Editoriali

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[foto di Max Nicolai] |
[Le foto di questo editoriale fanno riferimento al
Torneo Marco Cavallo, Trieste, 9-11 novembre 2006]
Giocare a calcio è un virtuosismo
Era la primavera del 1975.
Avevamo avviato da un mese in una spaziosa e abbandonata villa
veneta, Villa Fulcis, nei pressi di Belluno un soggiorno per 50
pazienti allora tutti ricoverati (internati) nell'ospedale psichiatrico
di San Giovanni, a Trieste. Tre infermieri, uno psicologo, ed
io assieme ai cinquanta condividevamo tempi, spazi, relazioni.
L'esperienza durò per circa due anni; il tempo che occorreva
per portare a termine il radicale cambiamento dell'organizzazione:
dal manicomio ai centri di salute mentale aperti 24 ore, alle
residenze in città. Per quei due anni gruppi di pazienti
per periodi di due mesi soggiornavano a Villa Fulcis, imparavano
a vivere “fuori”, a riconoscersi al di fuori del tempo
servo e dagli spazi geometrici del manicomio.
La villa disponeva di un ampio prato verde.
Quel prato fu la scena delle nostre prime esperienze calcistiche.
Divenne quasi un'abitudine la partita di calcio quando era bello,
dopo il riposo pomeridiano e prima di cena.
Umberto, magro, sempre taciturno, immobile, quasi invisibile dimostrò
tutta la sua abilità, la voglia perduta di correre, di
gioire, di scambio con i suoi compagni..
Il lavoro di critica alle istituzioni totali, esemplari esperienze
di trasformazione, ma anche il coinvolgimento attento, profondo,
intelligente di tanti operatori dell'informazione produsse alla
fine degli anni '60 e nella decade successiva negli ambienti scientifici
e nell'opinione pubblica un rapporto, sicuramente nuovo, conflittuale,
più attento con la malattia mentale, le istituzioni che
la contenevano, più in generale con l'immaginario della
follia.
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[foto di Max Nicolai] |
o stigma, il pregiudizio che le istituzioni avevano sempre riprodotto
veniva discusso. I cittadini di fronte alle immagini della miseria
e della violenza manicomiale si sentivano perplessi e colpevoli.
Quelle immagini, quei racconti sembravano provenire da moCliccando
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lto lontano, eppure erano lì, presenti, vicini, intriganti.
Come mai una cosa simile era potuta accadere?
Come mai – ci chiedemmo – siamo potuti arrivare fino
a questo punto?
Credo che mai nel nostro paese l'attenzione alla questione della
malattia mentale, della psichiatria, delle istituzioni, sia stata
così profonda e partecipata, coinvolgente e trasversale.
Arrivò la legge di riforma.
La palude degli anni ottanta, le resistenze al cambiamento, le
polemiche strumentali intorno alla legge, i tentativi più
volte posti in atto per stravolgerla e renderla vana hanno progressivamente
mutato il quadro.
Il disinteresse, il fastidio se non mal celata intolleranza, il
pessimismo, i luoghi comuni sembrarono prevalere giustificando
l'insufficiente impegno al cambiamento sia degli ambiti amministrativi
che accademici.
Tuttavia quanto si era prodotto in termini di bisogno di sapere,
di nuove risposte, di nuova cultura, di tolleranza, di integrazione,
alla fine, di nuovo diritto di cittadinanza ha resistito, ha contaminato
altri ambiti dacchè associazioni di familiari, di cittadini,
di utenti, cooperative sociali, programmi di formazione e di integrazione
lavorativa oggi esistono e vedono impegnati migliaia di cittadini
non più contro qualcosa (o meglio non sempre e non soltanto)
ma per la salute mentale.
In ogni caso le discussioni intorno alla questione, la libera
espressione di opinioni, il coinvolgimento di differenti luoghi
istituzionali, le scuole, i tribunali, le università, le
assemblee elettive locali e nazionali hanno dato luogo ad una
sorta di gigantesco programma, non concordato, di prevenzione
e di salute mentale comunitaria.
Il calcio, giocare a calcio, non è come suonare il violino.
Chi dei tanti ragazzi che vivono, o hanno vissuto la sofferenza
mentale non ha, non ha almeno una volta giocato a calcio da bambino,
da adolescente, nel cortile, per strada, in oratorio.
Alberto è un bravo giocatore. Da solo con la palla e perfino
capace di virtuosismi. Aveva accettato con perplessità
di venire a giocare: aveva paura dell'altro, ancora di più,
di toccare o essere toccato. Quasi abbandonava la palla quando
un compagno, l'avversario cercava di contrarlo.
Le prime volte nel corso dei primi tornei tra le squadre dei diversi
centri di salute mentale, un po' per tutti, il problema sembrava
un insondabile e irriducibile timore nel toccare l'altro, nell'avvicinarsi,
ridurre la distanza, scontrarsi come naturalmente accade nel gioco
del calcio.
Era sembrato a molti invalicabile questo limite. Eppure i corpi
si sono messi in movimento e il pallone sembrava avere infranto
la campana di vetro, violato il cerchio di gesso facendo scoprire
il corpo proprio e la fiducia nel corpo altrui.
Da circa dieci anni il Torneo Marco Cavallo, e non solo, propone
programmi sportivi che coinvolgono ragazzi, ragazze, utenti dei
servizi di salute mentale.
Le esperienze di Trieste, di Prato, di Livorno, di Bergamo, di
Udine e di tanti altri gruppi continuano nel provocare, spingere
avanti i processi di autonomia, di indipendenza e di rafforzamento
delle persone che hanno, o hanno avuto un disturbo mentale. I
gruppi di auto-aiuto, il coinvolgimento del tessuto associativo,
politico e amministrativo della città, la spinta alla partecipazione
fanno di questi programmi un punto di riferimento originale ed
allusivo.
L'immissione nel campo di operatori naturali, l'uso di professionalità
diverse da quelle specifiche della psichiatria, la partecipazione
non più discriminata in associazioni e spazi operativi
per tutti, attraverso la suggestione e la dimensione affettiva
che si crea intorno al calcio, definiscono orizzonti, obiettivi
e percorsi intorno ai quali muoversi ed attrezzarsi.
Dopo il gigantesco programma di prevenzione che disordinatamente
ha innescato la riforma dell'assistenza psichiatrica è
ora che i piccoli progetti di salute mentale comunitaria nascano
a centinaia.
La tolleranza, le attese ottimistiche, il passaggio attraverso
ruoli ed identità molteplici, le moltiplicazioni degli
scambi e delle relazioni sono assieme strumento ed obiettivo non
per sconfiggere la malattia mentale ma certamente per non esserne
più travolti.
Quest'anno due avvenimenti grandi: dopo la Barcolana, la vittoria
del Torneo.
Due impegni per il prossimo anno.
Dobbiamo costruire e sostenere il progetto vela per arrivare,
attraverso corsi, regate e vita di gruppo, ad una partecipazione,
magari con una barca più piccola, da protagonisti assoluti.
E per il decennale del Torneo Marco Cavallo grandi cose, ma davvero
grandi!
Peppe Dell'Acqua
La squadra della Polisportiva Fuoric'entro
vincitrice del Torneo Marco Cavallo 2006.
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[ foto di Max Nicolai ]
[articolo inserito il mese
di novembre 2006]
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