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Mappa del sito | Redazione | Contattaci | Credits || Ultimo aggiornamento: Giovedì 6 Settembre, 2007 16:19



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* Editoriali

disegno di Ugo PierriSan Giovanni. C'era una volta un manicomio

Una volta l'autobus si fermava qua. Ti lasciava all'ingresso sud dell'ospedale. Dell'ex ospedale, certo, ma ancora a tutti gli effetti una cosa viva, attuale, nella sua contundente sgradevolezza. Già alla fine degli anni '70 il cancello non c'era più. Erano rimasti solo i pilastri, colonne d'Eracle del mondo dei pazzi. Ci si poteva entrare liberamente - e altrettanto liberamente si poteva uscire - eppure la sensazione era sempre quella di mettere i piedi nella malattia, di passeggiare in un parco verde come la follia che lo aveva abitato, un posto apparentemente placido e rasserenato che trasmetteva solo inquietudine. Ora non è più così.

L'ex ospedale psichiatrico, noto come Opp, si trova nel rione di San Giovanni, col tempo divenuto antonomasia di manicomio, per cui ancora adesso si può sentire qualche triestino dire San Giovanni per indicare un ben preciso stato mentale, magari picchiettandosi la tempia col polpastrello a mo' di chiarimento. Qui nel 1971 arriva Franco Basaglia, l'autore della riforma psichiatrica di sette anni dopo, l'uomo che rivoluzionerà l'approccio alle psicosi e restituirà ai malati i diritti personali e sociali, incluso quello fondamentale alla libertà. Con sé porta l'esperienza del manicomio di Gorizia e un gruppo di giovani seguaci. Beppe Dell'Acqua è uno di questi. Mi accoglie nel suo bellissimo ufficio da direttore - grandi finestre sul bosco, riquadrate in sei diverse ante con le manigliette d'epoca, il soffitto alto quattro metri e più, le librerie colorate, di evidente fattura artigianale -, mi stringe la mano con tutta la cordialità e la simpatia che un salernitano sa esprimere in un solo gesto e mi fa accomodare nella poltrona accanto a quella già occupata da un cucciolo di bracco addormentato.

«Che vuoi sapere che già non sai?» mi dice Dell'Acqua, conoscendo il mio passato di animatore in un centro di salute mentale di Pordenone. «Mi piacerebbe fare due passi con tè qui attorno. Ti va di farmi da cicerone?» gli dico. E lui subito si alza e mi porta fuori con un braccio sulla spalla.

Il padiglione in cui si trova la direzione del dipartimento era quello degli infermi. Al posto dei loro letti di metallo ci sono comode poltrone, librerie, sculture donate da qualche artista amico o fatte dai pazienti, come nel caso delle istallazioni appese al soffitto a scopo anti-eco. Le vecchie camerate sono occupate da poche scrivanie e molte sedie sparse, come a indicare un lavoro fatto più di dialoghi e riunioni che non di carte. Gli stanzoni sono disposti ai due lati di un ampio corridoio, la vecchia corsia, ora coperta da una mistura sintetica tipo tartan, di colore blu cobalto. Dell'epoca sono rimasti gli infissi, il parquet e le enormi porte interne, praticamente delle vetrate scorrevoli su ruote di treno in miniatura. Dappertutto, lampade rosse e azzurre a vivacizzare il bianco calce (forse ancora un po' troppo «ospedale austriaco») dell'intonaco. Vicino all'ingresso c'è un poster con un bei po' di persone, tra cui Dell'Acqua stesso, imprigionate nella camicia di forza, ognuno con il proprio nome e la professione scritti sotto. I pazienti - tradendo lo spirito della foto mi è impossibile non distinguerli a una seconda occhiata - sono «apprendisti giardinieri», «attori», «addetti alle pulizie».

«Ormai, qui dentro a San Giovanni, questa è una delle ultime strutture rimaste ai servizi di salute mentale» dice Del l'Acqua facendomi strada all'aperto. «Quasi tutti gli altri pa diglioni sono occupati da associazioni e istituti che non hanno niente a che fare con la psichiatria. Dipartimenti universitari, cooperative sociali, cose così. E noi siamo molto con tenti. Il nostro scopo era proprio quello di ritirarci piane piano da San Giovanni e restituirlo alla città. Aprire, far entrare gli altri, ma soprattutto, prima di tutto, lo vedi qua i nostro Marco Cavallo?, uscire noi». Marco Cavallo è sotto una specie di patio, accanto all'edificio. Sarà per l'effetto della cartapesta, sarà per i riflessi del sole sulle sue curve azzurre, ma mi sembra più dinoccolato che mai.

