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* Rassegna Stampa

Il responsabile del Dipartimento di Salute mentale analizza i «sintomi» della città

Trieste malata di individualismo

Dell'Acqua: «Ci sono manifestazioni di disagio profondo»

Se avesse la bacchetta magica fermerebbe il tempo. Ma quando ha tempo - e cioé in vacanza nell'amata isola di Cherso - dipinge sapienti acquerelli, «pittore dell'estate». Viene da Salerno, adora il golfo di Trieste. sa tutto dell'Istria. Siccome è il secondo «delfino» di Franco Basaglia, dopo Franco Rotelli, vive ancora in una capitale: la capitale della nuova psichiatria che tale ancora è considerata in giro per il mondo. Nel grande parco di San Giovanni, dove il futuro degli altri è invece già storia, una mostra racconta gli anni dei cancelli aperti, della follia che esce dall'inferno. Giuseppe Dell'Acqua, in arte Peppe, 56 anni, governa esattamente da dieci anni la salute mentale dei triestini. E non solo.

Dottor Dell'Acqua, si ricorda quante volte ha raccontato il «fenomeno» dei manicomi aperti?
Eh, tante. Anche a Trieste. All'inizio è stato estremamente difficile, avevo 25 anni, mi sentivo ingiustamente messo ai margini. A noi psichiatri lo stesso destino dei matti! Mi pareva di fare qualcosa di importante per tanta gente che aveva vissuto esperienze durissime, l'esodo, le guerre. E Trieste rispondeva invece come se stessimo facendo qualcosa di ostile. Poi invece si sono delineati uno schieramento «pro» e uno «contro». Una reazione dialettica, vitale. La scommessa è stata accettata: «Fate, ma noi verifichiamo, critichiamo».
«Numero tre», dopo Basaglia e Rotelli. Numero perfetto?
Incontrare i miei precedenti è stata la più grande fortuna della mia vita. Mi immaginavo internista, oncologo, qualcosa così...
E come avvenne l'incontro fatale?
Studiavo a Napoli, ed ero molto attivo nel movimento studentesco. Da lì venivano anche molte domande. Su che cosa sia la Medicina, anche. Per questo feci l'internato e la tesi in Psichiatria. Mi laureai a soli 24 anni e mezzo nel '71, ma già era uscito «L'istituzione negata» di Basaglia, c'era stata l'inchiesta tv di Sergio Zavoli «I giardini di Abele». Basaglia però non si sapeva bene chi fosse. Me lo resero interessante i miei docenti, del tutto contrari. Uno di loro, Vito Longo, sbraitava: «Qui non si deve ''basagliare''». Be', il proibito incuriosisce, no? E allora, poiché dovevo andare a Parma per una partita di rugby (giocavo nel Cus), con l'occasione andai a trovare Basaglia.
E che impressione le fece?
Sconvolgente, lì per lì. Mi diede del tu. I medici non avevano il camice. Mi disse che sarebbe venuto a Trieste, di andarci con lui: cercava giovani, disse, voleva cambiare la testa degli psichiatri, e per far questo «non basta una vita», aggiunse. Così venimmo a Trieste, e anche Rotelli, un po' più anziano di me, da cui restai altrettanto colpito. Si creò un gruppo misto, Basaglia ci aveva raccolti da ogni regione d'Italia.
Meglio quei tempi duri ed eroici o la normalità di oggi?
Ce lo chiediamo spesso. I giovani ci dicono: «Facile per voi, vivevate un clima politico così ricco». Ma in realtà eravamo solo giovani. Abbiamo fatto fatica. I problemi sono sempre gli stessi, perché qui basta un calo di attenzione, e si deve ricominciare.
Quanti assistiti avete nei Centri di salute mentale?
Hanno contatto col servizio circa 4500 persone all'anno (meno del due per cento della popolazione), di cui i due terzi hanno disturbi lievi o momentanei. Ma in condizioni di disagio psichico a Trieste sono dieci volte tanti cittadini.
Fanno 45 mila persone. Come se la cavano?
Si rivolgono al medico, allo psicologo, al parroco, all'erborista, alla «new age». Hanno conflitti familiari, insonnia, insoddisfazioni, depressione. Accade in tutto l'Occidente. Non è fatto psichiatrico significativo, ma non va trascurato. Bisogna per questo avviare strategie di socializzazione, di ascolto, luoghi aperti.
E' vero dunque che Trieste è una città un po' malata, depressa, alterata?

