Editoriali
San
Giovanni. C'era una volta un manicomio
Una volta l'autobus si fermava qua. Ti lasciava all'ingresso
sud dell'ospedale. Dell'ex ospedale, certo, ma ancora a tutti
gli effetti una cosa viva, attuale, nella sua contundente sgradevolezza.
Già alla fine degli anni '70 il cancello non c'era più.
Erano rimasti solo i pilastri, colonne d'Eracle del mondo dei
pazzi. Ci si poteva entrare liberamente - e altrettanto liberamente
si poteva uscire - eppure la sensazione era sempre quella di mettere
i piedi nella malattia, di passeggiare in un parco verde come
la follia che lo aveva abitato, un posto apparentemente placido
e rasserenato che trasmetteva solo inquietudine. Ora non è
più così.
L'ex ospedale psichiatrico, noto come Opp, si trova nel rione
di San Giovanni, col tempo divenuto antonomasia di manicomio,
per cui ancora adesso si può sentire qualche triestino
dire San Giovanni per indicare un ben preciso stato mentale, magari
picchiettandosi la tempia col polpastrello a mo' di chiarimento.
Qui nel 1971 arriva Franco Basaglia, l'autore della riforma psichiatrica
di sette anni dopo, l'uomo che rivoluzionerà l'approccio
alle psicosi e restituirà ai malati i diritti personali
e sociali, incluso quello fondamentale alla libertà. Con
sé porta l'esperienza del manicomio di Gorizia e un gruppo
di giovani seguaci. Beppe Dell'Acqua è uno di questi. Mi
accoglie nel suo bellissimo ufficio da direttore - grandi finestre
sul bosco, riquadrate in sei diverse ante con le manigliette d'epoca,
il soffitto alto quattro metri e più, le librerie colorate,
di evidente fattura artigianale -, mi stringe la mano con tutta
la cordialità e la simpatia che un salernitano sa esprimere
in un solo gesto e mi fa accomodare nella poltrona accanto a quella
già occupata da un cucciolo di bracco addormentato.
«Che vuoi sapere che già non sai?» mi dice
Dell'Acqua, conoscendo il mio passato di animatore in un centro
di salute mentale di Pordenone. «Mi piacerebbe fare due
passi con tè qui attorno. Ti va di farmi da cicerone?»
gli dico. E lui subito si alza e mi porta fuori con un braccio
sulla spalla.
Il padiglione in cui si trova la direzione del dipartimento era
quello degli infermi. Al posto dei loro letti di metallo ci sono
comode poltrone, librerie, sculture donate da qualche artista
amico o fatte dai pazienti, come nel caso delle istallazioni appese
al soffitto a scopo anti-eco. Le vecchie camerate sono occupate
da poche scrivanie e molte sedie sparse, come a indicare un lavoro
fatto più di dialoghi e riunioni che non di carte. Gli
stanzoni sono disposti ai due lati di un ampio corridoio, la vecchia
corsia, ora coperta da una mistura sintetica tipo tartan, di colore
blu cobalto. Dell'epoca sono rimasti gli infissi, il parquet e
le enormi porte interne, praticamente delle vetrate scorrevoli
su ruote di treno in miniatura. Dappertutto, lampade rosse e azzurre
a vivacizzare il bianco calce (forse ancora un po' troppo «ospedale
austriaco») dell'intonaco. Vicino all'ingresso c'è
un poster con un bei po' di persone, tra cui Dell'Acqua stesso,
imprigionate nella camicia di forza, ognuno con il proprio nome
e la professione scritti sotto. I pazienti - tradendo lo spirito
della foto mi è impossibile non distinguerli a una seconda
occhiata - sono «apprendisti giardinieri», «attori»,
«addetti alle pulizie».
«Ormai, qui dentro a San Giovanni, questa è una
delle ultime strutture rimaste ai servizi di salute mentale»
dice Del l'Acqua facendomi strada all'aperto. «Quasi tutti
gli altri pa diglioni sono occupati da associazioni e istituti
che non hanno niente a che fare con la psichiatria. Dipartimenti
universitari, cooperative sociali, cose così. E noi siamo
molto con tenti. Il nostro scopo era proprio quello di ritirarci
piane piano da San Giovanni e restituirlo alla città. Aprire,
far entrare gli altri, ma soprattutto, prima di tutto, lo vedi
qua i nostro Marco Cavallo?, uscire noi». Marco Cavallo
è sotto una specie di patio, accanto all'edificio. Sarà
per l'effetto della cartapesta, sarà per i riflessi del
sole sulle sue curve azzurre, ma mi sembra più dinoccolato
che mai.
