Libri&Manuali: Manuali DSM
Vorrei non mangiare
COME FARE QUANDO IL CIBO DIVENTA UN NEMICO
UN OPUSCOLO INFORMATIVO SUI
DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE (DCA)
A cura di Gemma Cannata e Roberta Situlin.
Coordinamento di Peppe Dell’Acqua.
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M A G R E A O G N I C O S T O
Dimmi, vuoi digiunare? Il tuo stomaco è troppo giovane,
e l’astinenza fa ammalare.
William Shakespeare, 1560 «A 13 anni ho cominciato a dimagrire. A 15 pesavo trentadue chili el’idea di ingrassare cinque grammi mi disgustava a morte. Il cibo è l’incarnazione
del male nelle fantasie di un’anoressica e preferisci la
morte piuttosto che far entrare il male dentro di te. Capisci che è un
rischio, perché hai un’estrema lucidità. Ti trasformi in uno scheletro,
ti cadono i capelli a ciocche, hai dolori abominevoli a tutte le ossa, non
ti tieni in piedi. Nello stesso tempo hai una forza sovrumana perché ti
senti una creatura divina, che non ha più bisogno della materia. Poi,
però, ti accorgi che non sei più niente, svuotata di ogni energia vitale.
E allora, se non vuoi morire, ti chiedi: “Come farò ad accettare l’idea
di mangiare, di riprendere peso”? È una malattia in cui scivoli senza
accorgertene. Quando finalmente acquisti coscienza, credi che sarà
un’esperienza. Ma non è così. Perché la sensazione che segue è che
non ne uscirai mai. È una prigione in cui si muore. Cerchi i mezzi intellettuali
per liberartene, ma non vedi alcuna via d’uscita. È spaventoso.
La mia guarigione è stata un miracolo. Un giorno il mio corpo ha detto
no e si è ribellato alla testa. È cominciata una lotta che è durata anni.
Ho scritto a una ragazza che quando ero in fondo a quel tunnel, avevo
desiderato che qualcuno mi giurasse che si poteva guarire. Io l’ho giurato
a lei: “Mi chiamo Amélie Nothomb, e sono la prova vivente che
quella malattia devastante si può sconfiggere”.»
Così in un’intervista racconta la scrittrice belga Amélie Nothomb, oggi
quarantenne, famosa in tutto il mondo per aver pubblicato in 16 anni
oltre 20 romanzi tradotti in 37 lingue che hanno venduto più di 6 milioni
di copie. Tra questi, “Biografia della fame”, testimonianza della sua
personale guerra con il cibo, con l’ossessione della magrezza, durata
anni. Anni che Amélie dice di non aver mai recuperato, anni perduti
per sempre, perché una cosa è certa: il moto del tempo non si può
invertire. Nessuno nella vita può tornare indietro sui propri passi. Così
come è certo che se Amélie fosse stata messa in guardia per tempo,
quegli anni non li avrebbe buttati via a salire e scendere dalla bilancia e
per un grammo in più sentirsi grassa, una piuma di
32 chili per 165 cm di altezza incredibilmente
grassa, così grassa da voler volare via per non tornare
più.
Di storie come quella di Amélie oggi se ne sentono sempre di più. La
cultura dominante, aiutata dai Media, non fa che ripetere lo stesso
ritornello: chi è magra è bella. Chi è magra ha successo. Chi è magra è
invincibile. Sentirsi inadeguate, incapaci, incompetenti e perdenti,
quando non si è magre o si è convinte di non esserlo mai abbastanza,
diventa allora “naturale”. Una reazione spontanea a qualche cosa che
non solo spontaneo e naturale non è, ma che ci costringe, nostro malgrado,
a mangiare sempre meno, fino ad ammalarci. Proprio come è
successo ad Amélie.
Numerosi studi hanno dimostrato che queste sensazioni e comportamenti
sono molto diffusi nella società attuale. Già nelle prime classi
elementari per esempio, circa il 40% delle bambine vorrebbero essere
più magre.
