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* Editoriali

disegno di Ugo Pierri

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Foto del Torneo Marco Cavallo (Trieste, novembre 2006)
Foto del Torneo Marco Cavallo (Trieste, novembre 2006)
Foto del Torneo Marco Cavallo (Trieste, novembre 2006)
Foto del Torneo Marco Cavallo (Trieste, novembre 2006)
[foto di Max Nicolai]

[Le foto di questo editoriale fanno riferimento al
Torneo Marco Cavallo, Trieste, 9-11 novembre 2006]

Giocare a calcio è un virtuosismo


- Era la primavera del 1975.
Avevamo avviato da un mese in una spaziosa e abbandonata villa veneta, Villa Fulcis, nei pressi di Belluno un soggiorno per 50 pazienti allora tutti ricoverati (internati) nell'ospedale psichiatrico di San Giovanni, a Trieste. Tre infermieri, uno psicologo, ed io assieme ai cinquanta condividevamo tempi, spazi, relazioni.
L'esperienza durò per circa due anni; il tempo che occorreva per portare a termine il radicale cambiamento dell'organizzazione: dal manicomio ai centri di salute mentale aperti 24 ore, alle residenze in città. Per quei due anni gruppi di pazienti per periodi di due mesi soggiornavano a Villa Fulcis, imparavano a vivere “fuori”, a riconoscersi al di fuori del tempo servo e dagli spazi geometrici del manicomio.
La villa disponeva di un ampio prato verde.
Quel prato fu la scena delle nostre prime esperienze calcistiche. Divenne quasi un'abitudine la partita di calcio quando era bello, dopo il riposo pomeridiano e prima di cena.
Umberto, magro, sempre taciturno, immobile, quasi invisibile dimostrò tutta la sua abilità, la voglia perduta di correre, di gioire, di scambio con i suoi compagni..
Il lavoro di critica alle istituzioni totali, esemplari esperienze di trasformazione, ma anche il coinvolgimento attento, profondo, intelligente di tanti operatori dell'informazione produsse alla fine degli anni '60 e nella decade successiva negli ambienti scientifici e nell'opinione pubblica un rapporto, sicuramente nuovo, conflittuale, più attento con la malattia mentale, le istituzioni che la contenevano, più in generale con l'immaginario della follia.

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Foto del Torneo Marco Cavallo (Trieste, novembre 2006)
Foto del Torneo Marco Cavallo (Trieste, novembre 2006)
Foto del Torneo Marco Cavallo (Trieste, novembre 2006)
Foto del Torneo Marco Cavallo (Trieste, novembre 2006)
[foto di Max Nicolai]

