Editoriali
«Il
malato mentale è una costruzione storica»
di Pier Aldo Rovatti
(Il Piccolo Cultura, 6 novembre 2008)
Che cos’è un soggetto? La domanda che Franco Basaglia
fa continuamente risuonare durante tutta la sua esperienza, in
tutto ciò che ha fatto detto e scritto, è precisamente
questa. La prima parola che dovremmo leggere nel piccolo libro
di Trieste (dobbiamo pure aggiungere qualcosa – dice Basaglia
nel 1979 – oltre all’invito a venire a vedere di persona
cosa si è fatto e si sta facendo qui) è dunque la
parola «soggetto». O meglio, una frase: «restituire
la soggettività», che vuol dire diritti, abitazioni,
lavoro. Normalità? Forse, ma con tanti distinguo. Per Basaglia
là dove finisce la patologia del manicomio, lì comincia
la patologia della normalità. Dove finisce un’esclusione
dura ne iniziano tante altre, magari più morbide, certo
non meno de-soggettivanti. Perciò è così
azzeccata la metafora della nave che affonda, che Basaglia adopera
in un colloquio sempre dell’ultima fase (quella che si impernia
sulla promulgazione della legge 180, nel 1978), perché
una volta affondata la nave del manicomio bisognerà pure
rendersi conto che all’orizzonte si stagliano le sagome
minacciose di tanti altri navigli, o forme di reclusione, o dispositivi
che tendono ad avvolgere la società in nuove camicie di
forza. Insomma, il viaggio non è terminato e la legge 180
ne è solo una tappa. Anzi, il viaggio è appena agli
inizi perché restituire la soggettività a questo
frammento sepolto della società è come togliere
un tappo. Per molti aspetti, i malati mentali internati nei manicomi
sono tutt’altro che un margine insignificante. Se diamo
loro visibilità, come ha fatto Basaglia, viene in piena
luce il gesto di imprigionamento – il suo significato e
la sua funzione – che la società ogni volta compie
(tutte le società?) costruendo un fuoriscena, un ghetto,
una riserva, un campo separato di cui non si deve sapere nulla
ma che funziona da regolatore, da scarico, da ammortizzatore delle
sue contraddizioni. Se riusciamo a inceppare quel gesto e a metterne
a nudo il carattere violento e falsamente necessario, scoppia
il problema di cosa farsene dell’altro e se una società
debba davvero allontanarlo da sé con tecniche più
o meno raffinate di segregazione. O se, invece, debba prendersene
carico. È chiaro, allora, che la restituzione della soggettività
non riguarda solo i cosiddetti matti che stavano (e stanno ancora)
chiusi nelle istituzioni, ma riguarda tutti, proprio tutti, ogni
soggetto, anche il più normale, sempre che queste identità
(l’identità di essere un soggetto) continui a interessarci.
Eppure, la domanda con cui ho cominciato questa lezione nasconde
un imbroglio filosofico ben noto. Il soggetto non è una
cosa. Se la prendiamo alla lettera e cerchiamo di definire cosa
sia un soggetto abbiamo già allontanato da noi il problema
più importante, in qualche modo abbiamo già imprigionato
questo problema. Occorre cambiare stile di pensiero (qui Basaglia
e la fenomenologia concreta possono davvero incontrarsi) e parlare
di condizioni, pratiche, politiche in questo senso preciso, grazie
alle quali ciascuno possa vivere soggettivamente. Libertà
è diventata una parola spesso stantia, ma non esiterei
ad adoperarla ancora: libertà significa aver tempo per,
avere spazi per, avere mezzi materiali per. Basaglia parlava di
bisogni, inascoltati, repressi, senza alcuna possibilità
di auto-rappresentazione. Oggi usiamo un termine più soft,
«cittadinanza», ma intendiamo qualcosa di analogo.
