Editoriali
Questa
legge dà più diritti
di Giuseppe Dell'Acqua
Era il 1968 quando il governo di centro sinistra sulla spinta
delle prime aperture dei manicomi a Gorizia, Perugia e Materdomini
(SA) metteva mano alla legge del 1904 sui "frenocomi e gli
alienati" e introduceva il ricovero volontario, creava un'alternativa
alla pesantezza dell'internamento coatto e alla sottrazione dei
diritti civili. Avviava un processo di radicale cambiamento che
si concluderà dieci anni dopo, con la legge 180. In quegli
anni nel campo della salute mentale si sono prodotte accelerazioni,
innovazioni, cambiamenti inconfrontabili col resto degli altri
paesi occidentali. Cambiamenti che cominciavano a restituire possibilità.
Possibilità di restare cittadini, di essere titolari dei
propri diritti, di avere la speranza di rimontare il corso delle
proprie esistenze, perfino di guarire. La legge 180 non ha fatto
altro che questo. Il legislatore si è chiesto se anche
per gli internati, i malati di mente, dovesse valere l'articolo
32 della Costituzione: "...diritto alla cura e alla salute
nel rispetto della libertà e della dignità..."
e ha risposto che sì. Da allora non più lo Stato
che costringe alla cura, che interna, che interdice per difendere
l'ordine e la morale; non più il malato di mente "pericoloso
per sé e per gli altri e di pubblico scandalo", ma
una persona bisognosa di cure. A partire da quegli anni siamo
stati in grado di vedere e ascoltare le persone che vivono il
dolore della mente in quanto persone e non diagnosi, malattie,
oggetti.
Ma proviamo a fare il punto della situazione. Dati raccolti negli
ultimi 6 anni dall'Istituto Superiore della Sanità confermano
clamorosamente il percorso di cambiamento avviato nel '78: le
strutture per la salute mentale sono diffuse, ovunque sono presenti
servizi ospedalieri per acuti e strutture residenziali. Questa
rete di servizi si è sviluppata assieme alle associazioni
di persone che hanno vissuto l'esperienza del disturbo mentale,
che rivendicano la propria storia, che ci raccontano le loro svolte,
che ci dicono come è possibile vivere malgrado la malattia;
associazioni di familiari che fino all'altro ieri erano condannati
alla vergogna, all'isolamento, a sentirsi colpevoli della malattia
o di presunte relazioni malate covate all'interno della famiglia.
Nuove figure sono entrate sulla scena, ora risorse e incredibili
opportunità per tessere reti, strategie, alleanze. Tanto
che il campo del lavoro terapeutico è realmente cambiato.
Pensando alla grande esplosione italiana della cooperazione sociale
impossibile non vedere le infinite opportunità che, proprio
a partire dai manicomi, si sono offerte alle persone con disturbo
mentale per formarsi, entrare nel mondo del lavoro, riprendere
un ruolo sociale e familiare. In 30 anni sono nati e cresciuti
i servizi ospedalieri per il ricovero degli acuti (circa 280 per
quasi 4.000 posti letto), è rimasto invariato il numero
delle strutture convenzionate (55 cliniche per circa 4.800 posti
letto) che si occupano di persone con patologie meno severe. Sono
circa 20.000 i posti nelle strutture residenziali di varie dimensioni,
qualità degli ambienti e intensità di programmi
riabilitativi. Infine un Centro di salute mentale (CSM) ogni 80.000
abitanti è presente nel territorio con orari di apertura
e modalità di lavoro e programmi diversi da Regione a Regione.
Tuttavia, per quanto sviluppati e presenti i servizi di salute
mentale rispondono ancora con difficoltà, e in alcuni casi
veramente male, alle domande di sostegno e di guarigione che i
cittadini ormai consapevoli fanno. La mancata risposta, quando
accade, è dovuta all'estrema fragilità di programmi
e risorse investite nei CSM che dovrebbero rappresentare, funzionando
sulle 24 ore (solo 50 in Italia operano così), il punto
di ascolto, di elaborazione, di presa in carico e di continuità
del lavoro terapeutico. Tutto il sistema, invece, conta sui luoghi
di ricovero (per gli acuti), sui luoghi di lunga ospitalità
(residenze, per i cronici) a conferma di un modo di operare che
poco si discosta dal modello medico ospedaliero. E questo anche
per la mancata trasformazione culturale non dei cittadini, ma
della psichiatria che con fatica si dispone a diventare "salute
mentale nella comunità". Salvo alcune eccellenti eccezioni
(Verona, per esempio), le Università poco hanno fatto per
promuovere ricerca e formazione nel senso del cambiamento avviato
30 anni fa. C'è ancora, così, chi propone che il
Governo modifichi la legge 180, sopravvissuta in questi 30 anni
a ben 29 proposte di cambiamento. È con le Regioni e le
amministrazioni locali che il Governo deve intervenire, formulando
standard, livelli essenziali e, nel caso, commissariando. Mettere
mano alla legge 180 significa soltanto ridurre diritti, libertà
e possibilità. Ha scritto Susan Sontag: "La malattia
è il lato più oscuro della vita, una cittadinanza
gravosa. Tutti noi abbiamo una doppia cittadinanza: nel regno
dei sani ma anche nel regno dei malati. E anche se tutti preferiremmo
usare il passaporto buono, prima o poi ognuno è costretto
a diventare, almeno per un poco, cittadino dell'altro regno".
La malattia mentale costringeva al solo passaporto cattivo. La
180 ha restituito a tutti la possibilità di usare il passaporto
buono.
[articolo inserito il mese
di maggio 2008]
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