o stigma, il pregiudizio che le istituzioni avevano sempre riprodotto veniva discusso. I cittadini di fronte alle immagini della miseria e della violenza manicomiale si sentivano perplessi e colpevoli. Quelle immagini, quei racconti sembravano provenire da moCliccando sulle foto si apre una nuova finestra con l'ingrandimento dell'immagine. lto lontano, eppure erano lì, presenti, vicini, intriganti.
Come mai una cosa simile era potuta accadere?
Come mai – ci chiedemmo – siamo potuti arrivare fino a questo punto?
Credo che mai nel nostro paese l'attenzione alla questione della malattia mentale, della psichiatria, delle istituzioni, sia stata così profonda e partecipata, coinvolgente e trasversale.
Arrivò la legge di riforma.
La palude degli anni ottanta, le resistenze al cambiamento, le polemiche strumentali intorno alla legge, i tentativi più volte posti in atto per stravolgerla e renderla vana hanno progressivamente mutato il quadro.
Il disinteresse, il fastidio se non mal celata intolleranza, il pessimismo, i luoghi comuni sembrarono prevalere giustificando l'insufficiente impegno al cambiamento sia degli ambiti amministrativi che accademici.
Tuttavia quanto si era prodotto in termini di bisogno di sapere, di nuove risposte, di nuova cultura, di tolleranza, di integrazione, alla fine, di nuovo diritto di cittadinanza ha resistito, ha contaminato altri ambiti dacchè associazioni di familiari, di cittadini, di utenti, cooperative sociali, programmi di formazione e di integrazione lavorativa oggi esistono e vedono impegnati migliaia di cittadini non più contro qualcosa (o meglio non sempre e non soltanto) ma per la salute mentale.
In ogni caso le discussioni intorno alla questione, la libera espressione di opinioni, il coinvolgimento di differenti luoghi istituzionali, le scuole, i tribunali, le università, le assemblee elettive locali e nazionali hanno dato luogo ad una sorta di gigantesco programma, non concordato, di prevenzione e di salute mentale comunitaria.
Il calcio, giocare a calcio, non è come suonare il violino. Chi dei tanti ragazzi che vivono, o hanno vissuto la sofferenza mentale non ha, non ha almeno una volta giocato a calcio da bambino, da adolescente, nel cortile, per strada, in oratorio.
Alberto è un bravo giocatore. Da solo con la palla e perfino capace di virtuosismi. Aveva accettato con perplessità di venire a giocare: aveva paura dell'altro, ancora di più, di toccare o essere toccato. Quasi abbandonava la palla quando un compagno, l'avversario cercava di contrarlo.
Le prime volte nel corso dei primi tornei tra le squadre dei diversi centri di salute mentale, un po' per tutti, il problema sembrava un insondabile e irriducibile timore nel toccare l'altro, nell'avvicinarsi, ridurre la distanza, scontrarsi come naturalmente accade nel gioco del calcio.
Era sembrato a molti invalicabile questo limite. Eppure i corpi si sono messi in movimento e il pallone sembrava avere infranto la campana di vetro, violato il cerchio di gesso facendo scoprire il corpo proprio e la fiducia nel corpo altrui.
Da circa dieci anni il Torneo Marco Cavallo, e non solo, propone programmi sportivi che coinvolgono ragazzi, ragazze, utenti dei servizi di salute mentale.
Le esperienze di Trieste, di Prato, di Livorno, di Bergamo, di Udine e di tanti altri gruppi continuano nel provocare, spingere avanti i processi di autonomia, di indipendenza e di rafforzamento delle persone che hanno, o hanno avuto un disturbo mentale. I gruppi di auto-aiuto, il coinvolgimento del tessuto associativo, politico e amministrativo della città, la spinta alla partecipazione fanno di questi programmi un punto di riferimento originale ed allusivo.
L'immissione nel campo di operatori naturali, l'uso di professionalità diverse da quelle specifiche della psichiatria, la partecipazione non più discriminata in associazioni e spazi operativi per tutti, attraverso la suggestione e la dimensione affettiva che si crea intorno al calcio, definiscono orizzonti, obiettivi e percorsi intorno ai quali muoversi ed attrezzarsi.
Dopo il gigantesco programma di prevenzione che disordinatamente ha innescato la riforma dell'assistenza psichiatrica è ora che i piccoli progetti di salute mentale comunitaria nascano a centinaia.
La tolleranza, le attese ottimistiche, il passaggio attraverso ruoli ed identità molteplici, le moltiplicazioni degli scambi e delle relazioni sono assieme strumento ed obiettivo non per sconfiggere la malattia mentale ma certamente per non esserne più travolti.
Quest'anno due avvenimenti grandi: dopo la Barcolana, la vittoria del Torneo.
Due impegni per il prossimo anno.
Dobbiamo costruire e sostenere il progetto vela per arrivare, attraverso corsi, regate e vita di gruppo, ad una partecipazione, magari con una barca più piccola, da protagonisti assoluti.
E per il decennale del Torneo Marco Cavallo grandi cose, ma davvero grandi!

Peppe Dell'Acqua

La squadra della Polisportiva Fuoric'entro
vincitrice del Torneo Marco Cavallo 2006.

Foto del Torneo Marco Cavallo (Trieste, novembre 2006)

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Foto del Torneo Marco Cavallo (Trieste, novembre 2006)

[ foto di Max Nicolai ]

 

 

[articolo inserito il mese di novembre 2006]

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