Nel 1972 Franco Basaglia chiamò suo cugino Vittorio, celebre
scultore veneziano, a gestire un laboratorio d'arte insieme al
poeta Giuliano Scabia e ai degenti del manicomio Malati, studenti
dell'Accademia di Venezia e Basaglia stesso parteciparono alla
realizzazione di questa scultura. Il mo dello di Marco Cavallo
era un suo omonimo ronzino che tirava il carro della biancheria
sporca in questa specie di città nella città. Era
molto amato dai pazienti, con i quali condivideva l'internamento,
la vita pulita e ordinata che si svolgeva dentro la cinta muraria
del «grande innovativo asili per alienati», del «magnifico
frenocomio civico di Trieste; (parole di Ludovico Braidotti, già
comparso nel capitoli sulla bora, progettista unico agli inizi
del Novecento de comprensorio di San Giovanni). La vita di Marco
non doveva essere completamente schifosa. Era ben tenuto, ben
nutrito, non si annoiava, non aveva preoccupazioni se non quella
di tirare il carro della biancheria. Una vita molto simile a quella
degli internati, i quali venivano curati secondo i criteri rigorosi
della scienza austriaca, figlia contesa di positivismo e paternalismo.
Igiene, organizzazione, ergoterapia avevano senz'altro tenuto
lontano i pazienti di Trieste dal degrado e dall'inciviltà
di molti manicomi italiani. Eppure, paradossalmente, il fatto
di non essere sottoposti a maltrattamenti risultò un ostacolo
ulteriore per la loro liberazione. «"Che bisogno c’è
di farli uscire?" ci chiedevano» dice Dell'Acqua.
«"Stanno così bene là!" Il problema
del manicomio era proprio la sua capacità di assorbire
tutto nella sua macchina autarchica. Tieni presente che questo
posto, secondo le grandi utopie edilizie di fine Ottocento, era
completamente autosufficiente. Qui si faceva il pane, tanto per
dire. Ecco, il manicomio sapeva metabolizzare ogni cosa, anche
le riforme più innovative. Questa si chiama via Edoardo
Weiss, capisci? Qui ha lavorato a lungo l'allievo di Freud, colui
che ha fatto conoscere la psicoanalisi in Italia, voglio dire,
era un posto con gente seria, pronta anche a piccoli compromessi
con le nuove teorie pur di mantenere in piedi il vecchio istituto.
Insomma, l'unica vera soluzione era abbatterlo». Ma intanto,
prima che questo avvenisse, Marco Cavallo aprì una breccia.
Nel marzo del 1973 la scultura guidò cortei di studenti,
operatori, pazienti e artisti in giro per la città. Trieste
dovette accorgersi dei diritti dei malati di mente e identificò
anch'essa questa statua come simbolo di libertà contro
la concezione asilare della psichiatria ottocentesca. Giuliano
Scabia scrisse il diario di quell'esperienza e lo pubblicò
tre anni dopo con il titolo, appunto, Marco Cavallo.
«Non è stato facile, quelli sono stati anni durissimi»
dice Dell'Acqua, mentre passiamo accanto al bar degli universi
tari. Studenti e professori del dipartimento di Geologia sotto
gli ombrelloni rossi, in pausa pranzo. «Per la gente eravamo
gli psichiatri capelloni, gli psichiatri comunisti e terroni (parecchi
di noi venivano dal Sud). Però la città nel suo
insieme ha sempre avuto un atteggiamento, come dire, dialettico
con quello che facciamo. Ha lasciato uno spiraglio aperto sin
dall'inizio, anche quando la maggioranza dei cittadini ci guardava
con sospetto. Adesso tutti i triestini vanno fieri dell'esperimento
fatto in questa città, parlano con orgoglio di Basaglia.
La nostra fortuna è stata che Trieste per sua tradizione
ha grande fiducia nelle istituzioni pubbliche e, pur con mille
resistenze, ha saputo aspettare fino a che i risultati l'hanno
convinta».
La legge 180 del 1978, giustamente nota come legge Basaglia,
ha svuotato San Giovanni. Giorno dopo giorno le famiglie dei pazienti,
le comunità alloggio, i centri di salute mentale, le cooperative
sociali e gli altri fili di questa re te di cura hanno saputo
accogliere nel consorzio dei cosiddetti normali i cosiddetti pazzi.
Ha restituito a questi ulti mi il diritto alla dignità
di persone. Nel!'Istituzione negata Basaglia spiega come l'ospedale
psichiatrico, attenendosi a priorità di ordine pubblico
e controllo sociale, producesse malattia anziché cura.
