Riflessioni sul corso per operatori socio sanitari al CSM di
Domio
Come fare per passare della formazione alla pratica?
Non è una questione di poco conto, perché si parla
spesso di formazione e di progetti volti al miglioramento del
servizio offerto, ma risulta spesso difficile coniugare queste
due dimensioni in modo diretto ed efficace.
Molte formazioni finiscono per essere degli investimenti aspecifici
sulle professionalità dei singoli operatori con effetti
non duraturi e con ricadute operative minime.
La nostra presunzione, invece, è di aver organizzato un
corso di formazione che può favorire il passaggio dalla
formazione alla pratica.
Abbiamo, però, anche un'altra presunzione e, cioè,
quella di aver favorito la conoscenza interpersonale e professionale
di un gruppo di operatori sociali e sanitari che lavorano in un
territorio definito. Alla fine del corso, essi hanno elaborato
un Documento finale che costituisce la base di un fare comune
per affrontare le criticità del loro lavoro.
Il corso
Il corso di formazione è stato organizzato nella sede
del Centro di Salute Mentale di Domio dal 13 dicembre 2005 al
31 gennaio 2006, per un totale di 32 ore distribuite in 5 giornate.
Un'analoga esperienza è stata condotta dal C.S.M. di Barcola
con gli operatori del Distretto 1 nel maggio del 2005.
Il titolo dell'iniziativa, di per sé esplicativo, è:
"Costruire il nostro intervento: la formazione come processo
per l'elaborazione di un progetto di comunità assieme alla
comunità. Corso di formazione partecipativa ed integrata.
Valutazione dei bisogni relativi alla salute della popolazione
assistita".
Il corso si colloca all'interno di un programma volto al potenziamento
del lavoro integrato tra il C.S.M. di Domio, le diverse unità
operative che lavorano nell'ambito del Distretto 3 ed i Servizi
sociali della U.O.T. 4 del Comune di Trieste e dell'ambito socio-assistenziale
di Muggia.
L'obiettivo del corso, quindi, non è stato solo di tipo
formativo, ma anche di tipo processuale, volendo favorire, oltre
alla conoscenza tra gli operatori dei vari servizi e alla presentazione
delle stesse unità operative, anche la discussione di alcune
situazioni critiche sulle quali i servizi sono impegnati e l'elaborazione
di un documento finale, base di partenza per una progettualità
a breve e a medio termine.
Questo processo è iniziato con un'iniziativa che ha aperto
il C.S.M. alla comunità locale, invitata a partecipare
alla giornata dell'Open day, organizzato il giorno 9 novembre
2005. In quell'occasione sono state contattate e coinvolte 20
associazioni locali e cittadine. Alcune di esse hanno contribuito
attivamente allo svolgimento della manifestazione, offrendo intrattenimento
e vivande. Altre hanno presentato le loro attività.
Al corso si sono iscritti 30 operatori (medici, infermieri, psicologi,
operatori socio-sanitari) con l'obiettivo di costituire un gruppo
"starter" in grado di:
- favorire la conoscenza delle modalità operative e delle
culture dei diversi servizi distrettuali e sociali,
- migliorare l'organizzazione integrata dei servizi anche nel
rapporto con il privato sociale e gli altri interlocutori comunitari,
- promuovere un progetto terapeutico integrato tra le varie Unità
operative,
- costruire un lavoro di rete nell'ottica della comunità
solidale.
Sin dalla prima giornata, sono stati proposti i temi dell'integrazione
tra le diverse unità operative e il problema dell'isolamento
autoreferenziale nel quale, talvolta, l'operatore finisce per
ritrovarsi.
I corsisti si sono interrogati sui significati di comunità,
di territorio, di presidio, di competenze professionali e di competenze
della comunità. Il servizio territoriale non è stato
definito tale solo perché lavora sul territorio, ma anche
perché entra nella comunità ed è capace di
promuovere un intervento che si pone nell'interfaccia tra le competenze
professionali e quelle della comunità
Nella presentazione del corso sono emerse alcune questioni relative
alla professionalità dell'operatore territoriale, alle
caratteristiche di una professionalità che non deve essere
solo espressione dello specialismo, ma anche della ricerca di
strumenti comunitari con i quali affrontare la solitudine e il
disagio delle situazioni di malattia.
Alcune domande sono state le seguenti:
La comunità può essere coinvolta nell'affrontare
alcune situazioni o nel fare "da sponda"?
La comunità può riflettere sui fenomeni generali
ed elaborare un progetto comunitario complessivo, nel qual siano
coinvolte i vari interlocutori sociali ed istituzionali accanto
ai servizi?
Il progetto comunitario può essere utile?
Le istituzioni possono elaborare una strategia complessiva in
modo da favorire il progetto comunitario?
Il progetto comunitario viene inteso come un bene comune da coltivare
senza cadere nelle dinamiche delle appartenenze?
La discussione è iniziata con difficoltà, ma, nelle
giornate successive, ha portato all'elaborazione del Documento
finale.
Durante gli incontri, i relatori hanno presentato le unità
operative di appartenenza e le modalità di affrontare le
situazioni di crisi e quelle che implicano una lungo-assistenza.
