Editoriali
(da
Communitas n. 12, "Le apocalissi della mente")
Ma la salute mentale che cosa è?
Può essere che la salute mentale sia il contrario della
follia. Per quel che mi riguarda io mi immagino che essere folli
altro non significhi che prendersi molto o troppo ( o del tutto)
sul serio. Se sta all'opposto, salute mentale non potrà
che identificarsi con l'esercizio della vacuità, dell'insignificante:
in sintesi la realizzazione completa dell'essere in malafede e
del subire l'ottusa piattezza dell'inerzia.
Per fortuna tra questi due estremi c'è una ragionevole
dose di angoscia che quasi tutti si portano dietro e una ragionevole
dose di stolidità e di menzogna che non consente alla prima
di travolgere il nostro equilibrio instabile. Equilibrio chissà
quanto auspicabile, chissà quanto mediato, reso tale da
un contratto sociale che, misurato in merci e prodotti, costituisce
la nostra commerciale formazione che tutto sopravanza e che di
inclusione/esclusione decide.
La questione vera è allora quando e perché la produzione
di sentire, un fare condiviso che vi si associ siano possibili,
credibili, dedicati ad altra utilità che non siano le merci.
Il socialismo reale ci ha insegnato che via dalle merci c'è
l'imbroglio, l'illibertà, l'istituzionalizzazione di un
potere astratto fatto di ideologia che si fa concreta e pervasiva
violenza: lo Stato.
Ci si potrebbe immaginare che salute mentale stia laddove un
soggetto può esistere con altri, attraverso il linguaggio
comunicare di sé, potere di sé parlare per differenze
accettabili, costituirsi per singolarità parziale e parziale
comunanza. Costituirsi ed essere costituito laddove inclusione/esclusione
si tendono e rischiano tra loro, sul limite sul quale altri possano
trattenerti, tu possa trattenerti e insieme possa trovarsi un
comune sentire, una prassi comune, un progetto interrelato.
Se è verosimile che solo il linguaggio ci può salvare,
se è verosimile che nella follia ci sia non so se una scelta
ma una sicura compiacenza, un vezzeggiamento continuo, una seduzione
subita, un arrovello accarezzato, un'identità estrema purchessia,
l'altro diventa ancora più decisivo del tuo futuro. Se
solo l'altro può salvarti da te, può trattenerti
al di qua, può forse anche spingerti di là o lasciarti,
abbandonato e naufragato, irrelato, solo di questo è utile
parlare.
Molto altro non so. So poi allora che, quando il limite è
oltrepassato, il sociale contratto prevede che qualcuno si debba
per professione e servizio, per statuale compito, in qualche modo
occuparsi di te. E abbiamo pur visto che cosa lì può
accadere e vediamo ogni giorno che cosa accade o rischia di accadere.
Come lì possa essere cementata l'esclusione, la tua non
salute giudicata e oggettivata la malattia (occorrendo però
anche essere consapevoli che è forse meglio essere "malati"
che indemoniati o simili, con ragionevole dubbio pensando che
sia meglio di te si occupi il soi-disant medico piuttosto che
un soi-disant esorcista e forse meglio un ospedale piuttosto che
l'esilio al limite del villaggio).
Si tratterà di capire meglio se da lì sia possibile
che si riannodino i fili dell'inclusione o si aggravi sempre e
solo il fardello di un'esclusione spesso irreversibile ed irrevocabile
attraverso professioni e servizi dedicati.
Se è chiaro che salute e malattia sono spesso compresenti
nel corpo e nell'anima, se più difficile è dire
qui dove l'una, la salute, comincia e l'altra, la malattia viene
colta, difficile sfuggire alla sensazione che le parole non indichino
nulla di quel che davvero accade qui. L'inadeguatezza della parole
attiene alla loro natura razionalizzatrice che par proprio inadeguata
alle peculiarità dell'irrazionale. Usare il linguaggio
per entrar dentro la follia è come usare un metro per misurare
un liquido. Ma è allora adeguato il linguaggio per parlarci
di che cosa sia la salute della mente, di quali ingredienti si
nutra una mente in salute e salute agli occhi di chi? Degli altri
che mi osservano e giudicano o di me che mi rivolto nel sonno
o nella veglia per far fronte alle minacce guerriere che mi sono
ogni giorno rivolte e tento cosi conservarmi in salute?