«Dal momento in cui oltrepassa il muro dell'internamento,
il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale. Viene
immesso cioè in uno spazio che, originariamente nato per
renderlo inoffensivo e insieme curarlo, appare in pratica come
un luogo costrutto per il completo annientamento della sua individualità,
come luogo della sua totale oggettivazione. [...] L'assenza di
ogni progetto, la perdita di futuro, l'essere costantemente in
balia degli altri senza la minima spinta per sonale, l'aver scandita
la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative,
questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola
la vita dell'asilo».
Risaliamo per il vialetto principale verso i padiglioni più
a nord. Sui muri ci sono ancora le scritte rosse degli anni '70,
l'IMMAGINAZIONE AL POTERE, eccetera. Nella direzione opposta scendono
gruppi di ragazze con cartellette e acque minerali, credo stagiste
di qualcosa. Le triestine si riconoscono a colpo d'occhio, sono
già cotte dal sole. Le altre hanno le braccia e i polpacci
rosa porcellino, com'è normale che sia ai primi di maggio.
Anche Dell'Acqua è bello abbronzato. «Dotar»
lo saluta un tizio in tuta gialla e mocassini. «Buon giorno»
risponde Dell'Acqua e, subito dopo averlo oltrepassato, mi dice:
«Quello è uno dei quaranta ex degenti che abitano
negli alloggi lassù in alto, vicino all'ingresso nord.
Sono gli ultimi utenti del servizio seguiti all'interno dell'ex
Opp. Considera che il dipartimento, con i suoi quattro centri
dislocati nella città, assiste quattromila persone e in
tutto noi siamo in due centoquarantasei. Prima del '78 qui dentro
c'erano milledue cento degenti e l'organico contava più
di cinquecento opera tori. Non so se mi spiego, pensa al risparmio
per la sanità pubblica». Io invece penso alle serate
di musica disco che veniva no organizzate qui in piazzetta, ogni
giovedì estivo, nei primi anni '80, proprio qui davanti
alla chiesa sconsacrata, in questo piazzale abbracciato dai portici
degli alloggi, dove i mala ti stavano a guardare con le loro coca-cole
la gioventù occupante. Penso a quel brivido sciocco di
venire a ballare a casa dei pazzi, a quel senso di invasione,
di intrusione, che condividevamo noi tutti più o meno silenziosamente,
ragazzi e ragazze alternativi, pronti a scroccare una serata all'aperto
in una pseudodiscoteca a ingresso libero. Ce ne andavamo sempre
un po' sollevati. Non era vera integrazione. Era un tentativo,
erano gli anni '80.
Adesso l'aria che si respira è completamente diversa.
Sembra proprio che la città si sia riappropriata del parco.
Prima di salutarci, ci fermiamo a prendere un caffè al
Posto delle Fragole, il locale dell'ormai storica cooperativa
di San Giovanni, composta nella sua totalità da persone
con un'esperienza psichiatrica o di tossicodipendenza. Mi guardo
attorno. Operai che pranzano, un gruppo di ragazzi coi telefonini
e i palmari sul tavolo e un altro po' di gente al banco, che tramezza
in fretta. L'idea che trasmette il Posto del le Fragole è
quella di uno spaccio aziendale, di un bar al pian terreno di
un consultorio o di un patronato. Non c'è più traccia
del fascino della follia, finalmente. Solo gente che mangia e
beve prima di tornare al lavoro.
Io non ho mai creduto che le psicosi possano essere riconducibili
a disfunzioni organiche - come fa il biologismo di stampo americano
- né a cause esclusivamente sociopolitiche - come ha fatto
il basaglismo di Psichiatria Democratica. Credo che la schizofrenia
sia l'effetto complesso, dilazionato, di una grave lacuna della
struttura psichica verifìcatasi nella fase dell'Edipo,
credo che dipenda da quella che Lacan chiamava la fuorclusione
del Padre, ma ciò non toglie che la fine della fumosa celebrazione
della follia da parte di certo irrazionalismo kitsch e di tutti
i luoghi comuni legati alla dissociazione come fonte di creazione
artistica sia in gran parte merito, soprattutto a Trieste, del
pragmatismo di Basaglia e dei suoi seguaci. Non c'è niente
di magico, niente di messianico in una crisi maniaco-depressiva.
