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* Editoriali

disegno di Ugo Pierri«Aggrappati con le unghie alla legge Basaglia»

LA TESTIMONIANZA DELL’ASSOCIAZIONE FAMILIARI SOFFERENTI PSICHICI

La presidente Grazia Sinossi chiede risorse per realizzare nuovi appartamenti protetti sull’esempio dell’esperienza maturata a Villa Carsia

-Quando sentono parlare di cambiamenti alla legge 180 hanno un brivido nella schiena. Amano questa legge più di ogni altra. E sono fra quelli che hanno dismesso l’elegante snobismo triestino di parlar male di Trieste. Benedicono invece la fortuna: perché è a Trieste, si sono convinti spesso dopo molte dolorose peripezie, che uno può permettersi la sciagura della malattia mentale: «Ci sono Centri di salute mentale, associazioni, cooperative sociali, incontri, riunioni, appartamenti, i nostri figli son tornati a lavorare, hanno potuto rimettere piede in teatro e andare in vacanza mentre noi genitori ormai eravamo diventati torvi e silenziosi e non ce la facevamo più».
Così dice l’Associazione familiari sofferenti psichici (Afasop), nata a Trieste nel 1988 e l’altro giorno, attraverso la sua presidente Grazia Sinossi, appassionata nel supplicare il senatore Ignazio Marino in visita «affinché Trieste non perda, con le modifiche possibili alla 180, tutto quello che ha».
Ma che cosa c’è dietro queste famiglie, che altrove invece chiedono il contrario, e cioé più istituzione, più ricoveri, più ospedale? Il racconto della Sinossi riassume la storia e i drammi di tanti.
«Noi genitori e parenti - racconta sommessamente - spesso non vogliamo renderci conto che è arrivato in casa il male dell’anima, e poi non vogliamo rassegnarci, non si va né presto né volentieri da uno psichiatra, è ben diverso che rivolgersi a un ortopedico, endocrinologo, cardiologo. Quando arrivi dallo psichiatra ti senti già un diverso, ti vergogni, inoltre prima che arrivi una diagnosi passa del tempo, bisogna capire la persona, e se è molto giovane bisogna capire se si tratta di turbolenze adolescenziali o di una vera e propria malattia...
«Molti di noi - racconta la signora - nei primi tempi hanno cercato soluzioni nel privato, via da Trieste, lontano da altri occhi, hanno speso somme considerevoli per cercare di più, per sperare ancora, per psicoterapie che poi non hanno avuto alcun esito. Poi si sono dovuti ricredere: se avessero portato i loro malati subito qui, dove un servizio c’è, le cose sarebbero andate meglio. Ma in famiglia, in casi di malattia psichica per la quale non c’è una banale analisi del sangue a dare dimostrazione completa ed evidente, succede di tutto, genitori che s’incolpano gli uni con gli altri per lo stile che hanno dato all’educazione dei figli, per presunti errori pedagogici, e scoppiano liti per ogni genere, si scatena la dietrologia, altri negano l’evidenza, molte coppie ’’scoppiano’’, ci sono separazioni, dolori terribili».
Dietro le quinte di questo mondo a parte, dove gli stessi «familiari» che fanno parte della rete della salute mentale triestina si sentono a un certo punto «mezzi malati» per l’insopportabile dolore di vedere i congiunti tagliati fuori dalle normali speranze di evoluzione biografica, si consumano anche tragedie più forti, oppure si prolungano all’infinito vicende che danzano sul limite: «Non tutte le situazioni si risolvono - dice la Sinossi -, molti figli restano nella casa dei genitori perché non trovano lavoro, i bilanci familiari si ribaltano, i risparmi si consumano, per fortuna almeno farmaci e dottori sono gratuiti...».
La soluzione c’è, e anche a Trieste non basta. «Occorrono risorse - dice la Sinossi -, occorrono più appartamenti protetti, quei cosiddetti ’’luoghi dell’abitare’’ dove le persone con l’aiuto degli operatori reimparano a vivere normalmente, a fare la spesa e a prendere i mezzi pubblici, e devono essere posti belli e ospitali».
L’esempio più amabile la Sinossi lo vede in Villa Carsia, l’ultima vittoria: «In quelle case nuove dell’Ater hanno ricevuto un appartamento, per regolare punteggio, delle persone che contemporaneamente erano assistite dal Dipartimento di salute mentale. Che ha ottenuto dei piani ammezzati, con affaccio sul giardino: nessuno sperava più per loro in un miglioramento, erano situazioni di grave disagio, invece sono persone rifiorite, sono felici di avere una casa e di riprendere uno stile di vita normale».
Quando il Dsm triestino è finito «sbattuto in prima pagina» con violente accuse contro la cura psichiatrica basagliana e Basaglia stesso, per via dell’ormai famoso caso di una mamma che ha reso celebre la figlia malata lamentando scarsità di attenzioni, l’Afasop ha reagito con dolore e con terrore in difesa dei «diritti» conquistati dai loro figli non più «matti, ma cittadini a tutti gli effetti». E ha cominciato ad aprire il proprio cuore collettivo, in una storia che deve ancora essere scritta: «Abbiamo sofferto e stretto i denti e qualche volta anche i pugni per la rabbia e il timore di non essere creduti, per la rabbia e la disperazione, per la fatica e per le lacrime».
(g. z.)


 

[articolo inserito il mese di marzo 2009]

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