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* Editoriali

disegno di Ugo PierriLettera aperta al Direttore de Il Piccolo

- Gentile Direttore,
Le scrivo in veste anzitutto di cittadina di questa città e di questo paese e, come io mi auguro, del mondo. Scrivo per mettere su carta - la quale come si diceva una volta “canta” - queste parole che mi piacerebbe non se ne andassero col vento troppo presto ma che restassero almeno qualche minuto sotto gli occhi di chi avrà l’occasione e l’attenzione di leggerle. Anche pochi minuti a volte possono fare la differenza.
Le dicevo prima di essere cittadina di questa città e di questo paese, ma non lo sono stata sempre. Se ho scelto di diventarlo è perché mi sono riconosciuta nei valori e nei principi fondanti del paese Italia e della città Trieste che in Italia si trova. E se può darsi al caso che fra tutte, io abbia scelto la città italiana di Trieste, non c’è niente di meno casuale della mia decisione di restarvi. Per qui vivere, lavorare, stringere legami, mentre imparo a conoscere l’anima e il corpo di Trieste, la sua natura e la sua cultura. Molti e differenti, talvolta sorprendenti talaltra deludenti, aspetti di Trieste io oggi posso dire di aver appreso; venti anni di vita non spiovono addosso.
Vorrei soffermarmi su uno, che particolarmente mi sta a cuore, e che ho sempre pensato essere motivo di orgoglio, esempio di civiltà, modernità e mondialità da coltivare con ogni cura. Ho sempre pensato che Trieste sia grande, e non già come spesso si dice piccola, chiusa e provinciale, grande perché città aperta a richiami non così facili e scontati a recepirsi e a far propri. Si dà il caso che Trieste sia la città non solo d’Italia ma anche del mondo intero, che per prima ha saputo rispondere alla chiamata di un necessario quanto inevitabile storico passaggio. Entrando grazie anche a questo, nella storia del tempo di cui siamo testimoni.
L’altro giorno a Fest 2008 si parlava di due uomini della Trieste contemporanea, il primo un medico psichiatra, il secondo un politico nonché amministratore cittadino. Si parlava di ciò che questi due uomini hanno avuto qui il coraggio di iniziare e la tenacia di compiere, a beneficio di un non quantificabile ma sempre crescente numero di persone, di cittadine e cittadini. Si parlava di Franco Basaglia e di Michele Zanetti – non servono le presentazioni – e di come questi due uomini lavorando fianco a fianco per un inestimabile bene comune, siano riusciti a far sì che l’impossibile diventi possibile. Facendo sì che la mortificazione e l’esclusione ingiustamente subite da migliaia di nostri concittadini, amici, familiari, allora come oggi, si trasformassero in possibilità e opportunità di esistere con la dignità che spetta a chiunque, per legge di nascita. E che questa dignità e i naturali diritti che ne derivano siano tutelati e garantiti dalla legge degli uomini.
Con il loro fare ed essere, Basaglia e Zanetti hanno mostrato che si può cambiare una natura e una cultura, quand’anche in noi profondamente radicate, e le conseguenze di questa mutazione, per chi le sa e vuole guardare, sono oggi alla vista di tutti. Non so Lei, gentile Direttore, ma io non riesco a spiegarmi perché quando parliamo del futuro della nostra città, i discorsi e i progetti hanno così scarsa considerazione di questo pur così grande tesoro che noi qui abbiamo, e che rischiamo di perdere non meno degli altri nostri tesori, economici, scientifici, culturali e sociali.
Mi si consenta soltanto un esempio. Noi tutti sappiamo come qualche anno fa Trieste perdeva l’Expo, ma quanti di noi sanno che mentre stavamo perdendo l’Expo, stavamo perdendo anche un altro, forse molto più importante “primato”. Il “triste primato dei suicidi” che da sempre ha fatto parlare di Trieste come della città d’Italia più tragicamente rinunciataria. La città che non sa sperare. La città senza un progetto per il giorno dopo.
Se questo è potuto accadere, se oggi noi siamo gli ultimi di una nerissima classifica dove per decenni siamo stati i primi, è perché Trieste, oltre al porto e al commercio, a Joyce e a Svevo, ai Nobel della fisica e la Macchina della luce, ha avuto due uomini come Franco Basaglia e Michele Zanetti. Perché la cultura e ancor prima l’etica del rispetto e della tutela incondizionata della vita, una vita che sa e può vivere, sperare, immaginare, darsi da fare per cambiare, qui è incominciata con loro. E i tanti progetti e servizi sociali e sanitari che questa scelta di campo a Trieste ha informato e costruito, compreso un programma per la prevenzione del suicidio che in 10 anni ha dimezzato il fenomeno, noi triestini li dobbiamo a quel primo decisivo rivoluzionario passo che trenta e più anni fa questi due uomini, affiancati da molti altri, muovevano. Pronti a giocarsi tutto.
E’ possibile che tutto ciò passi quasi inosservato, e quando osservato, con un distacco che spesse volte rasenta la diffidenza, quando non è indifferenza, insofferenza, rifiuto?
E’ possibile che la pagina culturale del Suo, e nostro giornale, apra su Fest relegando le fitte e preziose iniziative della “Fabbrica del Cambiamento”, organizzate nell’ambito del trentennale della Legge Basaglia, a contributi di contorno, come se la vera scienza e le sue meraviglie fossero ben altra e più “alta” cosa? Non è forse la scienza quella disciplina che serve a migliorare, trasformare l’esistenza? Non è forse la scienza figlia di quel “senso della possibilità” che da tempo per Trieste non vuole più essere solo gloriosa mitteleuropea memoria, ma leva su cui costruire orizzonti nuovi e future imprese?
E’ possibile si trascuri una delle contemporanee imprese triestine, l’impresa basagliana, che forse più e meglio saprebbe insegnarci come utilizzare questa leva?
Evidentemente lo è.
“Ma” - direbbe Rilke, il grande poeta che come tutti noi ha amato e cantato il mare e il cielo di Trieste - “se tutto questo è possibile, se ha anche solo un’ombra di possibilità – allora bisogna, per amore del cielo, che accada qualcosa. Il primo, chiunque sia, che ha avuto questo pensiero inquietante, deve cominciare a fare qualcosa di quanto è stato trascurato; anche se è uno qualunque, la persona meno adatta: perché non c’è nessun altro”.
Chi le scrive, signor Direttore, è certamente la persona meno adatta, ma non la prima e neppure la sola, ad aver avuto questo pensiero inquietante. Semmai l’ultima, di una lista che non si può più trascurare. Non fosse altro che per questo, Le chiedo gentilmente di prendere in considerazione queste mie parole.

Kenka Lekovich
Trieste, 21 aprile 2008

[articolo inserito il mese di aprile 2008]

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