Editoriali
(da
Rosanova, ottobre 2007)
Il Parco di San Giovanni ovvero la storia di tre utopie
"Il parco di San Giovanni ovvero la storia di tre
utopie" è il titolo delle dieci pagine a cura di Mariangela
Barberio pubblicate su Rosanova di ottobre 2007, la rivista di
arte e storia del giardino. Anche l'editoriale della direttrice
Marta Matteini parla di San Giovanni.
«Tante volte i luoghi risentono del nostro stato d'animo
che, se non è dei migliori, ci fa archiviare quella visita
o quel soggiorno come poco felice. A me è successo con
Trieste dove trascorsi due anni per motivi di studio alla fine
degli anni settanta, in un periodo in cui mi sentivo particolarmente
smarrita e confusa. Questo ha fatto si che non ci tornassi mai
più. Ma dopo aver letto "il Parco di San Giovanni
ovvero la storia di tre utopie" sono riaffiorati ricordi
che avevo cancellato e che mi legano ancora a quella città
così poco italiana, appartata eppure regale, austera
eppure accogliente. Erano gli anni della legge 180 che rivoluzionava
gli istituti psichiatrici rendendoli luoghi aperti e non più
di segregazione. L'anima di quella riforma era Franco Basaglia,
direttore del manicomio sito, appunto nel Parco di San Giovanni.
Trieste era come un grande laboratorio sociale perché
il primo luogo di convivenza con il disagio mentale era proprio
la città. Non mancavano le critiche, ma c'era anche entusiasmo
e un certo orgoglio. I "matti" sull'autobus, per strada,
sulle panchine, non spaventavano più di tanto perché
i triestini sono abituati a vivere "ai confini", abitano
n territorio al limite di grandi crocevia culturali e linguistici.
In tutto questo il Parco giocava un ruolo fondamentale, e da
quanto si legge, continua a farlo. E' teatro di svariate attività
culturali e botaniche e l'anno prossimo, questo giardino "senza
sbarre", nobile esempio di verde pubblico, celebrerà
il centenario del "magnifico frenocomio civico" inaugurato
nel 1908, diventato "il più bel manicomio del mondo".»
(di Marta Matteini, direttrice di Rosanova, dall'editoriale
di ottobre 2007)
Il Parco di San Giovanni ovvero la storia di tre utopie
Forse la prenderò da lontano, come nelle favole: C'era
una volta... l'incipit più famoso del mondo (ultima
pronuncia chic-choc 'insàipit'...).
No, non così da lontano. Il parco compirà cento
anni l'anno prossimo e io comincerò più o meno dal
suo ottantesimo compleanno... ma poi recupero, tranquilli.
Dunque più o meno vent'anni fa cercavo casa con giardino
(o come si lamentava il mio consorte 'giardino cum casa') e così
cominciai ad andar per le alte, detta alla triestina,
cioè mi arrampicavo per le strade che portano all'altipiano
carsico, visto che giardini in città notoriamente scarseggiano,
e Trieste non fa eccezione. Dunque andando su e giù per
Strada Nuova per Opicina (inaugurata nel 1832...) in cerca del
mio futuro giardino, notai un eccessivo viavai di macchine da
un maestoso portone che certamente portava a un'altrettanto maestosa
villa. La cosa m'insospettì tanto che dopo aver coscienziosamente
ponderato la faccenda, annunciai al consorte che intendevo denunciare
la cosa alle autorità competenti. Così lo portai
sul posto... e con mucho gusto del consorte scoprii che
altro non era se non l'entrata a monte del parco di San Giovanni,
il quale è attraversato per tutta la sua lunghezza (quasi
due chilometri) da una via di veloce scorrimento tra la città
e l'altipiano.
In verità conoscevo bene il rione di San Giovanni, ma
poco o niente sapevo sul parco. Anzi neppure sospettavo che ci
fosse un parco e pensavo che al di là di quella grande
cancellata che vedevo sempre aperta ci fosse l' ex ospedale psichiatrico,
che tutti a Trieste chiamano famigliarmente ex OPP, sigla dietro
alla quale c'era un oceano d'ignoranza da parte mia (e non solo),
in cui 'galleggiavano' le immagini di tetri edifici manicomiali
in disuso.
