Roma pochi mesi, formulando alcuni progetti:
un concorso di idee rivolto a tutta la città per il riuso
del manicomio da chiudere; il riassetto del pronto soccorso di
uno degli ospedali più problematici del centro storico,
per cercare di trovare risposte diverse alle persone marginalizzate
che lì avevano il loro punto di riferimento; il coinvolgimento
di alcune cliniche private in un programma di riorientamento delle
strutture. Nello stesso tempo, mise in piedi un'iniziativa curiosa
e assai emblematica del suo stile. Mentre le forze politiche,
all'indomani della riforma già ne prendevano le distanze,
Basaglia decise di intervistare dirigenti politici di spicco sulle
ragioni che avevano spinto i partiti ad approvare la «180»
e sui mezzi con cui intendevano governarla: riuscì a fare
parlare due alti dirigenti della Democrazia Cristiana, Paolo Cabras
e Bruno Orsini, il vice-segretario del partito socialista Claudio
Signorile e il segretario del partito socialdemocratico Pietro
Longo. Aveva avviato i contatti con Enrico Berlinguer, ma non
fece in tempo a incontrarlo. Da quelle interviste fu ricavato,
alcuni anni dopo, un film di mezz'ora, che testimonia quale fosse
il clima del tempo, quale la libertà di Basaglia da ogni
schema prefigurato, quale la sua capacità di mettersi in
gioco e, come lui diceva, di «tenere aperte le contraddizioni».
Certo Basaglia non si è sottratto alle responsabilità
di governo né ha sottovalutato il problema del consenso.
Però ha agito il suo ruolo di tecnico per spingere la politica,
soprattutto gli amministratori, ad andare oltre l'orizzonte dato,
oltre gli assetti consolidati, che generalmente fanno pagare ai
più deboli il prezzo di una precaria o apparente pace sociale.
Così lui, uomo di sinistra, non è stato un interlocutore
facile neppure per la sinistra, che certo nella ormai lunga vita
della «legge 180» ha svolto un ruolo fondamentale
in parlamento nel bloccare le controriforme, sia con la scelta
di candidare al Senato Franca Ongaro Basaglia, sia nella fase
di chiusura dei manicomi, con Romano Prodi al governo e Rosi Bindi
alla sanità. Ma gli amministratori locali è ancora
necessario conquistarli ad uno ad uno, anche quelli di sinistra,
per riuscire a dare aggettivi ai processi di innovazione, a introdurvi
una qualità diversa.
Il posto di chi non trova posto
Il manifesto dell'ultimo convegno promosso da Basaglia, Psichiatria
e buongoverno (Arezzo 28 ottobre 1979) riportava, accanto ad alcuni
particolari dell'Allegoria del Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti,
un commento che si concludeva così: «se ciascuno
sta al suo posto regnano l'ordine e il potere; e chi non trova
posto in questo ordine e in questo equilibrio?» È
un interrogativo che vale sempre, ma oggi non ci sono persone
altrettanto autorevoli a difenderlo, ed è cresciuto il
numero di chi non trova posto in questo ordine delle cose, per
la verità assai fragile; perciò vale di più.
(Maria Grazia Giannichedda)
(Sabato 27 agosto 2005, Il Manifesto - Cultura)
[articolo inserito il 27-08-2005]
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