Trieste non fa eccezione. In un’indagine svolta nella Scuola media inferiore
(classi II, 2002-2003) il 54% delle ragazze erano insoddisfatte del
proprio corpo e avrebbero voluto essere più magre. È diffuso poi il
fenomeno della sovrastima del proprio peso. Tra le ragazze con un
peso normale il 50% hanno paura di avere qualche chilo di troppo e il
30% pensano di essere «decisamente troppo grasse».
Dall’insoddisfazione alla dieta, anche quando non serve, il passo è
breve. A 9-10 anni il 50% delle ragazzine desiderano, almeno qualche
volta, mettersi a dieta e nell’adolescenza il 75% delle ragazze sentono
il bisogno irresistibile di dimagrire.
Talvolta quel fatidico “mi sento grassa” si risolve in una semplice sensazione
di inadeguatezza passeggera, ma può anche indurre comportamenti
che sfociano in un vero e proprio problema.
Quella «malattia
in cui scivoli senza accorgertene».
Alcune ragazze infatti restano letteralmente intrappolate nel meccanismo,
continuando a mangiare troppo poco e/o a fare molta attività fisica
per perdere peso, anche quando raggiungono una magrezza tale da
mettere a rischio la salute o la loro stessa vita. Questa condizione si
chiama anoressia nervosa.
In altri casi, la dieta dà origine a una fame incontrollabile che porta ad
abbuffarsi fino a stare male, per eliminare poi il cibo introdotto in
eccesso con il vomito. Qui invece il problema si chiama bulimia
nervosa.
Riassumendo i passaggi: prima si prova un crescente senso di inadeguatezza
e di insoddisfazione fisica, poi ci si mette a dieta ferrea - comportamento
molto diffuso tra le donne giovani e meno giovani - e infine,
per chi è più sensibile e vulnerabile, si ripiega su comportamenti sempre
più esasperati ed estremi.
In quel momento scatta il primo forte segnale di allarme: ciò che poteva
sembrare un passaggio critico della crescita, un momento di difficoltà
temporanea che nessuno può evitare, non lo è più e si comincia a parlare
di DISTURBO del COMPORTAMENTO ALIMENTARE (DCA). Visibile
nel caso dell’anoressia nervosa poiché fa sbucare le ossa dalla pelle, e
per lo più invisibile nella bulimia nervosa. Il questo caso infatti il peso
corporeo si mantiene entro la normalità, sia pure a costo di digiuni e
abbuffate segrete.
Alcune caratteristiche dell’anoressia nervosa erano state già descritte
nel 1600 e nel 1800. Qualche studioso suggerisce che di questo disturbo
soffrissero anche le sante digiunatrici del
Medioevo. Tuttavia, il terrore di ingrassare e il “vedersi grasse”, benché sottopeso, sono stati
definiti esplicitamente come anoressia nervosa
soltanto a partire dal 1900, di pari passo al
cambiamento dei ruoli sociali delle donne e dei modelli di bellezza
femminile che esaltavano un corpo più magro rispetto al passato. La
bulimia nervosa invece è stata descritta per la prima volta soltanto nel
1979, da uno psichiatra di Londra, dopo un’inaspettata conferma
dell’esistenza del problema attraverso le risposte inviategli da moltissime ragazze e donne a un suo breve questionario sulla rivista femminile “Vogue”.
I Disturbi del Comportamento Alimentare sono caratteristici del sesso
femminile in quanto il problema del corpo è vissuto dalle ragazze con
maggior intensità rispetto ai maschi. Insorgono soprattutto in età adolescenziale,
fase della vita in cui i cambiamenti fisici si sovrappongono
alla ricerca di una nuova propria identità adulta.
Questi disturbi non sono tuttavia da considerarsi come una ricerca di
perfezione estetica ma rappresentano piuttosto un modo, coerente
con le preoccupazioni dei nostri tempi, di esprimere un disagio psicologico
profondo. In poche parole, i Disturbi del Comportamento
Alimentare potrebbero dirsi mali dell’anima che si esprimono attraverso
il corpo.
Le loro cause pertanto vanno oltre il desiderio di esibire un corpo
magro, secondo i canoni attuali di bellezza esaltati dalla società e dalle
industrie dell’estetica, del fitness, degli integratori e delle mode in
generale. Il perché alcune ragazze tra le tante che si mettono a dieta
sviluppino un Disturbo del Comportamento Alimentare va ricercato
nella loro personale storia di vita e di sviluppo psicologico e relazionale.