Comunque, una volta scoperta la scorciatoia, ne divenni un'assidua
frequentatrice e per anni mi avvilii alla vista dello stato di
degrado di tutto quel bendidio, quasi 22 ettari invasi da rovi
e da edifici in rovina. Poi qualche anno fa vidi spuntare come
d'incanto magnifici e coloratissimi edifici di stile Liberty e
una timida sistemazione del verde attorno ad essi e qualche tempo
dopo arrivò alla nostra associazione l'invito a organizzare
nel parco la mostra di piante e arredi per il giardino "Horti
Tergestini". Cominciai a interessarmi a fondo di questo immenso
complesso. Lo scoprii a poco a poco, mi entusiasmai, mi arrabbiai,
mi euforizzai.
Mi posi domande sulla sua storia. Lessi da qualche parte che
era stata l'ex dimora di un nababbo ottocentesco, di origini venete
e appassionato di botanica che, a somiglianza di Massimiliano
d'Asburgo, con cui intratteneva rapporti di amicizia, vi avesse
creato la 'sua' Miramar'. L'idea mi entusiasmò e ne cercai
le tracce, ma non trovai né un castelletto, né giardini
formali, serre di acclimatazione, roseti o dalieti, niente insomma
del consueto armamentario di un giardino vittoriano, trovai invece
una serie di imponenti ed eleganti edifici, alcuni perfettamente
restaurati altri in stato di totale abbandono. Trovai serre di
nessun pregio (niente fascinosi disegni neogotici in ghisa) e
qualche rado boschetto di essenze più o meno autoctone,
molte radure... e una giovane ricercatrice spagnola, Paloma María
Barbabé Casa, e ogni cosa venne illuminata: stavo visitando
le rovine archeologiche della Prima Utopia di
San Giovanni, l'utopia positivistica della fine
dell'Ottocento, che produsse la costruzione del grande innovativo
asilo per alienati che "la municipalità di Trieste
decise di far sorgere in un sito di notevole rilevanza paesaggistica,
storicamente destinato a ospitare complessi residenziali e giardinistici
di pregio, che occupa un'area allungata e ascendente, di forte
risalto scenografico, perimetrato da ampie fasce boscose".
Così scrive Francesca Venuto nel suo "L'ex ospedale
psichiatrico provinciale di Trieste e il suo giardino".
Nelle descrizioni triestine ottocentesche frequentemente si cita
la grande bellezza naturale della collina di San Giovanni, che
vari possidenti avevano scelto per costruirvi case dominicali
circondate da rigogliosi giardini, come nel caso della proprietà
Renner, divenuta parte integrante del comprensorio ospedaliero,
o come il prestigioso complesso di proprietà di Nicolò
Bottacin. Era lui il 'nababbo' amico di Massimiliano. In realtà
nababbo è un termine usato dagli inglesi per definire,
con un po' d'ironia, coloro che avevano realizzato colossali fortune
in India. Nicolò Bottacin era comunque un facoltoso commerciante,
appassionato botanico, cofondatore a Trieste della Società
d'orticoltura e suo primo presidente. Parte della sua proprietà
era stata in effetti acquisita al comprensorio di San Giovanni,
ma ne era rimasta fuori la casa padronale, che esiste ancora con
qualche scampolo del parco, oggidì convertita in un simpatico
residence alberghiero, Villa Bottacin, in vicolo dei Roveri, ‘porta
a porta' in senso stretto con una (già aperta) delle dieci
nuove porte pedonali previste per una maggiore integrazione tra
parco e città, come attuazione di un'altra Utopia,
la Terza.
Scusate, scusate, ancora non vi ho detto tutto della Prima
e ho addirittura saltato la Seconda...