Ci sono, sì, manifestazioni di disagio profondo. Dipendono molto da storie individuali tipiche di questa terra. Basta che pensiamo al fenomeno dei suicidi, storicamente molti a Trieste, e che abbiamo combattuto con campagne mirate, con il «numero speciale». Il tratto psicologico di Trieste è un individualismo estremo. Cosa che ha una sua eroicità: le persone scommettono e rischiano su se stesse. E un lato negativo: la difficoltà conseguente di riconoscersi negli altri. L'individualismo spinto all'estremo crea sofferenza. Del resto qui, con l'impero asburgico, la gente si è precocemente abituata alla democrazia borghese, a credere nelle istituzioni, a volere che lo Stato entri fino nell'intimo della vita. Così c'è uno sguardo molto vigile, ma anche una tendenza a delegare.
Ma poi c'è la malattia mentale vera e propria?
Perbacco, certo. Il problema è che ogni persona malata ha una sua storia, va ascoltata, aiutata a ricomporre un rapporto con gli altri, bisogna capire che valori la malattia introduce o sottrae alla sua vita. Ma ognuno deve restare se stesso, non diventare «categoria schizofrenici». Inoltre si può guarire. Siamo liberati dal destino buio. Ricoveriamo solo 6 persone ogni 100 mila all'anno, in Italia la media è di 30-60. E il Centro di salute mentale è diventato interclassista, ci va l'imprenditore come gli altri. Il manicomio invece era profondamente classista, era per i poveri.
Si dice però che fate generoso uso di farmaci.
Lo psicofarmaco qui non è escluso mai, neanche ideologicamente. Quando serve, è un sostegno per avviare la persona ad affrontare vita e relazioni. Ma guardi: ho fatto un prontuario ristretto, questi farmaci bisogna usare, e non altri, e con molta attenzione.
Perché aumentano i delitti in famiglia?
Non direi che aumentano. E comunque è così. Noi nasciamo da un delitto, Caino uccide Abele. La famiglia crea vicinanze impensabili altrove, senza confini e limiti. Che mettono a rischio vitale l'individualità delle persone, la loro dignità. Pervasioni che ci permettiamo in nome dell'amore. L'amore giustifica tutto? Può tutto? Vero. Tutto nel bene, e anche nel male. Quanto meno comunicazione c'è in famiglia, tanto più vi nascono ghiacciai. Tra uomo e donna, quante storie dolorose, sopraffazioni e negazioni. Quando le conosci ti vien da dire: «Ma come hai resistito, per 20 anni...?».
Lei è stato anche consigliere comunale, negli anni '90, indipendente del Pds. Lo rifarebbe?
Ora no. Ma è stata un'esperienza straordinariamente bella. Sono stato eletto due volte, con tanti voti. Per me significava essere entrato nella città. Mi ero sentito tanto rifiutato, e avevo fatto tanta fatica per sentirla mia... Per me a lungo arrivare a Salerno era «tornare a casa». Poi questo golfo mi ha conquistato. Ma cambiare città è disancorarsi: nella tua non conosci più nessuno, e nella nuova non hai amici di scuola, vecchi insegnanti, memoria, insomma. Mi ha aiutato molto parlare con tante persone, e anche con Fulvio Tomizza. Lessi subito «Materada» per capire i tanti istriani che allora erano a San Giovanni. Venne qui, poi, a parlare di «identità» a ragazzi ex tossicodipendenti che andavano a fare volontariato in Grecia. Cultura come cibo buono...
Arte e cultura sono terapeutiche?
No, lo è la normale necessità di esprimersi. Abbiamo finito per infantilizzare queste cose: una matita in mano a chiunque! Invece bisogna favorire le abilità di ciascuno. Qui abbiamo il teatro, la pittura, lo sport, feste, viaggi...
Si scrivono ancora riforme della legge 180?
Ci sono stati 29 tentativi, nessuno in porto. Non è la riforma che serve, ma realizzare la legge che c'è. E ancora non ci siamo. Da una ricerca ministeriale risulta che in Italia in sette-otto servizi di Diagnosi e cura su dieci si usa ancora la contenzione, insomma legare la gente. Vogliamo altre leggi? No. Vogliamo fra 20, 30 anni, quando saremo vecchi, malati o «matti», non finire legati a un letto, ma essere accuditi. Invece mancano strategie, formazione, psichiatri.
Non avete medici a sufficienza?
No. Ne abbiamo anzi estremo bisogno. Da qui andiamo anche all'estero, ora siamo in Macedonia, in Lituania, in Albania dove vogliono sviluppare questa psichiatria, e non abbiamo ricambio. Io sto portando linee-guida per la riforma psichiatrica in Sardegna, dove il nuovo governatore Soru s'è messo d'impegno. E tengo un frequentatissimo corso alla facoltà di Psicologia. I posti di specializzazione sono pochi, ridotti a due. Rotelli ha deciso di pagare con l'Azienda sanitaria due borse di studio, per risollevare la situazione. Ma inoltre i giovani non imparano la psichiatria basagliana all'università. Quando arrivano qui bisogna insegnargli tutto...
A Trieste? E' proprio ben curioso.
Certo, siamo sempre il «centro leader» dell'Oms nel mondo, ma l'insegnamento è ancora tendenzialmente molto «biologico», spesso importato dalla cultura anglosassone. Con la clinica del professor Aguglia abbiamo fatto però una importante innovazione: ha chiuso alcuni letti, si è integrata col nostro Dipartimento e ha assunto la guida di un secondo Centro di salute mentale a San Giovanni.
E da altre parti come va?
Per l'Europa bisogna lanciare un grido di dolore. L'Inghilterra di Blair e la Francia di Chirac stanno riportando la psichiatria nella «follia», nella paura, nel controllo, complici un assetto culturale «biologico» e la pressione delle aziende farmaceutiche. In Europa ci sono ancora i manicomi, salvo sporadiche sperimentazioni. In Bulgaria, Romania, è un disastro: letti di contenzione, miseria, gabbie, sopraffazione, violenze senza fine. Si muore di fame e freddo nei manicomi.
In Romania è stata crocefissa una suora, demonizzata. Forse era solo schizofrenica.
Un orrore. Il meccanismo istituzionale è terribile. Quando rendi oggetto una persona, puoi farle di tutto, farla cantare come un merlo. Non è più come te.
Lei è felice? Che cosa vorrebbe subito per magia?
Sono in grado di provare grandi felicità. Ma in genere vivo sempre alla ricerca di qualcosa. Quel che vorrei, avvicinandomi ai 60 anni, è accettarmi oggi per come sarò col passare del tempo. Una magia difficile. Si fa fatica ad accettare il cambiamento. E poi c'è un grande problema: la riduzione del futuro. Lavoro, progetto, e poi mi guardo e dico: ma quanto tempo avrò per portare a termine tutto?

(23 giugno 2005, Il Piccolo - Attualità)

[articolo inserito il 23-06-2005]

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