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* Editoriali

disegno di Ugo PierriC'è a Trieste un Laboratorio Permanente per le culture della salute mentale, promosso dall'Associazione Club Zyp e dal DSM, che esce dalla fabbrica del cambiamento nata qui trent'anni fa con Franco Basaglia e tanti altri.

La Fabbrica del Cambiamento

"Non sempre le nuvole sono più alte di noi.
Infinitamente e senza inciampi,
sono dove noi siamo".

H. Michaux

"Da vicino nessuno è normale", chi a Trieste non conosce uno dei più gettonati slogan usciti dalla grande fabbrica del cambiamento intrapresa trent'anni fa da Franco Basaglia. La fabbrica nel frattempo ha lavorato e sodo, ha investito quando e dove pochi si sarebbero sognati di fare, più di una volta rischiando di mandare tutti a casa, e dire oggi, a Trieste, che "da vicino ognuno è normale" non è una licenza poetica. Le persone per le quali la fabbrica si era messa al lavoro non sono più le stesse di allora. Prima, quelle persone erano la "loro" malattia, la "loro" follia e non più, non mai il mondo nel quale pure stavano e dove la malattia, la follia era pure prevista. Poi l'equazione è cambiata. Per l'elementare motivo che era sbagliata. Si accorsero che la malattia e la follia si potevano e dovevano curare, ma soprattutto, che ciò che fino a quel momento si chiamava cura, cura non era. Bisognava reinventare la parola, immaginare nuove, diverse azioni che ne restituissero il significato, il senso, la missione originale.
A partire dall'equazione galeotta. Ne formularono un'altra e si pensò che poteva essere quella giusta. Diceva: le persone non sono la loro malattia, ma con tutta la malattia esse sono il mondo dove stanno. E di questo mondo hanno bisogno per curarsi ed essere curate. E' il mondo la cura.

Così è cominciata la fabbrica per restituire le persone al mondo e per restituire il mondo alle persone. Con ambizioni che all'inizio potevano sembrare decisamente bizzarre e spettacolari, se non altro perché nessuno prima le aveva dichiarate, non così almeno. In effetti la merce che si erano messi in testa di produrre e smerciare era un po' per così dire speciale e favolosa. Con non poca immaginazione la chiamarono "senso della possibilità", sapendo bene che per fabbricare questa merce rara e preziosa ci voleva un gran bel coraggio e senza mai perdere la consapevolezza che questo deriva da un gran bel cuore.

A poco a poco la fabbrica crebbe, si sviluppò, si espanse, affinò le tecniche di produzione che finirono col generare una rivoluzionaria intuizione. In futuro sarebbe diventata la loro specialità, il marchio di riconoscimento. Si resero conto che per produrre la loro merce favolosa ci volevano degli strumenti non meno favolosi e cominciarono a domandarsi quali potevano essere questi strumenti. Che cosa avrebbe potuto rendere la vita delle persone più bella, più buona, più ricca, più curata, più sana. Quali erano gli arnesi adatti per far sentire una persona dopo l'altra sempre più adatta. Iniziarono allora a inventarli e a costruirli questi arnesi, quasi fossero martelli, scalpelli, chiavi, compassi, pialle, lime e tenaglie in mano a perspicaci e tenaci artigiani. Ed essendo la merce in lavorazione un bene cosiddetto incospicuo, qualcosa di invisibile e intangibile che prendeva corpo solo al contatto con il vivere normale e quotidiano delle persone, anche gli arnesi non potevano che essere della medesima natura.

Sicché li nominarono "bisogni". Quei fondamentali bisogni che fanno di ogni essere umano un essere umano e che il secolo scorso, stanco e sfinito di vergogne, battezzò "diritti umani universali". Il bisogno di riconoscersi, identificarsi, essere cittadini, eprimersi, creare, conoscere, sapere, comunicare, tramandare. Il bisogno di rispettare, rivendicare, protestare, imparare, sospendere il giudizio. Apprendere a stare nei conflitti, affrontare le contraddizioni, mettersi in discussione, distinguere i limiti per superarli, saper perdere e abituarsi all'idea di vincere, individuare i propri e altrui bisogni e lottare per affermarli. Ridere, divertirsi, credere di meritarsi una vacanza, infine. Per diventare finalmente normali, ancorché singolari.

La fabbrica aveva trovato la sua gallina dalle uova d'oro. Promosse se stessa in un grande e privilegiato laboratorio permanente di salute, ancor oggi al lavoro. Ancora oggi dove sono ancora molti a non sapere, non vedere quanto utile e necessaria e indispensabile sia questa fabbrica. Per loro tanto quanto per quelli che nella fabbrica continuano a credere e investire, sarebbe allora forse utile ricordare le parole di un giovane con disturbo mentale che frequentava un corso di formazione sulla comunicazione sociale, una delle molteplici officine che la fabbrica ha concretato. Alla domanda "si può guarire?", senza la minima esitazione il giovane rispose: "Guarire, certo che sì, se il problema fosse quello. E' che l'idea di star bene, l'idea di guarire – come dite voi - , spaventa, perché la malattia è una dipendenza. E quando la togli, si spalanca una voragine che bisogna riempire, ma se non sai come, se nessuno ti aiuta a metterci qualcosa d'altro dentro a quel buco, allora tu preferisci restare com'eri. Almeno sai le regole del gioco; bello o brutto, quel gioco tu lo conosci, lì tu giochi in casa tua. E la malattia, per quanto assurdo potrà sembrare, ti copre le spalle".

Kenka Lekovich
Trieste, 13 settembre 2007

[articolo inserito il mese di ottobre 2007]

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