Il problema del passaggio dall'incatenamento dei pazienti psichiatrici
in strutture carcerarie al loro ricovero in luoghi di cura appropriati
si era posto negli anni a cavallo della Rivoluzione francese.
All'Ottocento positivista si pose - anzi s'impose - un altro passaggio,
quello all'open door system: il mondo della psichiatria
si confrontrò sull'obiettivo di eliminare le procedure
di contenzione meccanica e di pensare le nuove istituzioni pschiatriche
come luoghi aperti, apparentemente senza muri esterni, con libertà
di andare e venire, di ricevere visite, di scrivere e leggere,
dove nulla potesse richiamare alla mente il carcere o il convento.
L'open door system impegnò naturalmente anche
la discussione degli alienisti italiani, incontrando però
scarsa fortuna a livello di istituzioni… ma Trieste era
allora una gemma dell'impero asburgico!
La municipalità di Trieste deliberò l'acquisto
del terreno ritenuto idoneo sulla scorta di alcuni studi, come
quello pubblicato nel 1889, assai documentato e in linea con le
più moderne sperimentazioni del tempo, del medico comunale
di Cormons, F. Veronese, secondo il quale il complesso manicomiale
avrebbe dovuto trovarsi in posizione libera, soleggiata e
ventilata, con piacevoli vedute lontane, non soffocato in una
valle umida, ma neppure in cima a colline troppo sbattute dalla
bora, una plaga amena su suolo fertile dove vi potesse crescere
una vegetazione rigogliosa: "l'alienato abbisogna d'impressioni
liete e ridenti e di un terreno che lo compensi generosamente
del lavoro che vi dedica".
Fu redatto dunque un programma di progettazione di massima che
prevedeva "una struttura complessiva di tipo a villaggio;
di forme diverse fra loro, gli edifici dovevano essere
forniti di servizi igienici propri e ciascuno di giardino, veranda
e passeggio coperto e dovevano aver l'aspetto di casini ad uso
di villeggiatura".
Su queste basi l'incarico fu dato all'architetto Ludovico Braidotti.
Nato a Gorizia nel 1865, si era laureato a Vienna nel 1887 in
uno dei periodi più vivaci e interessanti della storia
dell'architettura europea e viennese in particolare. Marco Pozzetto
lo inserisce tra le figure da recuperare: " ricorderei (…)
Ludovico Braidotti, il cui nosocomio servì da modello a
Otto Wagner (…)". In realtà per il complesso
manicomiale dello Steinhof nei dintorni di Vienna, realizzato
tra il 1905 e il 1907, a Wagner fu chiesta una consulenza, ma
la realizzazione è di Karl von Boog.
I lavori di costruzione iniziarono a Trieste nel 1902 e il 4
novembre 1908 fu inaugurato il "magnifico frenocomio civico".
Tra distese di prati, edifici dalle linee eleganti sorsero a formare
una minuscola città-giardino di ventun ettari, con la chiesa,
il teatro, una sala di trattenimenti, le sezioni di lavoro, viali
alberati, aiole fiorite, e siepi topiate. Il complesso comprendeva
una trentina di edifici e i padiglioni manicomiali erano distribuiti
ai due lati di un asse centrale. Il perimetro era costituito da
una fascia boscosa… atta anche a nascondere l'inevitabile
recinzione.
Un progetto giustamente ammirato: l'aerea, allungata e ascendente
è suddivisa, a seconda dei diversi livelli altimetrici,
in tre parti. La parte inferiore è trattata in modo paesistico,
così da creare un collegamento naturale con la città.
Nella zona mediana viene collocato il complesso direzionale dalla
cui facciata postica si diparte salendo il grande viale centrale,
che raccorda la zona a valle con quella a monte. Il fondale di
questa prospettiva è un'ampia scalea che porta al Villaggio
del Lavoro al cui centro si erge la chiesa del Buon Pastore. Qui
l'assonanza con il nosocomio di Steinhof è evidente, e
la chiesa di St. Leopold, situata anch'essa sul punto più
alto della collina, è capolavoro autografo di Otto Wagner.