E per altro, la secessione dal mondo che è l'esclusione
incorporata, l'aggressione interiorizzata e autovalidata, sarà
il segno estremo della follia o l'ultimo residuo di mentale salute,
difesa ad oltranza e contro ogni evidenza? (bisognerebbe poi interrogarsi
su questo strano destino: se sia cioè proprio destino che
si debba passare il tempo a difendersi dalla "concorrenza").
Ma la questione vera resta se abbia qualche senso domandarsi cosa
sia la salute o malattia mentale all'interno di un'organizzazione
sociale che decide lei cosa sia l'una e cosa sia l'altra. Il controllo
sociale pressoché totale fa sì che dalla famiglia
al sistema sanitario o sociale "la presa in carico"
del presunto disturbo mentale, il giudizio sul venir meno della
salute mentale di un individuo, siano in genere precoci e fulminee.
Potrebbe essere salute mentale l'essere liberi dalla concorrenza,
dalla necessità di produrre più e meglio, dal rischio
di esclusione per inadeguatezza rispetto alla leggi del mercato
(che possono includere il saper pescare, cacciare, saper di letteratura
e teatro, essere sorridenti e spiritosi, saper cantare e ballare
esser pieni di iniziative e fantasie, disinvolti e sommelier,
erettili e aggiornati, informatizzati e muscolari e comunque produttori
di una qualsivoglia merce in voga). Potrebbe salute mentale essere
l'infinito divertimento del riconoscersi finalmente tutti diversi
e non perciò diseguali (non voglio andare a cercare in
biblioteca se l'uguale radice di "diversità"
e "divertimento" abbia ragion d'essere, mi basta pensarlo
e mi piace).
Cosa invece stabilisce in concreto questa micidiale equivalenza
tra salute mentale ed omologazione, se non la nostra paura di
perderci nel non riconoscimento dei miei omologhi? Anche la letteratura,
l'arte, il cibo, la poesia, il teatro sono ormai puri prodotti
di consumo, oggetti di conversazione futile come attorno alla
qualità di creme di bellezza e degli stock di roba firmata.
Il pensiero proprio non esiste più come riconoscibile,
oggetto di ironia nel migliore dei casi, la trasformazione del
mondo essendo ormai un concetto vuoto di uomini ed idee. Se l'unico
progetto condiviso è lo Sviluppo (e il consumo) lì
sarà l'indicatore di salute mentale o al meglio nella casetta
in Toscana dove si coltiva l'orto e il pisello odoroso, mai là
dove la fatica del vivere realizza il suo rischio e la sua finitudine,
scopre l'uomo nella sua infinita miseria e ne assume però
l'onere.
L'evidente ovvietà di quel che sto dicendo ha singolare
non riconoscimento nel novanta per cento delle pratiche di chi
fa professione di produzione di salute mentale, le scienze "psy"
si dislocano altrove e organizzano pensieri, modelli, pratiche
e concetti di tutt'altra natura, sovrapponendo autore ad autore
in un lungo monologo senza fine, soliloquio potente perché
costitutivo di corporazioni di potere-sapere, perché merce
che si accumula e capitale che si riproduce, inverificato, gratuito,
per lo più autoreferenziale, intangibile per crociati consensi.
La psichiatria è stata (e lo è ancora in vari luoghi)
una sorta di strumento del terrore inteso come azzeramento e attribuzione
di un'identità insopportabile.
"Basagliano" diverrà allora il pensiero sensato
(ormai introvabile), l'agire ad etica minima ispirato, la pratica
decente delle istituzioni e degli istituti, un'azione dotata di
quel minimo di critica all'idiozia scientifica istituita nelle
apposite società di cui la Psichiatria Forense è
l'apogeo, de-istituzionalizzare il pregiudizio, relativizzare
ogni giudizio, rispettare quel prendersi tanto sul serio, con
ciò forse potendo spezzarne le mura, per un'ansia di democrazia
che possa ridurre in qualche modo l'obbligo della malafede come
unica difesa dalla follia.
Ce lo potrà permettere l'avere autonomi progetti, avere
un socius in questo, dei complici qua e là, costruire assieme
all'altro una frase di cui sapevamo solo qualche parola, qualcuno
o qualcosa che non si stanchi della tua difformità. E se
fossimo addirittura capaci di costituire l'altro a valore ? Forse
(psichiatri) avremmo cominciato a fare il nostro mestiere. Sarà
sempre tardi.
Franco Rotelli
psichiatra – Direttore Generale A.S.S. n. 1 Triestina
Novembre 2006
[articolo inserito il mese
di gennaio 2007]
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