Nel 1972 Franco Basaglia chiamò suo cugino Vittorio, celebre scultore veneziano, a gestire un laboratorio d'arte insieme al poeta Giuliano Scabia e ai degenti del manicomio Malati, studenti dell'Accademia di Venezia e Basaglia stesso parteciparono alla realizzazione di questa scultura. Il mo dello di Marco Cavallo era un suo omonimo ronzino che tirava il carro della biancheria sporca in questa specie di città nella città. Era molto amato dai pazienti, con i quali condivideva l'internamento, la vita pulita e ordinata che si svolgeva dentro la cinta muraria del «grande innovativo asili per alienati», del «magnifico frenocomio civico di Trieste; (parole di Ludovico Braidotti, già comparso nel capitoli sulla bora, progettista unico agli inizi del Novecento de comprensorio di San Giovanni). La vita di Marco non doveva essere completamente schifosa. Era ben tenuto, ben nutrito, non si annoiava, non aveva preoccupazioni se non quella di tirare il carro della biancheria. Una vita molto simile a quella degli internati, i quali venivano curati secondo i criteri rigorosi della scienza austriaca, figlia contesa di positivismo e paternalismo. Igiene, organizzazione, ergoterapia avevano senz'altro tenuto lontano i pazienti di Trieste dal degrado e dall'inciviltà di molti manicomi italiani. Eppure, paradossalmente, il fatto di non essere sottoposti a maltrattamenti risultò un ostacolo ulteriore per la loro liberazione. «"Che bisogno c’è di farli uscire?" ci chiedevano» dice Dell'Acqua. «"Stanno così bene là!" Il problema del manicomio era proprio la sua capacità di assorbire tutto nella sua macchina autarchica. Tieni presente che questo posto, secondo le grandi utopie edilizie di fine Ottocento, era completamente autosufficiente. Qui si faceva il pane, tanto per dire. Ecco, il manicomio sapeva metabolizzare ogni cosa, anche le riforme più innovative. Questa si chiama via Edoardo Weiss, capisci? Qui ha lavorato a lungo l'allievo di Freud, colui che ha fatto conoscere la psicoanalisi in Italia, voglio dire, era un posto con gente seria, pronta anche a piccoli compromessi con le nuove teorie pur di mantenere in piedi il vecchio istituto. Insomma, l'unica vera soluzione era abbatterlo». Ma intanto, prima che questo avvenisse, Marco Cavallo aprì una breccia. Nel marzo del 1973 la scultura guidò cortei di studenti, operatori, pazienti e artisti in giro per la città. Trieste dovette accorgersi dei diritti dei malati di mente e identificò anch'essa questa statua come simbolo di libertà contro la concezione asilare della psichiatria ottocentesca. Giuliano Scabia scrisse il diario di quell'esperienza e lo pubblicò tre anni dopo con il titolo, appunto, Marco Cavallo.

«Non è stato facile, quelli sono stati anni durissimi» dice Dell'Acqua, mentre passiamo accanto al bar degli universi tari. Studenti e professori del dipartimento di Geologia sotto gli ombrelloni rossi, in pausa pranzo. «Per la gente eravamo gli psichiatri capelloni, gli psichiatri comunisti e terroni (parecchi di noi venivano dal Sud). Però la città nel suo insieme ha sempre avuto un atteggiamento, come dire, dialettico con quello che facciamo. Ha lasciato uno spiraglio aperto sin dall'inizio, anche quando la maggioranza dei cittadini ci guardava con sospetto. Adesso tutti i triestini vanno fieri dell'esperimento fatto in questa città, parlano con orgoglio di Basaglia. La nostra fortuna è stata che Trieste per sua tradizione ha grande fiducia nelle istituzioni pubbliche e, pur con mille resistenze, ha saputo aspettare fino a che i risultati l'hanno convinta».