Più che a modelli è lecito pensare a un analogo
percorso di studi e alla temperie culturale dell'epoca.
"...Il progetto Braidotti mostra che l'innovativo disegno
di inizio secolo includeva uno schema di messa a dimora molto
ricco e diversificato. A un ordine più formale degli alberi
in fila singola o doppia nell'area centrale e lungo gli assi principali
e laterali, corrisponde una zona a sud più boscosa e meno
formale. Nel tempo, a questa bella trama d'alberi è stata
"interpiantata" una varietà di altre specie,
soprattutto conifere, come Cedrus, Cupressus, Picea e
alcuni Taxus. In tanti anni di manutenzione evidentemente
assai carente, si sono diffuse inoltre le specie invasive, come
Sambucus, Broussonetia, e Robinia, così
che il sovraffollamento e le condizioni critiche di molti alberi
hanno imposto la necessità di un programma continuativo
di governo oculato". Così concludeva un rapporto di
Thomas Wright, della Fondazione Benetton, del
23 settembre 2004, che dieci anni prima, nel 1994 era stata chiamata
al capezzale del 'Magnifico'... Il complesso di San Giovanni aveva
passato praticamente indenne due guerre mondiali, ma non aveva
potuto resistere agli attacchi di Franco Basaglia, nominato
direttore del frenocomio nel 1971. La sua guerra era durata meno
di quella di Troia: la legge 180 che stabiliva la chiusura dei
manicomi fu firmata dalla ministra Tina Anselmi il 13 maggio 1978.
La Seconda Utopia, l'Utopia della realtà,
come la chiamava Basaglia, aveva vinto, cambiando radicalmente
la psichiatria in Italia e nel mondo.
Simbolo di questa vittoria è diventato Marco
Cavallo: non appena decretata la chiusura del manicomio,
l'amministrazione aveva deciso di mandare al mattatoio il cavallo,
di nome Marco appunto, che ogni mattina con un carro faceva il
giro di tutti i padiglioni per la raccolta della biancheria sporca
da portare alla lavanderia. Ma qualcuno si oppose all'abbattimento
di una bestia che per anni aveva svolto il suo onorato servizio,
lo comprò e lo mantenne vita natural durante a suo spese
in pensione in una stalla. Il cavallo Marco liberato fu assunto
dai ricoverati come simbolo dell'abbattimento delle mura dell'Ospedale
Psichiatrico. L'ultima domenica di marzo del 1973, un cavallo
azzurro in legno e cartapesta su una piattaforma a rotelle uscì
dalla cancellata del frenocomio e sfilò, alla testa di
un corteo, per le vie di Trieste, da San Giovanni a San Giusto.
Da allora Marco Cavallo onora spesso le feste e le manifestazioni
che hanno luogo nel parco.
Una grande scultura in metallo di Marco Cavallo fu realizzata
da Vittorio Basaglia, scultore e pittore, cugino di Franco.
Dopo essere stata esposta al Museo d'Arte Moderna a Ca' Pesaro
a Venezia è ora sistemata nel parco.
"Un grande parco urbano di singolare carattere e
alta qualità", è stato definito da
Thomas Wright.
E il suo futuro sarà il monumento alla convivenza. Dopo
l'utopia del positivismo ottocentesco e quella
decostruttiva di Basaglia, che purtroppo morì
a soli 58 anni nell'agosto del 1980, il parco è l'obiettivo
della Terza Utopia, quella di Franco Rotelli,
l'utopia della convivenza. Suo successore 'storico',
in una carica che fortunatamente non esiste più (attualmente
è direttore dell'Azienda per i servizi sanitari 'Triestina'
n. 1), Rotelli sostiene: "...dobbiamo trovare pratiche,
linguaggi, mediazioni, riconoscimenti, messe in scena, affetti,
che siano il senso stesso di una produzione collettiva d'opera,
il luogo del dialogo..."
