Rassegna Stampa
TEATRO In piazza Unità «Teste perse» con
l'Accademia della Follia diretta da Claudio Misculin
Storia di Livio. Povero, non matto
In manicomio a dodici anni, fece la terribile esperienza dell'elettroshock
TRIESTE Pura, semplice, totale follia, o solo esagerata voglia
di vivere? Conquista applausi a scena aperta, e senza cercare
facili applausi, lo spettacolo «Teste perse», presentato
con successo giovedì in piazza Unità, per Serestate,
dall'Accademia della Follia. Sul palcoscenico Livio Struja, «matto
per mestiere e attore per vocazione», interpreta se stesso,
e vari tasselli, tra parti recitate, coreografie e musica dal
vivo, ricostruiscono la sua storia. La storia di Livio e - racconta
«Teste perse (Un corpo alla follia)» - quella dei
tanti che, come lui, «sono finiti sotto i ferri dell'Inquisizione
chiamata normalità» e sono passati «sotto le
forche caudine delle leggi e del linguaggio». A dodici anni,
nel 1968, Livio finisce in manicomio, per motivi di indigenza
e non mentali, ma conosce subito l'elettroshock, e quel «coma
provocato, peggiore della morte», che «rende impossibile
lavorare, pensare, sentirsi essere». Lo spettacolo attraversa,
assieme a lui, per mezzo di vari quadri narrativi, i manicomi
chiusi, l'esperienza di Franco Basaglia, i manicomi aperti, e
anche una Trieste bellissima, ma dove capita di sentirsi angosciosamente
soli. Attraversa un «mondo a parte», con le sue regole
e le sue leggi, ma anche l'altro, là fuori, con gli affetti
negati, rifiutati, le paure, i riavvicinamenti e le fughe. L'originale
regia di «Teste perse» è di Claudio Misculin,
fondatore dell' Accademia, che, nello spettacolo, veste tra l'altro
i panni grotteschi della madre di Livio, figura che sovrasta il
protagonista, gli delega i suoi limiti, e, non sapendo reggerlo,
gli appioppa l'etichetta apparentemente più semplice e
definitiva: sei matto. Ma al centro dello spettacolo non c'è
la follia, quanto la normalità dell' essere vulnerabili,
la necessità di «superare la follia delle istituzioni»,
la loro inadeguatezza. E, soprattutto, l'energia e la voglia di
vivere, energia che pulsa costantemente in «Teste perse»,
spettacolo di denuncia, ma non per questo pesante, tutt' altro.
L'Accademia della Follia, nata a Trieste trent'anni fa, presenta
un altro capitolo del suo teatro delle persone, e lo fa con un
riuscito lavoro corale. La drammaturgia è di Angela Pianca,
le coreografie di Sarah Taylor e le musiche sono curate e suonate
dal vivo da Robert Perossa. Le canzoni, cantate da Perossa, Struja
e Misculin, sono quelle dei Nomadi, di Battisti, ma anche canzoni
triestine riarrangiate in chiave moderna, personalizzate nei testi
e con inserti rock e rap.
(Annalisa Perini)
(13 agosto 2005, Il Piccolo - Cultura, Spettacolo)
[articolo inserito il 13-08-2005]
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