La legge 180 del 1978, giustamente nota come legge Basaglia, ha svuotato San Giovanni. Giorno dopo giorno le famiglie dei pazienti, le comunità alloggio, i centri di salute mentale, le cooperative sociali e gli altri fili di questa re te di cura hanno saputo accogliere nel consorzio dei cosiddetti normali i cosiddetti pazzi. Ha restituito a questi ulti mi il diritto alla dignità di persone. Nel!'Istituzione negata Basaglia spiega come l'ospedale psichiatrico, attenendosi a priorità di ordine pubblico e controllo sociale, producesse malattia anziché cura. «Dal momento in cui oltrepassa il muro dell'internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale. Viene immesso cioè in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo e insieme curarlo, appare in pratica come un luogo costrutto per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. [...] L'assenza di ogni progetto, la perdita di futuro, l'essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta per sonale, l'aver scandita la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative, questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell'asilo».

Risaliamo per il vialetto principale verso i padiglioni più a nord. Sui muri ci sono ancora le scritte rosse degli anni '70, l'IMMAGINAZIONE AL POTERE, eccetera. Nella direzione opposta scendono gruppi di ragazze con cartellette e acque minerali, credo stagiste di qualcosa. Le triestine si riconoscono a colpo d'occhio, sono già cotte dal sole. Le altre hanno le braccia e i polpacci rosa porcellino, com'è normale che sia ai primi di maggio. Anche Dell'Acqua è bello abbronzato. «Dotar» lo saluta un tizio in tuta gialla e mocassini. «Buon giorno» risponde Dell'Acqua e, subito dopo averlo oltrepassato, mi dice: «Quello è uno dei quaranta ex degenti che abitano negli alloggi lassù in alto, vicino all'ingresso nord. Sono gli ultimi utenti del servizio seguiti all'interno dell'ex Opp. Considera che il dipartimento, con i suoi quattro centri dislocati nella città, assiste quattromila persone e in tutto noi siamo in due centoquarantasei. Prima del '78 qui dentro c'erano milledue cento degenti e l'organico contava più di cinquecento opera tori. Non so se mi spiego, pensa al risparmio per la sanità pubblica». Io invece penso alle serate di musica disco che veniva no organizzate qui in piazzetta, ogni giovedì estivo, nei primi anni '80, proprio qui davanti alla chiesa sconsacrata, in questo piazzale abbracciato dai portici degli alloggi, dove i mala ti stavano a guardare con le loro coca-cole la gioventù occupante. Penso a quel brivido sciocco di venire a ballare a casa dei pazzi, a quel senso di invasione, di intrusione, che condividevamo noi tutti più o meno silenziosamente, ragazzi e ragazze alternativi, pronti a scroccare una serata all'aperto in una pseudodiscoteca a ingresso libero. Ce ne andavamo sempre un po' sollevati. Non era vera integrazione. Era un tentativo, erano gli anni '80.

Adesso l'aria che si respira è completamente diversa. Sembra proprio che la città si sia riappropriata del parco. Prima di salutarci, ci fermiamo a prendere un caffè al Posto delle Fragole, il locale dell'ormai storica cooperativa di San Giovanni, composta nella sua totalità da persone con un'esperienza psichiatrica o di tossicodipendenza. Mi guardo attorno. Operai che pranzano, un gruppo di ragazzi coi telefonini e i palmari sul tavolo e un altro po' di gente al banco, che tramezza in fretta. L'idea che trasmette il Posto del le Fragole è quella di uno spaccio aziendale, di un bar al pian terreno di un consultorio o di un patronato. Non c'è più traccia del fascino della follia, finalmente. Solo gente che mangia e beve prima di tornare al lavoro.