In queste giornate sono emerse alcune criticità che hanno
acceso un confronto tra gli operatori e che, forse, hanno rinforzato
la motivazione di una maggiore integrazione nel lavoro e di una
migliore comunicazione. Tutti hanno convenuto sul fatto che il
corso stava dando finalmente l'opportunità di conoscersi
direttamente, anche nei propri stili personali di lavoro.
La giornata dedicata alle famiglie ha evidenziato la loro solitudine
e la scarsa propensione al lavoro con esse. E' stato posto il
problema del lavoro con i minori, soprattutto nella fascia di
età di passaggio ai 18 anni, ed è emersa la necessità
di porre maggiore attenzione al racconto delle storie e al passaggio
delle informazioni tra un servizio e l'altro.
A questo proposito, è stata emblematica la storia di una
persona, che, sin da bambino, ha attraversato una serie di servizi
senza la possibilità di stabilire un collegamento efficace
e di fare una riflessione approfondita sul suo percorso di cura
e sulla sua "carriera istituzionale". Egli, pur non
essendo affetto da alcuna patologia specifica, ma avendo vissuto
in condizioni di particolare disagio, ha finito per attraversare
i vari servizi deputati, compresa la comunità, per approdare
al Centro di salute mentale.
E' a partire dalle storie presentate che è stata fatta
emergere la necessità di interventi "ecologici"
utili a contrastare le dinamiche dell'istituzionalizzazione in
ogni fase della vita.
A questo proposito, il rappresentante del Centro Servizi per il
Volontariato, dott. Roberto Lionetti, ha approfondito i temi delle
competenze professionali e dell'approccio etico dell'istituzione
contrapposti alle competenze informali della comunità e
all'approccio emico della famiglia e dell'associazionismo.
I corsisti hanno espresso la loro impreparazione nello sviluppare
un lavoro con i vari interlocutori della comunità.
Nei lavori dei piccoli gruppi, dedicati alla discussione di casi
clinici ancora oggi di difficile soluzione, è stata subito
posta la questione del raccordo funzionale tra gli operatori.
Sono state approfondite le problematiche relative all'urgenza,
alla lungo-assistenza ed alla famiglia.
L'isolamento della persona, la cronicizzazione della patologia
ed il ricovero sono stati definiti come indicatori di un lavoro
territoriale incompleto. Le soluzioni terapeutiche, ipotizzate
per i casi in discussione, hanno teso a valorizzare le pratiche
territoriali, il rapido scambio di comunicazioni e di competenze,
gli interventi domiciliari e la qualità della risposta.
E questo non solo per garantire una risposta efficace, ma anche
per le qualificate esigenze dell'utenza.
In alcuni momenti, gli operatori si sono interrogati sul reale
significato del corso. Abbiamo voluto, così, riformulare
assieme gli obiettivi della nostra formazione in 6 punti:
1) Favorire la conoscenza interpersonale e professionale degli
operatori
2) Conoscere le diverse unità operative presenti nel territorio
e le modalità operative
3) Superare l'autoreferenzialità e la visione parziale
da parte delle singole unità operative
4) Sviluppare delle sinergie tra servizi ed operatori per favorire:
- i progetti di rete
- i progetti per i pazienti in rete
5) Promuovere il confronto sui casi complessi
6) Trovare degli obiettivi condivisi tra le diverse unità
operative:
- rispetto ad ambiti e bisogni comuni
- rispetto alle persone
Il documento finale
Il corso si è concluso con la discussione di un Documento
finale.
E' il prodotto dell'incontro di quel gruppo di operatori, appartenenti
ai Servizi sociali e sanitari che lavorano nell'ambito del territorio
corrispondente al Distretto n.3. In esso sono raccolte delle proposte
per affrontare alcune criticità del territorio.
Il Documento è composto da 10 punti:
1) Tirocinio e/o stage incrociati nell'ambito delle U.O. del
Distretto 3, del C.S.M. 3, dell' U.O. 3 del D.d.D., della U.O.T.
4, del Servizio Sociale d'ambito
2) Incontri informativi con gli operatori della Scuola, delle
Forze dell'ordine, della Polizia municipale e del Volontariato
3) Utilizzo dell'U.V.D. come strumento multiprofessionale, flessibile
e veloce di confronto sulle situazioni difficili e non limitato
agli anziani
4) Coinvolgimento di tutte le figure professionali interessate
e identificazione del case manager
5) Discussione allargata su 6 situazioni difficili e riformulazione
dei programmi terapeutici
6) Sviluppare una conoscenza condivisa degli indicatori utili
ad evitare l'istituzionalizzazione
7) Porre maggiore attenzione al passaggio della titolarità
dei casi tra le U.O. e, in particolare, tra le U.O.B.A. e i Servizi
per gli adulti. Promuovere il racconto delle storie. Definire
una riunione distrettuale periodica di verifica
8) Promuovere iniziative che favoriscano la conoscenza dei servizi
da parte della cittadinanza
9) Sviluppare almeno un progetto con le associazioni
10) Individuare un gruppo di operatori appartenenti alle diverse
U.O. per pianificare la realizzazione dei punti indicati da questo
documento finale.
Alla fine, un gruppo di circa 15 operatori ha accolto l'invito
ad incontrarsi nuovamente per attuare il nostro decalogo dei buoni
propositi.
Adriana Fascì e Pietro Zolli –
D.S.M.
[articolo inserito il 16-03-2006]
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