Diciamo, senza evidenziarlo troppo, che il soggetto è un
soggetto politico. Infatti, se parliamo di soggetto, ne va della
polis, e dunque della nostra supposta normalità. Ne va
anche del fatto che ciascuno di noi ha in sé un’alterità
e deve trovare il modo per viverla ed esprimerla senza costruire
muri, barriere tra l’interno e l’esterno. Se riusciamo
ad abbattere alcuni muri, come ha fatto Basaglia abbattendo il
muro del manicomio, dobbiamo guardare bene in cosa consiste la
normalità per la quale dure e lunghe battaglie si sono
combattute. Non credo che, lucidamente, qualcuno intenda questa
normalità come una continua e necessaria edificazione di
steccati e di rassicuranti esclusioni destinate sempre a dividere
le persone e a bloccarle nelle loro solitudini. E qui vorrei chiamare
in causa il secondo tema della mia lezione: la «follia».
Restituire la soggettività equivale forse a una rimozione
della follia? La risposta è no. E Basaglia, soprattutto
il Basaglia degli ultimissimi anni, è molto netto su questo
punto. In una conferenza tenuta in Brasile nel 1979 fa due affermazioni
che rappresentano una chiave importante per entrare nel suo stile
di pensiero. Afferma (dopo tanta immersione!) di non sapere cosa
sia la follia. E subito dopo si interroga su quali caratteristiche
siano necessarie a una società «per dirsi civile».
Oggi, sappiamo benissimo chi è il malato mentale. Appunto:
il malato di mente è un’entità concreta e
se poi specifichiamo che quel malato mentale è uno schizofrenico
questa entità diventa ancora più concreta. In futuro,
grazie al progresso dei saperi della mente, tale concretezza sarà
ancora più palpabile e dettagliata. Per contraccolpo la
follia, che già sembra indicare un che di astratto, diventerà
sempre più astratta, una parola generica, quasi senza senso.
È davvero così? Per Basaglia i termini si capovolgono.
Per lui, il malato mentale, di cui non disconosce mai l’esistenza
e il cono di sofferenza che lo accompagna, è una costruzione
storica, l’incasellamento di un individuo dentro una categoria
psichiatrica e medica, il risultato di una pratica di de-soggettivazione
che comporta la sorveglianza, il controllo, l’isolamento
e lo stigma. D’accordo con Michel Foucault, Basaglia considera
che la follia e la malattia mentale appartengano con ruoli ed
esiti diversi alla stessa storia: una vicenda che attraversa la
modernità e in cui la follia viene evacuata e sostituita
dalla malattia mentale, servendosi della ragione come legittimazione,
anzi come verità di questo processo. Se lottiamo per uscire
dal tunnel della malattia mentale e del suo stigma, se ipotizziamo
di restituire a questo «malato» la sua soggettività,
allora dovremmo restituirgli anche la sua follia. Con un linguaggio
che oggi tendiamo ad adoperare sempre di meno, Basaglia dice che
la follia è la nostra dimensione irrazionale. Il soggetto
a cui miriamo non deve essere defraudato di questa dimensione
che forse ha a che fare con la libertà stessa. Ecco la
sua testuale affermazione: «La società, per dirsi
civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia.
Invece questa società riconosce la follia come parte della
ragione e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una
scienza che si incarica di eliminarla». Possiamo accettare
o rifiutare questa affermazione (che, a mio parere, taglia corto
con tutte le polemiche, oggi ancora una volta risollevate, sui
guai prodotti dall’antipsichiatria, e se e quanto Basaglia
stesso ne sia stato corresponsabile). È comunque il pensiero
di Basaglia. Se lo rifiutiamo abbiamo chiuso i conti con la follia.
Se lo facciamo nostro, e lo prendiamo come problema sul quale
meditare seriamente, allora vacillano molti dei miti della normalità
di cui in genere ci accontentiamo. E riapriamo così la
questione del soggetto, nella sua complessità, pensando
a un soggetto che può dirsi tale solo quando non è
assoggettato né stigmatizzato come un soggetto comunque
assoggettabile.
[articolo inserito il mese
di settembre 2008]
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