E l'utopia della convivenza ha già principiato
ad attuarsi. Franco Rotelli è riuscito infatti a creare
sinergie inimmaginabili tra enti pubblici e privati e istituti
universitari, comproprietari di questo luogo incredibile. Degno
successore di Franco Basaglia, unisce alla sua fede nella deistituzionalizzazione
del malato mentale anche una capacità organizzativa e ludica
che gioca (appunto) non poco nella creazione di un nuovo spazio
reale e mentale. Né è da trascurare, anzi per chi
scrive e per i lettori di Rosanova è certamente un aspetto
essenziale, il suo grande amore per le piante e per l'arte.
Con grande entusiasmo accolsi il suo invito a collaborare all'organizzazione
di Horti Tergestini, che l'anno venturo terrà la sua terza
edizione, dopo un battesimo 'alla triestina' con pioggia e bora
a 90kmh. Era fine aprile e gli espositori, pur tremando e battendo
i denti (erano 6°C…), assicuravano che sarebbero tornati
perché il ‘set' era magnifico (la mostra si tiene
in quello che era stato ‘il villaggio del lavoro', attorno
alla chiesa e sotto i portici e nelle viuzze circostanti). Quest'anno
siamo stati premiati da un sole magnifico e da una città
che, ormai dimentica dei pregiudizi e dei fantasmi che un sito
di questo genere porta con sé come eredità del suo
passato, accorre in massa, realizzando il sogno di Rotelli di
veder l'allegria e la gioia occupare gli spazi un tempo ostaggio
di alienazione e sofferenza.
Un'altra manifestazione, già molto amata cui nessuno vuol
mancare, è la festa del solstizio d'estate, che si tiene,
ovviamente, il 23 giugno e dura tutto il giorno per concludersi
con il gran falò notturno. Quest'anno è stata un'edizione
specialissima e indimenticabile: POETI, BIMBI, FUOCHI, LINGUE
E CULTURE A SAN GIOVANNI era il tema, e ha visto la presenza del
nostro Andrea Zanzotto, e dei due poeti di Sarajevo, ABDULAH SIDRAN
e MARKO VESOVIC.
E tanti altri e vari sono gli accadimenti che hanno luogo nel
parco. Per saperne di più visitate il sito www.montepanta.it
della cooperativa Agricola Monte San Pantaleone, motore essenziale
della rinascita di San Giovanni. La Agricola Monte San Pantaleone
è una cooperativa sociale di giardinieri. Suoi sono i progetti
per la sistemazione del parco realizzati negli ultimi tre anni
nonché la manutenzione ordinaria. Tutti gli interventi
sono stati realizzati con il coinvolgimento di elevate competenze
e professionalità accanto a soggetti diversamente abili:
all'utopia positivistica ottocentesca era chiara
la funzione terapeutica del verde... ma Franco Basaglia ha
insegnato a tutto il mondo che per quanto meraviglioso sia un
giardino, se ha le sbarre, non porta alla guarigione, anche se
può alleviare la sofferenza.
Dei numerosi progetti in progress, tra i più eccitanti
per noi giardinieri è la creazione di un roseto che sarà
la riproposizione in toto del Roseto Fineschi di Cavriglia...
ottomila rose, tutte nomenclate, in uno scenario fantastico!
L'anno prossimo, in occasione del centenario dell'inaugurazione
del 'più bel manicomio del mondo' come Rotelli
lo aveva definito (ma la parola chiave è 'manicomio'),
e del trentennale della legge 180 che ne sancisce la chiusura
in tutto il territorio italiano, i festeggiamenti dureranno una
settimana. "...Quello che è stato l'ospedale psichiatrico
diventa così luogo della città a pieno titolo, spazio
della comunità, sito civico bello e utile, nuova agorà,
nuova piazza, nuovo crocicchio necessario della tolleranza e delle
relazioni, stazione di intermodalità culturale, artistica
e spirituale..." sono parole scritte nel 2002 da Domenico
Luciani, direttore della Fondazione Benetton... e forse credeva
di parlare di un'utopia...
Mariangela Barberio
ottobre 2007
[articolo inserito il mese
di gennaio 2008]
Archivio della sezione: [editoriali]