immagine di sfondo Segnalazioni [magazine] - Quotidianità da un Dipartimento di Salute Mentale Dipartimento di Salute Mentale di Trieste: www.triestesalutementale.it
Mappa del sito | Redazione | Contattaci | Credits || Ultimo aggiornamento: Martedì 19 Maggio, 2009 11:20


Forum Salute Mentale (link al sito)

[ Percorso: Home » Formazione » Archivio 2006 » Articolo ]

* Formazione: Corso per operatori sociosanitari

Riflessioni sul corso per operatori socio sanitari al CSM di Domio

Come fare per passare della formazione alla pratica?

Non è una questione di poco conto, perché si parla spesso di formazione e di progetti volti al miglioramento del servizio offerto, ma risulta spesso difficile coniugare queste due dimensioni in modo diretto ed efficace.
Molte formazioni finiscono per essere degli investimenti aspecifici sulle professionalità dei singoli operatori con effetti non duraturi e con ricadute operative minime.
La nostra presunzione, invece, è di aver organizzato un corso di formazione che può favorire il passaggio dalla formazione alla pratica.
Abbiamo, però, anche un'altra presunzione e, cioè, quella di aver favorito la conoscenza interpersonale e professionale di un gruppo di operatori sociali e sanitari che lavorano in un territorio definito. Alla fine del corso, essi hanno elaborato un Documento finale che costituisce la base di un fare comune per affrontare le criticità del loro lavoro.

Il corso

Il corso di formazione è stato organizzato nella sede del Centro di Salute Mentale di Domio dal 13 dicembre 2005 al 31 gennaio 2006, per un totale di 32 ore distribuite in 5 giornate.
Un'analoga esperienza è stata condotta dal C.S.M. di Barcola con gli operatori del Distretto 1 nel maggio del 2005.
Il titolo dell'iniziativa, di per sé esplicativo, è: "Costruire il nostro intervento: la formazione come processo per l'elaborazione di un progetto di comunità assieme alla comunità. Corso di formazione partecipativa ed integrata. Valutazione dei bisogni relativi alla salute della popolazione assistita".

Il corso si colloca all'interno di un programma volto al potenziamento del lavoro integrato tra il C.S.M. di Domio, le diverse unità operative che lavorano nell'ambito del Distretto 3 ed i Servizi sociali della U.O.T. 4 del Comune di Trieste e dell'ambito socio-assistenziale di Muggia.
L'obiettivo del corso, quindi, non è stato solo di tipo formativo, ma anche di tipo processuale, volendo favorire, oltre alla conoscenza tra gli operatori dei vari servizi e alla presentazione delle stesse unità operative, anche la discussione di alcune situazioni critiche sulle quali i servizi sono impegnati e l'elaborazione di un documento finale, base di partenza per una progettualità a breve e a medio termine.

Questo processo è iniziato con un'iniziativa che ha aperto il C.S.M. alla comunità locale, invitata a partecipare alla giornata dell'Open day, organizzato il giorno 9 novembre 2005. In quell'occasione sono state contattate e coinvolte 20 associazioni locali e cittadine. Alcune di esse hanno contribuito attivamente allo svolgimento della manifestazione, offrendo intrattenimento e vivande. Altre hanno presentato le loro attività.

Al corso si sono iscritti 30 operatori (medici, infermieri, psicologi, operatori socio-sanitari) con l'obiettivo di costituire un gruppo "starter" in grado di:
- favorire la conoscenza delle modalità operative e delle culture dei diversi servizi distrettuali e sociali,
- migliorare l'organizzazione integrata dei servizi anche nel rapporto con il privato sociale e gli altri interlocutori comunitari,
- promuovere un progetto terapeutico integrato tra le varie Unità operative,
- costruire un lavoro di rete nell'ottica della comunità solidale.

Sin dalla prima giornata, sono stati proposti i temi dell'integrazione tra le diverse unità operative e il problema dell'isolamento autoreferenziale nel quale, talvolta, l'operatore finisce per ritrovarsi.
I corsisti si sono interrogati sui significati di comunità, di territorio, di presidio, di competenze professionali e di competenze della comunità. Il servizio territoriale non è stato definito tale solo perché lavora sul territorio, ma anche perché entra nella comunità ed è capace di promuovere un intervento che si pone nell'interfaccia tra le competenze professionali e quelle della comunità
Nella presentazione del corso sono emerse alcune questioni relative alla professionalità dell'operatore territoriale, alle caratteristiche di una professionalità che non deve essere solo espressione dello specialismo, ma anche della ricerca di strumenti comunitari con i quali affrontare la solitudine e il disagio delle situazioni di malattia.
Alcune domande sono state le seguenti:
La comunità può essere coinvolta nell'affrontare alcune situazioni o nel fare "da sponda"?
La comunità può riflettere sui fenomeni generali ed elaborare un progetto comunitario complessivo, nel qual siano coinvolte i vari interlocutori sociali ed istituzionali accanto ai servizi?
Il progetto comunitario può essere utile?
Le istituzioni possono elaborare una strategia complessiva in modo da favorire il progetto comunitario?
Il progetto comunitario viene inteso come un bene comune da coltivare senza cadere nelle dinamiche delle appartenenze?
La discussione è iniziata con difficoltà, ma, nelle giornate successive, ha portato all'elaborazione del Documento finale.

