Editoriali
Le
credenze feriscono, i fatti aiutano...
"Le credenze feriscono, i fatti aiutano.":
così un documento della Organizzazione Mondiale della Sanità
in occasione della Giornata della Salute Mentale, il 7 aprile
2001. Nei paesi occidentali gli investimenti nei programmi di
salute mentale sono cospicui e tendono a crescere. Paesi ricchi
come la Norvegia o la Francia dedicano alla salute mentale dal
10 al 25% delle risorse sanitarie. Tuttavia l'immagine della malattia
mentale, lo stigma, i pregiudizi e i luoghi comuni che l'accompagnano,
persistono, col risultato di influenzare negativamente l'accesso
ai servizi, i percorsi di cura, l'integrazione sociale e soprattutto
la guarigione. E continua a crescere la figura del "matto"
pericoloso, inguaribile, irresponsabile, incomprensibile e alla
fine improduttivo. Così, investimenti rilevanti si fondano
su evidenti pregiudizi e privilegiano la difesa e la sicurezza
sociale al prezzo di riprodurre luoghi d'esclusione, procedure
restrittive e invalidanti, destini tragici e irreversibili.
Il rischio che si correrebbe quando si incontra una persona
con disturbo mentale sembra concretizzarsi nell'imbarazzo dell'incomprensibilità,
nella paura della pericolosità, nella pena dell'inguaribilità.
Soprattutto intorno all'equazione matto-pericoloso, si giocano
i clamori mediatici che si avventano addosso a episodi dolorosi,
amplificati a dismisura. Esiste invece una vasta documentazione
scientifica che dimostra il contrario: le persone con disturbo
mentale commettono reati in misura molto inferiore al resto della
popolazione. Eppure le politiche e le legislazioni per la salute
mentale continuano ad essere condizionate dalla preoccupazione
della pericolosità e della violenza, invece che dall'offerta
di servizi nel territorio e cure efficaci.
Si dice che sono in aumento i crimini delle mamme nei confronti
dei figli: non esiste nessuna evidenza statistica a sostegno di
questa affermazione. Anzi, questo crimine, che è diventato
mito con Medea, continua ad accadere da allora con agghiacciante
ma limitata regolarità. Il luogo comune della depressione
pretende di spiegare queste tragedie. Una diagnosi psichiatrica
rende assolutamente estraneo e fuori dall'umano questo gesto.
Eppure il momentaneo sentimento di rifiuto del proprio figlio,
di estraneità e di incapacità appartiene a tutte
le donne che diventano madri e questo passaggio è naturale
quanto la nascita. Esemplare è l'estensione della parola
depressione. Nel parlare comune essa definisce, aldilà
di una condizione clinica, per altro limitata ad un piccolo numero
di persone, la gamma più ampia delle esperienze umane.
Dalla nostalgia alla tristezza, dalla malinconia alla stanchezza,
alla frustrazione, al dolore per una perdita, al lutto, alla disoccupazione,
al senso di incapacità e inadeguatezza che talora ci assale.
E' evidente che l'uso della parola "depressione" costringe
ad una spiegazione medica e biologica, giustifica l'uso generalizzato
dei farmaci ma, soprattutto, sottrae significato alle nostre esperienze
e opera fratture talvolta inconciliabili nella continuità
della nostra esistenza. Alimenta altri luoghi comuni: ad ogni
condizione umana una diagnosi, ad ogni diagnosi un farmaco, uno
psicologo, uno psichiatra che risolva il problema. Ma siccome
il problema il più delle volte non si risolve, anche perché
le condizioni umane non sopportano semplificazioni risolutive,
ecco che prende corpo la convinzione dell'inguaribilità.
Eppure, anche parlando di un disturbo mentale severo come la
schizofrenia, il giudizio di inguaribilità non regge.
Infatti un terzo delle persone guarisce del tutto e un altro
terzo raggiunge la cosiddetta guarigione sociale, cioè
una vita "normale" anche se con l'aiuto di un sostegno
terapeutico. E nemmeno il restante terzo è inguaribile,
tant'è che si definisce "resistente al trattamento".
Vuol dire che dobbiamo continuare a cercare la strada giusta e
non arrenderci alla irreversibilità della malattia.
Chi vive l'esperienza del disturbo mentale va incontro a percorsi
di ripresa, a cambiamenti che sono tanto singolari quanto diversi.
Oggi molti raccontano senza vergogna né imbarazzo la loro
personale guarigione. E tuttavia il luogo comune dell'inguaribilità
resta il più insidioso. Perché ingigantisce la paura,
nasconde le risorse e le possibilità di cura, distrugge
la speranza.
Mentre vivere con la schizofrenia non ha impedito ad esempio
a John Nash di vincere il Nobel per l‘economia, non ha impedito
a Gianni di diventare portiere d'albergo, non ha impedito a David
Helfgott di girare il mondo con i suoi concerti, non ha impedito
a Marina di laurearsi in chimica concludendo il suo dottorato
in Svezia e di essere una ricercatrice, non ha impedito a Philip
Dick di scrivere i romanzi ed i racconti che lo hanno reso un
interprete dei nostri tempi, non ha impedito a Nicole di riprendere
il suo lavoro e di diventare la splendida madre che è.
E anche quando sembra che vivere con il disturbo mentale sia
una condanna all'isolamento, al delirio e all'ostilità
più cupa, anche quando sembra di essere finiti in una trappola
è sempre possibile individuare uno spiraglio, una via d'uscita.
Sempre che si sia prima di tutto capaci di uscire dalla palude
delle credenze e dei pregiudizi.
Giorgio si era chiuso nella stanza, sigillando col nastro
adesivo porte e finestre, e la paura di essere avvelenato lo aveva
costretto ad un digiuno inesorabile, che lo aveva reso cattivo,
perfino malvagio. L'intervento degli operatori del centro di salute
mentale, una durissima trattativa, il trattamento sanitario obbligatorio.
E poi via da casa, le parole, il farmaco, le cure. E adesso sembra
che Giorgio ricominci a parlare con meno rancore con sua madre.
[articolo inserito il mese
di aprile 2006]
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