Io non ho mai creduto che le psicosi possano essere riconducibili a disfunzioni organiche - come fa il biologismo di stampo americano - né a cause esclusivamente sociopolitiche - come ha fatto il basaglismo di Psichiatria Democratica. Credo che la schizofrenia sia l'effetto complesso, dilazionato, di una grave lacuna della struttura psichica verifìcatasi nella fase dell'Edipo, credo che dipenda da quella che Lacan chiamava la fuorclusione del Padre, ma ciò non toglie che la fine della fumosa celebrazione della follia da parte di certo irrazionalismo kitsch e di tutti i luoghi comuni legati alla dissociazione come fonte di creazione artistica sia in gran parte merito, soprattutto a Trieste, del pragmatismo di Basaglia e dei suoi seguaci. Non c'è niente di magico, niente di messianico in una crisi maniaco-depressiva. Per questo è bello che quella specie di fascino decadente sia scomparso. Così è tutto più basso, più aderente alla superficie delle cose. Ci sono persone che prendono l'autobus, fanno la spesa, vanno a lavorare, vivono da sole o insieme ad altre persone, assumono quotidianamente psicofarmaci di contenimento e ogni tanto, sì, vengono colte da una crisi acuta. Tutto qua. Incontrarle è la cosa più facile ma anche la più banale di questo mondo, basta girare per la città, basta non cercarle a San Giovanni. Loro da qui se ne sono andate. Ma anche San Giovanni se ne è andato da qui, se capite cosa in tendo. L'antonomasia del manicomio è appesa a un'immagine che non c'è più. In questi padiglioni giravano un sacco di Miss Fletcher con la cuffietta inamidata, mettevano in fi la, distribuivano le pillole come in Qualcuno volò sul nido del cuculo, assegnavano lavoretti, premiavano o mandavano in castigo. Qui dentro c'erano malati rinchiusi e infermieri come guardie carcerarie. C'erano camicie di forza, elettro shock e un perenne gelo da esercizio del potere, da manette e neurolettici travestiti da scienza medica. Ci voleva un bei po' per cancellare tutto questo, per far sparire anche l'ultima molecola di cloroformio dall'immaginario olfattivo di chi, anche dopo anni dalla chiusura dell'Opp, cominciava ti tubante a frequentare questo parco, prima una serata disco, poi una pomiciata sulle panchine più appartate, poi una timida occhiata agli interni delle strutture. Adesso Trieste ci è riuscita. Dell'Acqua mi saluta e se ne toma nella sua bella direzione dipartimentale: «Vieni a uno dei nostri seminari! Lo scorso inverno hanno partecipato centinaia di giovani. A dicembre lo rifacciamo di sicuro. È questo che vogliamo, offrire le testimonianze dei pazienti, degli operatori, degli ex degenti, a chi ha voglia di capire. Se no... "Chi dunque guarirà coloro che si dicono sani?"», e si allontana con lo sguardo birichino, senza dirmi di chi è la citazione.

Io risalgo ancora verso nord, in cerca della fermata del l'autobus. Camminando lentamente mi prendo lo sfìzio di una piccola digressione. Dietro non ho mai capito se una rimessa o un'officina, c'è il trompe-l'oeil di un uomo che si arrampica su una scala vera. È una parte piuttosto marginale del parco. Vetri rotti, qualche sacco di materiale edile buttato sul bordo strada, un paio di carcasse di motorino, l'aspetto malridotto di una piccola zona che non vale la pena risa nare. Il muro è infestato dai rampicanti, però l'uomo, sbiadito, consumato in più punti dalla pioggia e dal sole, continua a mettere un piede dopo l'altro sui pioli della sua scala. E un disegno naif, la scala è di metallo arrugginito, cementata al muro. Non so dove porti - c'è una botola sotto quella nicchia? dà forse sul tetto? -, immagino che qualcuno l'avrà pure usata se è stata addirittura fissata all'edificio. Mi sono sempre chiesto cosa avrà provato quello che ci è salito per davvero, a ricalcare col suo corpo vivo il corpo disegnato del l'uomo in trompe-l'oeil. Lui sarà salito, avrà fatto quello che doveva fare e poi si sarà di nuovo scollato da quell'immagine che invece incessantemente, senza alcuna speranza, come un povero Sisifo di vernice, è ancora lì che tenta la propria scalata. Che gesto assurdo e potente, penso. E poi un'illuminazione, forse quell'uomo non sta salendo, ma sta scendendo. Forse quella figura tanto simile a una marionetta non è la follia che tenta di uscire in città, ma la città che tenta di entrare in manicomio.

E la città ce l'ha fatta, è entrata. L'autobus si ferma proprio davanti agli alloggi degli ex degenti. Scende un tizio con la sigaretta spenta tra le dita, un sacchetto di nylon sgonfio sull'avambraccio, le chiavi già pronte nell'altra mano. Saliamo io e una signora in tutto simile a Olivia, chignon compreso. La linea è quella del 12. È partito dai Campi Elisi, ha attraversato tutto il centro, ha preso e scaricato gente in via le Raffaello Sanzio, in via Donatello - e io non posso non pensare a omini dipinti che salgono e scendono scale - si è fermato in piazzale Canestrini e ora risale via Weiss e ci porta verso via Bottacin e oltre le colonne dell'ingresso nord ricamando, con la naturalezza che in strada solo un autista d'autobus possiede, un ghirigoro urbano, urbanissimo, con dentro il magnifico comprensorio di San Giovanni.

Mauro Covacich
(da "Trieste sottosopra", 2006, Gius.Laterza & Figli, Roma-Bari)

[articolo inserito il mese di settembre 2007]

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