Durante gli incontri, i relatori hanno presentato le unità operative di appartenenza e le modalità di affrontare le situazioni di crisi e quelle che implicano una lungo-assistenza.
In queste giornate sono emerse alcune criticità che hanno acceso un confronto tra gli operatori e che, forse, hanno rinforzato la motivazione di una maggiore integrazione nel lavoro e di una migliore comunicazione. Tutti hanno convenuto sul fatto che il corso stava dando finalmente l'opportunità di conoscersi direttamente, anche nei propri stili personali di lavoro.
La giornata dedicata alle famiglie ha evidenziato la loro solitudine e la scarsa propensione al lavoro con esse. E' stato posto il problema del lavoro con i minori, soprattutto nella fascia di età di passaggio ai 18 anni, ed è emersa la necessità di porre maggiore attenzione al racconto delle storie e al passaggio delle informazioni tra un servizio e l'altro.
A questo proposito, è stata emblematica la storia di una persona, che, sin da bambino, ha attraversato una serie di servizi senza la possibilità di stabilire un collegamento efficace e di fare una riflessione approfondita sul suo percorso di cura e sulla sua "carriera istituzionale". Egli, pur non essendo affetto da alcuna patologia specifica, ma avendo vissuto in condizioni di particolare disagio, ha finito per attraversare i vari servizi deputati, compresa la comunità, per approdare al Centro di salute mentale.
E' a partire dalle storie presentate che è stata fatta emergere la necessità di interventi "ecologici" utili a contrastare le dinamiche dell'istituzionalizzazione in ogni fase della vita.
A questo proposito, il rappresentante del Centro Servizi per il Volontariato, dott. Roberto Lionetti, ha approfondito i temi delle competenze professionali e dell'approccio etico dell'istituzione contrapposti alle competenze informali della comunità e all'approccio emico della famiglia e dell'associazionismo.
I corsisti hanno espresso la loro impreparazione nello sviluppare un lavoro con i vari interlocutori della comunità.

Nei lavori dei piccoli gruppi, dedicati alla discussione di casi clinici ancora oggi di difficile soluzione, è stata subito posta la questione del raccordo funzionale tra gli operatori. Sono state approfondite le problematiche relative all'urgenza, alla lungo-assistenza ed alla famiglia.
L'isolamento della persona, la cronicizzazione della patologia ed il ricovero sono stati definiti come indicatori di un lavoro territoriale incompleto. Le soluzioni terapeutiche, ipotizzate per i casi in discussione, hanno teso a valorizzare le pratiche territoriali, il rapido scambio di comunicazioni e di competenze, gli interventi domiciliari e la qualità della risposta. E questo non solo per garantire una risposta efficace, ma anche per le qualificate esigenze dell'utenza.

In alcuni momenti, gli operatori si sono interrogati sul reale significato del corso. Abbiamo voluto, così, riformulare assieme gli obiettivi della nostra formazione in 6 punti:
1) Favorire la conoscenza interpersonale e professionale degli operatori
2) Conoscere le diverse unità operative presenti nel territorio e le modalità operative
3) Superare l'autoreferenzialità e la visione parziale da parte delle singole unità operative
4) Sviluppare delle sinergie tra servizi ed operatori per favorire:
- i progetti di rete
- i progetti per i pazienti in rete
5) Promuovere il confronto sui casi complessi
6) Trovare degli obiettivi condivisi tra le diverse unità operative:
- rispetto ad ambiti e bisogni comuni
- rispetto alle persone

Il documento finale

Il corso si è concluso con la discussione di un Documento finale.
E' il prodotto dell'incontro di quel gruppo di operatori, appartenenti ai Servizi sociali e sanitari che lavorano nell'ambito del territorio corrispondente al Distretto n.3. In esso sono raccolte delle proposte per affrontare alcune criticità del territorio.

Il Documento è composto da 10 punti:

1) Tirocinio e/o stage incrociati nell'ambito delle U.O. del Distretto 3, del C.S.M. 3, dell' U.O. 3 del D.d.D., della U.O.T. 4, del Servizio Sociale d'ambito
2) Incontri informativi con gli operatori della Scuola, delle Forze dell'ordine, della Polizia municipale e del Volontariato
3) Utilizzo dell'U.V.D. come strumento multiprofessionale, flessibile e veloce di confronto sulle situazioni difficili e non limitato agli anziani
4) Coinvolgimento di tutte le figure professionali interessate e identificazione del case manager
5) Discussione allargata su 6 situazioni difficili e riformulazione dei programmi terapeutici
6) Sviluppare una conoscenza condivisa degli indicatori utili ad evitare l'istituzionalizzazione
7) Porre maggiore attenzione al passaggio della titolarità dei casi tra le U.O. e, in particolare, tra le U.O.B.A. e i Servizi per gli adulti. Promuovere il racconto delle storie. Definire una riunione distrettuale periodica di verifica
8) Promuovere iniziative che favoriscano la conoscenza dei servizi da parte della cittadinanza
9) Sviluppare almeno un progetto con le associazioni
10) Individuare un gruppo di operatori appartenenti alle diverse U.O. per pianificare la realizzazione dei punti indicati da questo documento finale.

Alla fine, un gruppo di circa 15 operatori ha accolto l'invito ad incontrarsi nuovamente per attuare il nostro decalogo dei buoni propositi.

Adriana Fascì e Pietro Zolli – D.S.M.

[articolo inserito il 16-03-2006]

* Archivio: [2006]

* Vai a: [Ultimi articoli] || Altri archivi: [2005] | [2007]

Segnalazioni [magazine] a cura del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste
via Weiss 5 - 34127 Trieste - tel. 040 3997350 - e-mail: dsm@ass1.sanita.fvg.it