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* Editoriali

disegno di Ugo PierriNon ho l'arma che uccide il leone

Nel mese di ottobre 2007 per Stampa Alternativa è uscito: «Non ho l'arma che uccide il leone - Trent'anni dopo torna la vera storia dei protagonisti del cambiamento nella Trieste di Basaglia e nel manicomio di San Giovanni» di Peppe Dell'Acqua con una prefazione inedita di Franco Basaglia e contributi di Pier Aldo Rovatti, Franco Rotelli, Roberto Mezzina, Giuliano Scabia.

PICCOLA RECENSIONE CLANDESTINA

Ho avuto la mia prima copia di Non ho l'arma che uccide il leone dieci anni fa, me la regalò Peppe, credo fosse uno degli ultimi esemplari che lui scovò chissà dove, e forse anche per questo fu subito magia.

La carta era ingiallita, se non proprio per la polvere dei secoli, sicuramente per quella prodotta da un tempo difficile, impossibile a contarsi, ribelle a ogni ragionevole tentativo di aritmetica. Tant'è che sul frontespizio con piglio deciso e indeciso a un tempo, lui mi scrisse: "a K. Quasi vent'anni dopo ancora confuso"!

Perché il problema non era nella carta e nemmeno nella polvere, il problema era che quel libro nasceva e continua a nascere su un discorso che non viene mai pronunciato, quasi fosse una lunga prefazione scritta per un libro che non esiste. E ciò malgrado non può non esistere. Lo dice meglio Pieraldo Rovatti nella ineguagliabile Prefazione alla nuova, rivisitata edizione di Non ho l'arma che uccide il leone trent'anni dopo, uscita in questi giorni per i tipi di Stampa Alternativa (pagg 333, euro 15). "Cosa intendeva Franco Basaglia quando diceva, nel 1979, che restava qualcosa di misterioso che forse non si era riusciti a comprendere? Credo che Dell'Acqua abbia preso molto sul serio questa domanda […]".

Ecco, per me la magia del libro di Peppe Dell'Acqua era e rimane in questa domanda che non si esaurisce mai e nel testardo, martellante, pazzesco tentativo di immaginare una risposta che non si esaurisce mai. E dove la sola arma per uccidere il leone o quanto meno tramortirlo, è il musiliano "senso della possibilità". Non so, né spetta a me dire se Peppe un bel giorno lo ucciderà, ma so per certo che la sua spada lui l'ha scelta e che non la cambierebbe per nulla al mondo.

Tempo fa, lavorando a uno dei nostri tanti scritti a quattro mani, ho pescato dall'Uomo senza qualità quel mitico passo dove "Dio fa il mondo e intanto pensa che potrebbe benissimo farlo diverso". Ebbene, era proprio ciò che Peppe voleva da se stesso, dal suo lavoro, dal nostro lavoro. Così doveva essere, questo noi dovevamo fare. E questo lui ha fatto intanto che riscriveva la sua "Storia e favola di San Giovanni". Non un'egregia faticata opera di restauro, una accurata revisione aggiornata con il sapere, il senno del poi, del "trent'anni dopo torna la vera storia… " come potrebbe trarre in inganno il sottotitolo della nuova edizione. Non un voltarsi indietro con occhi più consapevoli e come si dice disincantati, ma un illuminare passato presente e futuro con una sola, folgorante mano di luce che è quell'istante di vita unico e irripetibile dove ogni cosa incomincia da capo, pronta a nascere nuova.

La novità, l'attualità, l'urgenza e infine la bellezza di questo libro non sono tanto, penso, nello stile e nei contenuti impreziositi, maturati, più evoluti, quanto nella forza che ne anima la riscrittura. Io la chiamo coerenza, determinazione, convinzione, più poeticamente e in una parola, fede. Quando si continua, con e malgrado tutto e tutti, malgrado noi stessi, a credere nella scelta che abbiamo fatto. Disposti in virtù di questa a riscrivere, se necessario, la nostra vita intera. E sostenere così, con la sola eloquenza dell'esempio, un altro a fare lo stesso. "A tutti i nostri nipotini" è dedicato Non ho l'arma che uccide il leone, e ai "giovani psichiatri che mi hanno raccontato e mi raccontano del loro difficile lavoro oggi, delle loro frustrazioni, delle loro speranze, della loro paura di perdere le radici", si legge in apertura.

Peppe ha avuto la fortuna di incontrare un grande Maestro, quel professor Basaglia che quarant'anni fa prese a riscrivere la vita cancellata delle persone, e ha avuto il coraggio di non tradirlo. Quando oggi, in un libro dalle pagine bianche come neve rileggo le storie dei matti che dormivano sulla collina di San Giovanni come una volta dormivano i morti sulla collina di Spoon River, ancora oggi io posso sentire il grandioso cuore della voce che li ha svegliati. Per non dover mai più dormire quel sonno.

Kenka Lekovich
Trieste, ottobre 2007

[articolo inserito il mese di dicembre 2007]

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