Editoriali
«L'omosessualità
è ancora malattia mentale?»
La storia di Ana.
“La fiumana Ana Dragisevic, 21 anni, ha passato cinque anni
della sua vita in manicomio a causa della sua omosessualità.
Ha raccontato la sua storia al quotidiano Jutarnji list: «Mi
hanno rovinato l’adolescenza, non ho finito la scuola, ho
incubi continui. Cercherò comunque di continuare a vivere».
A far uscire Ana dal manicomio ci ha pensato una decisione della
corte distrettuale di Fiume, che ha anche incriminato la responsabile
dell'ospedale psichiatrico.
A farla entrare in manicomio ci aveva invece pensato una richiesta
dei suoi genitori, che sostenevano che fosse tossicodipendente.
Ma come scrive Jutarnji list, la ragazza non è mai stata
tossicodipendente. «Hanno cercato di curarmi dalla mia omosessualità.
Mi rivolgevano sempre domande del tipo: sceglieresti un uomo o
una donna come partner? Mi hanno costretta a dire che ero tossicodipendente.
Mi hanno tenuto in isolamento, mi hanno messo la camicia di forza,
mi hanno fatto iniezioni e mi hanno imbottito di medicine»,
ha detto Ana, che ora vive sola in un piccolo appartamento”.
(notizia riportata da Face
Book)
Non c’è stato modo finora di verificare l’attendibilità
della notizia, ma se è vera, come sembra, ancora una volta
non ci sarebbe di che stupirsi. Fatti come questi sono all’ordine
del giorno ovunque, vicino e lontano. E non avvengono di nascosto
bensì nella perfetta trasparenza di leggi che ne sanciscono
l’ineluttabilità. Perché se è vero,
come si sostiene nella nota riportata su Facebook, che a far uscire
la giovane dal manicomio è stata una sentenza della corte
distrettuale, è altrettanto vero che quel manicomio esiste
ed è preposto a “curare”. E nel rinchiudervi
la figlia quei genitori avevano tutti i motivi per credere che
il manicomio l’avrebbe guarita, ancorché da una falsa
malattia.
Meno di 80 km di strada separano la città di Fiume, in
Croazia da quella di Trieste, in Italia. Una distanza irrisoria
in termini spaziali, nulla per chi la percorre in Internet. Non
così se esistesse un’unità di misura a misurare
la qualità di un’esistenza umana.
In tal caso, tra la vita di un’Ana Dragisevic di Fiume e
un’Ana Dragisevic di Trieste correrebbero ben altre distanze.
Distanze che verrebbe da definire siderali, come se in quegli
80 chilometri di asfalto si fosse insinuata qualche anomalia astrofisica,
una curvatura dello spazio o una voragine di materia oscura, per
dilatarli a oltranza.
Leggi della fisica che sconfinano nella metafisica e di cui poco
ancora sappiamo, e leggi umane – scritte o inconfessate
- che si spingono fino al disumano e di cui da tempo avremmo dovuto
conoscere tutto, o quasi. Perché se la scienza è
un campo di misteri e meraviglie precluso ai più, dolore
e gioia, malattia e salute, felicità e infelicità
sono ambiti che chiunque di noi esplora giornalmente. Senza alcuna
possibilità di sottrarsi o distrarsi, se non nella breve
toccata e fuga di un’illusione, innocua o deleteria che
sia.
E tuttavia è qui che noi siamo veramente e totalmente liberi,
è qui che noi scegliamo chi essere e come vivere. Gli 80
chilometri luce che separano le due Ane non si giocano altrove
se non qui.
A Fiume, la ventenne Ana ha lasciato 5 anni di vita in un manicomio
perché nessuno fino a oggi a Fiume ha creduto che quel
manicomio non avesse senso di esistere. Non quanto basta per decidere
di cancellarlo dalla faccia della Terra, a costo di spenderci
la vita. Forse ora, grazie a lei, qualcuno lo deciderà,
magari Ana stessa. Ma se lo farà dovrà farlo milioni
di altre volte, ogni volta come fosse la prima, quand’anche
avesse ottenuto ciò che voleva. Certe decisioni durano
per sempre. Quando smettono di durare è come se morissero
lasciando spazio ad altre, e non è detto che siano migliori
soltanto perché si dicono o vogliono apparire nuove.
Pensando alla storia di Ana e a quanta strada dovrà fare
per affermare quello che noi qui, a Trieste e in Italia, abbiamo
affermato da oltre tre decenni e al rischio che tutto ciò
da un giorno all’altro vada vanificato, mi vengono in mente
le parole del filosofo giapponese Daisaku Ikeda nella sua Proposta
di pace presentata alle Nazioni Unite un anno esatto fa.
«Anche quando la libertà e la democrazia sono salde»
- scrive Ikeda - «se non ci si sforza di conservarle e rafforzarle,
esse regrediranno fino al punto di diventare forme vuote».
La sua analisi, si legge più avanti, prende spunto dalla
Repubblica di Platone, «il quale affermava che, sostenendo
un’insaziabile ricerca della libertà, la democrazia
alimenta una moltitudine di desideri che gradualmente e insidiosamente
“conquistano la cittadella dell’anima dei giovani”.
Alla fine la situazione sfugge al controllo e si cerca un leader
forte che ristabilisca l’ordine: tra i “fuchi indolenti”
viene scelta un’unica creatura dotata di pungiglione. Così»
- conclude il filosofo - «Platone descriveva la logica e
la facilità con cui la democrazia regredisce verso la tirannia».
Anche per questo, come invita Peppe Dell’Acqua commentando
i recenti violentissimi affronti alla Legge 180 e a chi ancora
in Italia ne riconosce e mette in pratica i principi, non possiamo
più stare in silenzio.
di Kenka Lekovich
Trieste, 14 gennaio 2009
[articolo inserito il mese
di gennaio 2009]
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