Il Disturbo del Comportamento Alimentare è il risultato finale di un
complesso intreccio di fattori individuali, familiari, sociali e ambientali.
In ogni caso, in un’ottica di prevenzione, è importante e di grande
aiuto cercare di uscire da quegli schemi e, talvolta, dogmi estetici, per
cui tutti dovremmo entrare in un’unica piccola taglia indipendentemente
dalle nostre caratteristiche biologiche, ereditarie e costituzionali,
incoraggiando nel contempo un’alimentazione equilibrata necessaria a
mantenere uno stato di salute ottimale.
Oggi i Disturbi del Comportamento Alimentare non sono più sconosciuti.
Se ne parla moltissimo e le storie di chi li ha attraversati o li
attraversa sono oggetto di grande interesse da parte dei Media,
soprattutto quando colpiscono attrici, cantanti, principesse o modelle
di grido. Lady Diana, l’attrice Keira Knightley, eroina della saga cinematografica
dei “Pirati dei Caraibi”, la modella Kate Moss, ma anche,
più indietro nel tempo, la principessa Sissi, imperatrice d’Austria e Ungheria (uno dei più noti esempi storici di anoressia nervosa, benché
il suo ritratto scultoreo nel giardino davanti alla stazione di Trieste non
lo metta in evidenza) sono soltanto alcuni nomi. Inoltre, questo colpire
le persone di fama ha contribuito ad assegnare ai Disturbi del
Comportamento Alimentare una certa “fascinazione”, oltremodo
rischiosa.
Eppure, per quanto se ne parli, le informazioni
sono tuttora incomplete o distorte e non di
rado strumentalizzate dalla società dei consumi
che obbedisce alle regole del mercato. Tant’è che termini quali
anoressia o bulimia vengono oggi impropriamente utilizzati per indicare
chi mangia poco oppure in eccesso, mentre poco si sa delle reali cause
e conseguenze di questi disturbi.
Imparare a riconoscere e a conoscere i Disturbi del Comportamento
Alimentare e le possibili strategie per fronteggiarli è lo scopo di questo
opuscolo. Senza la pretesa di spiegare tutto, l’intento è di fornire informazioni
pertinenti e specifiche su questi disturbi e sui trattamenti disponibili
e agevolare la ricerca di un supporto adeguato per sé, o per
chi ci sta a cuore, nell’ambito dell’offerta sanitaria locale, avviata a
metà degli anni ’90 dall’allora Centro Donna Salute Mentale e successivamente
estesa al Dipartimento di Salute Mentale e ai Distretti
Socio-sanitari dell’ASS n°1 Triestina.
Come per tutte le altre problematiche legate alla salute, l’approccio
triestino privilegia un lavoro in rete, multidisciplinare, improntato
alla territorialità, iniziata qui 30 anni fa con il lavoro di Franco
Basaglia, alla riforma della salute mentale e al profondo cambiamento
culturale che ne è derivato. Secondo questo approccio, per poter
garantire continuità ed efficacia ai percorsi di cura e di guarigione, le
persone vengono prese in carico nei loro singolari contesti di vita. In
tal modo, e l’esperienza lo ha comprovato, si può contare su molteplici
risorse, a partire da quelle della stessa persona, passando per la comunità
nel suo insieme fino ai servizi sanitari in senso stretto.
Valorizzando il protagonismo, ossia l’essere soggetti anziché oggetti
della propria esistenza, si evitano la cronicizzazione e l’istituzionalizzazione dei problemi, con vantaggi in termini di salute e qualità della
vita per il singolo come per la collettività.
Ultimo e non secondario obiettivo dell’opuscolo è fornire un agile strumento
alla portata di chiunque: conoscere per prevenire. Arrivare
prima che la bilancia si mangi quelli che si dicono i nostri anni più belli,
in cambio di un’illusione che dura un istante ma che può compromettere
una vita intera.
[articolo inserito il 14-05-2009]
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