Per questo è bello che quella specie di fascino decadente
sia scomparso. Così è tutto più basso, più
aderente alla superficie delle cose. Ci sono persone che prendono
l'autobus, fanno la spesa, vanno a lavorare, vivono da sole o
insieme ad altre persone, assumono quotidianamente psicofarmaci
di contenimento e ogni tanto, sì, vengono colte da una
crisi acuta. Tutto qua. Incontrarle è la cosa più
facile ma anche la più banale di questo mondo, basta girare
per la città, basta non cercarle a San Giovanni. Loro da
qui se ne sono andate. Ma anche San Giovanni se ne è andato
da qui, se capite cosa in tendo. L'antonomasia del manicomio è
appesa a un'immagine che non c'è più. In questi
padiglioni giravano un sacco di Miss Fletcher con la cuffietta
inamidata, mettevano in fi la, distribuivano le pillole come in
Qualcuno volò sul nido del cuculo, assegnavano lavoretti,
premiavano o mandavano in castigo. Qui dentro c'erano malati rinchiusi
e infermieri come guardie carcerarie. C'erano camicie di forza,
elettro shock e un perenne gelo da esercizio del potere, da manette
e neurolettici travestiti da scienza medica. Ci voleva un bei
po' per cancellare tutto questo, per far sparire anche l'ultima
molecola di cloroformio dall'immaginario olfattivo di chi, anche
dopo anni dalla chiusura dell'Opp, cominciava ti tubante a frequentare
questo parco, prima una serata disco, poi una pomiciata sulle
panchine più appartate, poi una timida occhiata agli interni
delle strutture. Adesso Trieste ci è riuscita. Dell'Acqua
mi saluta e se ne toma nella sua bella direzione dipartimentale:
«Vieni a uno dei nostri seminari! Lo scorso inverno hanno
partecipato centinaia di giovani. A dicembre lo rifacciamo di
sicuro. È questo che vogliamo, offrire le testimonianze
dei pazienti, degli operatori, degli ex degenti, a chi ha voglia
di capire. Se no... "Chi dunque guarirà coloro che
si dicono sani?"», e si allontana con lo sguardo birichino,
senza dirmi di chi è la citazione.
Io risalgo ancora verso nord, in cerca della fermata del l'autobus.
Camminando lentamente mi prendo lo sfìzio di una piccola
digressione. Dietro non ho mai capito se una rimessa o un'officina,
c'è il trompe-l'oeil di un uomo che si arrampica su una
scala vera. È una parte piuttosto marginale del parco.
Vetri rotti, qualche sacco di materiale edile buttato sul bordo
strada, un paio di carcasse di motorino, l'aspetto malridotto
di una piccola zona che non vale la pena risa nare. Il muro è
infestato dai rampicanti, però l'uomo, sbiadito, consumato
in più punti dalla pioggia e dal sole, continua a mettere
un piede dopo l'altro sui pioli della sua scala. E un disegno
naif, la scala è di metallo arrugginito, cementata al muro.
Non so dove porti - c'è una botola sotto quella nicchia?
dà forse sul tetto? -, immagino che qualcuno l'avrà
pure usata se è stata addirittura fissata all'edificio.
Mi sono sempre chiesto cosa avrà provato quello che ci
è salito per davvero, a ricalcare col suo corpo vivo il
corpo disegnato del l'uomo in trompe-l'oeil. Lui sarà salito,
avrà fatto quello che doveva fare e poi si sarà
di nuovo scollato da quell'immagine che invece incessantemente,
senza alcuna speranza, come un povero Sisifo di vernice, è
ancora lì che tenta la propria scalata. Che gesto assurdo
e potente, penso. E poi un'illuminazione, forse quell'uomo non
sta salendo, ma sta scendendo. Forse quella figura tanto simile
a una marionetta non è la follia che tenta di uscire in
città, ma la città che tenta di entrare in manicomio.
E la città ce l'ha fatta, è entrata. L'autobus
si ferma proprio davanti agli alloggi degli ex degenti. Scende
un tizio con la sigaretta spenta tra le dita, un sacchetto di
nylon sgonfio sull'avambraccio, le chiavi già pronte nell'altra
mano. Saliamo io e una signora in tutto simile a Olivia, chignon
compreso. La linea è quella del 12. È partito dai
Campi Elisi, ha attraversato tutto il centro, ha preso e scaricato
gente in via le Raffaello Sanzio, in via Donatello - e io non
posso non pensare a omini dipinti che salgono e scendono scale
- si è fermato in piazzale Canestrini e ora risale via
Weiss e ci porta verso via Bottacin e oltre le colonne dell'ingresso
nord ricamando, con la naturalezza che in strada solo un autista
d'autobus possiede, un ghirigoro urbano, urbanissimo, con dentro
il magnifico comprensorio di San Giovanni.
Mauro Covacich
(da "Trieste sottosopra", 2006, Gius.Laterza & Figli,
Roma-Bari)
[articolo inserito il mese
di settembre 2007]
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