Identità
Il
laboratorio "P" di Arti visive
Microstoria e prospettive
Il laboratorio nasce nei primi anni '80 come risultato dell'incontro
tra artisti, operatori e "matti" nell'ambito del grande
movimento culturale generato intorno al processo di chiusura e
superamento dell'ospedale psichiatrico di Trieste.
La grande intuizione basagliana di aprire l'esperienza operativa
di trasformazione anche a soggetti non impegnati professionalmente
nel campo della salute mentale, in base al principio fondamentale
di non istituzionalizzazione dei ruoli, favorì il contatto
di giovani artisti della città e dell'estero (che arrivavano
a Trieste attirati dalla "internazionalità" della
riforma) con un mondo ricco di creatività e fantasia, ma
allo stesso tempo profondamente intriso di problematiche e contraddizioni
esistenziali e sociali.
Il clima di libertà che attraversava il vissuto sociale
in quel particolare momento storico, conferì a questo incontro
di soggetti la più ampia indipendenza e autonomia di movimento,
dalla quale prese forma come modello di organizzazione il "laboratorio";
collettivo di idee ed esperienze, contenitore e produttore, luogo
aperto ed in continuo mutamento. Non una estensione didattica
e artificiale dell'arte applicata alla salute mentale, bensì
uno spazio in cui le linee di separazione tra l'arte, la normalità
e la follia vengono superate attraverso l'interscambio, la produzione
creativa, il contatto continuo con la realtà culturale
del territorio e mediante l'inserimento attivo del laboratorio
stesso nella contemporaneità del mondo dell'arte.
Il laboratorio diventa così in quelli anni un punto di
riferimento culturale ed espressivo sia per i giovani della città,
sia per le persone "svantagiatte" interessate alle attività
artistiche. A partire da questa "alchimia" è
stata prodotta un'inesauribile quantità di idee e di materiale
creativo. Si sono fatte mostre e performance in città,
nel paese e all'estero, rendendo visibile l'esperienza e consolidando
la sua progettualità. Sono passate, all'interno del laboratorio,
centinaia di persone: artisti, "matti e non matti",
collaboratori, volontari e semplici simpatizzanti. Il Laboratorio
P, ha fornito a molte persone elementi formativi e culturali,
e pur non essendo una struttura di tipo "terapeutico",
anche i risultati in campo riabilitativo, in alcuni casi, sono
stati notevoli.
Con il passare del tempo, questo modello organizzativo, non
immune alle trasformazioni culturali e operative che scaturivano
con il processo di assestamento e pragmatizzazione della riforma,
seppure mantenendo sempre un'identità propulsiva, si è
dovuto adattare ai cambiamenti attraverso nuove forme, acquistando
quindi le caratteristiche di un laboratorio artistico - produttivo
capace di operare "trasversalmente" nel mercato, per
gestirsi autonomamente dal punto di vista economico e per offrire
ai soggetti svantaggiati, oltre alla possibilità di concretizzare
le loro espressioni creative, insegnamenti tecnici e formativi
innovativi indirizzati al reinserimento nel mondo del lavoro.
La domanda era allora il come fare coincidere la sua identità
aperta e il grande magma creativo con queste nuove forme di produzione.
Nasce così il laboratorio di serigrafia che coadiuvando
la formazione tecnica con la creatività e con la riproduttibilità,
doveva costituirsi come struttura trainante del cambiamento.
Però tutto ciò non era sufficiente; un' attività
artigianale come la serigrafia poteva
sboccare facilmente in un modello condiscendente di ergoterapia
post manicomiale, era necessaria una nuova maniera d'intendere
il rapporto tra arte e lavoro, era necessaria la creazione di
un prodotto in grado di contenere, rappresentare e dinamicizzare
la vita del laboratorio, sia dal punto di vista economico che
dal punto di vista concettuale.
Viene
creato a tale fine il marchio Epidemya T- shirt project, ovvero
un progetto "editoriale" materializzato attraverso la
produzione e commercializzazione di una vasta ed eterogenea collezione
di t-shirts serigrafate, ( risultata da un'accurata raccolta di
disegni, parole e pensieri prodotti dal laboratorio e dai suoi
collaboratori), unificata da una concreta premessa concettuale.
"Progetto editoriale" perché, a differenza di
altri marchi diffusi sul mercato come "Parole di cotone"
il cui discorso non va oltre al solito "citazionismo",
la vita del prodotto del nostro marchio ( la maglietta , l' immagine
e il messaggio che contiene ) non si esaurisce nel puro atto dell'
acquisto, poiché ogni singola t-shirt diventa come le pagine
di un libro che si fa corpo nel suo fruitore e nello sguardo che
lo cattura, discorso visivo che si moltiplica dunque nel quotidiano;
"Epidemya" come "contagio" che passa di corpo
in corpo, contaminando e "alterando" il reale. Quindi
il prodotto viene identificato non soltanto per le sue caratteristiche
formali, bensì per un'idea concettuale che lo rappresenta
"innovando" le regole culturali del consumo.
Per portare avanti il progetto, era necessario un altro modo
d'intendere il rapporto con la produzione e la meccanica interna
del lavoro. Era indispensabile un'identificazione "intelligente
e creativa" con il prodotto, che andasse oltre alla sola
riproduzione meccanica della merce. Il laboratorio, infatti, non
poteva apparire come una qualsiasi attività commerciale
né tanto meno come un'esperienza assistenzialistica, bensì
come una fabbrica d'idee che produce oggetti originali, cultura
e informazione. Dove i soggetti del "disagio" non sono
meri esecutori inconsapevoli di prodotti pietosi o "post-manicomiali",
bensì protagonisti attivi di un' operazione in cui il binomio
arte e impresa sociale si esalta.
Protagonisti consapevoli nell'intero percorso della produzione:
dall'idea al disegno o al messaggio grafico, dalla raccolta o
la selezione all' elaborazione tecnica, dal controllo del prodotto
alle sue forme di visibilità, diffusione e commercializzazione.
[articolo inserito il 28-12-2005]
Archivio della sezione: [Identità]